“La caccia alle comete” di Altea Alaryssa Gardini

“La caccia alle comete”

di Altea Alaryssa Gardini

Emma adorava quella stanza dipinta del colore del cielo e le piacevano ancora di più le piccole stelline che il suo papà aveva incollato sul soffitto in modo che di notte lei potesse, nel caso si fosse svegliata, guardare il cielo stellato e trovare, tra gli astri, una favola che l’avrebbe ricondotta tra le braccia di Morfeo.

La ricerca di favole era diventata così divertente che la bambina si chiudeva nella sua stanzetta anche nei pomeriggi invernali e senza sole. Cercava le code di cometa e sognava di poterne cavalcare una, un giorno.

La nonna era entrata nella piccola stanza azzurra in punta di piedi, in un pomeriggio uggioso, mentre la sua nipotina escogitava il modo di mettere in pratica il suo sogno.

Per la bambina era un evento eccezionale poter ricevere quella visita, visto che l’anziana signora abitava in un’isola lontana e c’era bisogno di prendere ben due aerei per recarsi dai suoi familiari. Quel pomeriggio sarebbero state solo loro due e la piccola ne era entusiasta.

“Nonna, aiutami a prendere una cometa così potremo volare ovunque. Perché non mi racconti una storia, una di quelle nascoste tra le montagne della tua isola, ti va?”

Alla nonna piacevano molto le sue montagne, così iniziò a raccontare una storia antica con voce dolce e suadente come il miele caldo: era un suono che ricordava la brezza marina e che trasportò Emma in un posto che non si aspettava.

Emma si era svegliata in un prato vestito di fiori, attorniata da pecore e caprette. Guardandosi attorno vedeva montagne dalle cime innevate e in gran lontananza poteva scorgere il cielo che baciava il mare con le sue labbra di vapore.

Ad un tratto, si accorse di un giovane che la stava chiamando:

Giulia, Giulia! Ma cosa stai combinando? Ti sei addormentata mentre contavi le nuvole? Uffa, come al solito, devo fare tutto da solo. Almeno vieni ad aiutarmi con questo agnellino.”

“Io mi chiamo Emma.”

“Si certo, come no. Vieni qui, sembra che il poveretto si sia rotto una zampina. Se non ti spicci dirò alla mamma che non mi hai aiutato. Allora sì, che saranno guai.”

La povera bambina, ancora intontita dal sonno, si era avvicinata al suo interlocutore e aveva fatto come le era stato chiesto. Al piccolo agnellino era stata fatta una steccatura e si era deciso di tornare a casa portandolo in spalla, perché non sarebbe riuscito a camminare da solo.

“Come si chiama l’agnellino?”

“Sei proprio sciocchina oggi, si chiama come me. Hai insistito tu per dargli il mio stesso nome, ti ricordi? Mi sono anche arrabbiato perché hai detto che la sua lana assomigliava alla mia barba.”

Il ragazzo non doveva aver più di tredici anni ed era vero, più che barba poteva essere definita una sorta di lanuggine. Quello che turbava Emma era che questo ragazzino sembrava conoscerla bene.

“Non preoccuparti, non dirò alla mamma che ti sei addormentata ma ora smetti di far finta che non ci conosciamo.”

Emma non sapeva cosa dire, si ricordava di essere rimasta affascinata dalla voce della nonna e nulla più. Com’era possibile che, ora, si trovasse in questo posto con delle persone che non conosceva?

Mentre tornavano dai pascoli, alte colonne di fumo nero si ergevano di fronte a loro avvicinandosi sempre di più. Emma si rendeva conto che si stavano dirigendo proprio verso quella direzione. Il giovane era nel panico e, ad un tratto, aveva deciso di andare avanti per controllare, lasciandola con il gregge:

“Ma io non so come si bada agli animali, non mi lasciare da sola!”

“Giulia, basta. Fai la brava bambina e aspettami qui con Sebastian, non farlo muovere e cerca di non far scappare le altre. Ti prometto che tornerò subito, vado solo a controllare cosa sta succedendo.”

Era rimasta sola per un periodo interminabile, era spaventata e l’omonimo dell’agnellino non era ancora tornato. Lo vide risalire il crinale verso sera, stava cominciando a fare freddo e aveva fame. Il ragazzo era ricoperto di fuliggine e aveva un’espressione che Emma non riusciva a decifrare, sembrava che avesse pianto e che avesse visto cose indicibili:

“Sebastian, cos’è successo?”

“Il nostro villaggio è stato attaccato da un mago e da un gruppo numeroso di orchi: hanno distrutto tutto e ucciso chiunque, non c’è più nessuno laggiù. Dobbiamo trovare un riparo il prima possibile, prima che scenda la notte.”

Emma non conosceva quei luoghi e neanche le persone di cui parlava Sebastian ma lo abbracciò stringendolo forte per offrirgli conforto poiché vedeva la sua sofferenza e lui rispose.

Trovarono riparo in una grotta, dopo aver camminato per quasi due ore. L’antro era molto grande e avrebbe permesso di ospitare anche gli animali: con un piccolo fuoco sarebbe stato perfetto.

L’indomani avrebbero pensato a cosa fare delle loro vite.

Quando Emma si risvegliò, si accorse si essere distesa in un letto comodissimo e che le sue coperte erano morbide e calde. Si guardò attorno e scoprì di trovarsi in una stanza immensa: il suo letto era provvisto di un baldacchino che incorniciava il materasso con delle pesanti tende di un bellissimo blu notte.

Si alzò in fretta per cercare Sebastian, doveva essere successo qualcosa durante la notte e qualcuno li doveva averli condotti in questo posto. Forse erano stati catturati dagli orchi, qualsiasi cosa fossero, ma non le sembrava possibile che lei non si fosse accorta di nulla.

