“Il vecchio e il mare”, di Ernest Hemingway

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

Recensione di Elisabetta Corti

Il vecchio e il mare

Sono passati 84 giorni da quando Santiago ha pescato l’ultimo pesce. Benché il protagonista mostri una estrema calma, già dalle prime righe del romanzo sembra che il sapore della sconfitta sia nell’aria.

Anche Manolin ha dovuto lasciare la barca di Santiago. Dopo essere stato il suo aiutante dall’età di 5 anni, suo padre gli intima di allontanarsi e di aggregarsi ad un altro equipaggio, perché è chiaro che Santiago sia ormai perseguitato dalla sfortuna.

Eppure Manolin non si rassegna a frequentare Santiago, e gli procura delle esche perché egli possa finalmente tornare a pescare.

Così Santiago prende il largo, alla ricerca di una zona più ricca, nel tentativo di rompere la maledizione e non oltrepassare il suo record precedente: 87 giorni senza pesci.

Da quando faccio parte del gruppo di Letteratura classica, è la prima volta che mi approccio ad un racconto estremamente famoso.

“Il vecchio e il mare”, pubblicato nel 1952 sulla rivista “Life”, era inizialmente un racconto contenuto in una raccolta dedicata interamente al mare.

La raccolta non prese mai forma, ed Hemingway decise quindi di pubblicare il racconto, non immaginando forse di ottenere un grandioso successo.

Riceve infatti il premio Pulitzer nel 1953, ed il premio Nobel nel 1954.

La prima impressione è che l’autore abbia voluto mettere in contrasto le forti differenze tra il giovane Manolin e il vecchio Santiago.

Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti

Non si sa quanti anni abbia il vecchio, ma di certo viene descritto con dettagli che lo dipingono nella mente del lettore.

Tra Santiago e Manolin vi è un rapporto molto stretto, vi sono addirittura gesti scaramantici e frasi ripetute quotidianamente, a rafforzare un rapporto creato dal mare.

Dopo aver insegnato a Manolin tutti i segreti della pesca, sembra ci sia un’inversione di ruoli. Ora è il giovane a prendersi cura del vecchio.

E di nuovo il contrasto gioventù/vecchiaia si ripresenta quando Santiago, direttosi al largo e rimasto solo, sente abboccare un pesce molto grosso.

Il ricordo di episodi vissuti precedentemente con il giovane, sembrano dare al vecchio nuova forza per superare finalmente la sconfitta.

Pesce ti voglio bene e ti rispetto molto. Ma ti avrò ammazzato prima che finisca questa giornata

Un altro tema importante è quello del rapporto uomo natura. O meglio, dell’uomo in quanto essere parte della natura e per questo poter essere preda o predatore.

La lotta per la sopravvivenza che si palesa nel voler salvare il pescespada dagli squali. Lo scopo però è poterlo uccidere a sua volta.

Si desta nel protagonista la pena per il pesce che vuole pescare, ma che allo stesso tempo vorrebbe lasciar vivere.

La pena si intensifica quando gli torna alla mente il lamento di un pescespada la cui compagna era stata pescata da Santiago.

Il rispetto per “rivale” rimane fino alla fine. Dopo un’attesa di tre giorni e tre notti, il pesce viene dilaniato dai pescecani.

Santiago di nuovo chiede scusa a questo improvvisato compagno

Al rientro dirà solo di non aver pescato nulla poiché si è recato troppo al largo.

Il racconto è arricchito anche da un particolare stile. L’utilizzo di tutti i sensi, che rendono la lettura tridimensionale. I dettagli sulla pesca, che danno al protagonista credibilità.

Nonostante il racconto sia stato più volte accostato a Moby Dick, credo che sia da considerare unico.

Di sicuro qualunque lettore potrà trovare in esso dei simboli o significati personali, motivo per cui lo consiglio caldamente a lettori di tutti i generi e tutte le età.

 

Titolo: Il vecchio e il mare
Autore: Ernest Hemingway
Editore: Mondadori

 
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