Il ragazzo non era nella stanza e Emma venne sorpresa dall’immagine che lo specchio le restituì mentre vi si trovava davanti: una ragazza cresciuta, con lunghi capelli neri, occhi del colore dell’oro e delle curve che non aveva mai posseduto prima di quel momento. Emma aveva solo dieci anni, com’era possibile che lei fosse quella ragazza che non le somigliava neanche un po’?

Decise di uscire dalla stanza in tutta fretta, non sapeva cosa fosse accaduto ma doveva ritrovare Sebastian e trovare anche un modo per tornare a casa. Quando aprì la porta, si trovò davanti una ragazza di circa diciotto anni che la guardava con un’espressione sorpresa:

“Oh mio dio che spavento!” Disse la ragazza mettendosi una mano sul petto: “Vostra altezza, non potete farmi prendere questi coccoloni. Stavo giusto venendo da voi, dove stavate andando in camicia da notte?”

Era vero, Emma, presa dal terrore, non aveva badato a cosa stava indossando, voleva solo capire cosa stesse succedendo e andarsene. Si era svegliata, di nuovo, in una situazione in cui non sapeva cosa fare e cercò di trovare qualcosa di intelligente per rispondere ma riuscì a dire solamente:

“Dov’è Sebastian?”

Sebastian? Non conosco nessuno con questo nome, principessa Giulia.”

“Per favore, io mi chiamo Emma, non so chi sia questa Giulia. Sebastian è alto più o meno così…” facendo cenno con la mano all’altezza che le sembrava giusta: “ha grandi occhi neri e capelli castani. Era con me ieri sera, è impossibile che sia sparito.”

La ragazza la guardava con lo sguardo che usava sempre sua madre prima di rimproverarla per qualche marachella, la ignorò per qualche secondò e poi disse:

“Principessa, quando, ieri sera, vi ho aiutato a coricarvi, qui non c’era nessuno con voi. Non avrete fatto qualche sciocchezza vero? Vostro padre si arrabbierebbe con me e io non avrei modo si spiegare. L’unico uomo che conosco con quel nome, ora che mi ci avete fatto pensare, è uno dei soldati che si occupa della sorveglianza qui negli appartamenti reali. Non mi dite che è così avventato da voler rischiare la pena di morte, vero?”

Emma era sempre più confusa, non capiva neanche a cosa stesse alludendo quella persona. Perché Sebastian rischiava la pena di morte?

Lasciò che la ragazza l’aiutasse a vestirsi. Ora indossava un abito azzurro con dei ricami dorati che le ricordavano la sua cameretta scomparsa nel nulla, le erano stati acconciati i capelli in una morbida treccia e fu accompagnata nel grande salone per la colazione.

Sebastian era proprio lì, in piedi ad un lato della porta, ma non sembrava averla riconosciuta. Si rese conto che avesse qualcosa diverso, era cresciuto ma le sembrava che la sostanza del ragazzino che aveva conosciuto non fosse cambiata.

Emma non sapeva cosa fare, decise di fare colazione e poi avrebbe affrontato la situazione. Nel frattempo la ragazza che l’aveva accompagnata aveva iniziato una conversazione con Sebastian e lui sembrava piuttosto contrariato.

Dopo aver mangiato, provò anche a parlarci ma lui negava ogni cosa che lei ricordasse e la pregò di non dire mai più cose del genere. Era veramente amareggiata, non sapeva come comportarsi e si chiuse per tutto il giorno in quella che sembrava essere la sua stanza. Pianse fino ad addormentarsi sulla seta del cuscino bagnata.

La mattina seguente venne inesorabile come ogni nuova alba, Emma era sveglia ma non aveva il coraggio di aprire gli occhi. Prima di fare qualsiasi cosa, decise di ascoltare le sensazioni del suo corpo e cercare di comprendere cosa o chi lei fosse in questo giorno.

Si sentiva come imbrigliata, i suoi muscoli non rispondevano come avrebbe voluto e non sapeva darsi una risposta alla domanda che si ripeteva, ormai, ogni mattina: “Perché?”

Sentiva la sua pelle come quando rimaneva nella vasca da bagno per tanto tempo. Decise che era il momento di aprire gli occhi e si rese conto di non riuscire a vedere bene davanti a sé, come se la sua vista fosse appannata.

Ormai era preparata ad un’evenienza spiacevole, quindi si fece coraggio e provò a compiere quel gesto che aveva visto fare a sua nonna ogni mattina: allungò la mano di fianco a lei e trovò gli occhiali. Li appoggiò sul naso, esattamente come faceva lei, si alzò dal letto e raggiunse lo specchio montato sull’anta dell’armadio di fronte alla sua persona.

Era vecchia e completamente identica a sua nonna.

Si ricordava di aver visto delle foto della sua casa tra le cose del papà e riconosceva la camera in cui lei dormiva.

C’erano delle foto del papà e della mamma sul comodino e una, più piccola, che ritraeva Emma bambina in braccio ai suoi genitori. Dato che non ci era mai stata prima di quel momento, decise di scendere ed esplorare la casa che per lei era sempre stata un’immagine stampata.

In salotto trovò molte altre fotografie, alcune del nonno e altre del papà da piccolo, abbracciato ad un cane. In una era c’era una didascalia che diceva: “Io e Sebastian”.

Emma iniziò a piangere, perché si sentiva stremata da tutti questi risvegli. Non capiva perché tutto questo stesse capitando a lei e le dispiaceva non aver avuto il tempo di conoscere tutte le persone che avevano popolato i suoi viaggi. Aveva perso Sebastian tre volte e non sapeva neanche di averlo conosciuto ogni volta che lo aveva incontrato. Le aveva fatto piacere conoscere la casa della nonna ma voleva tornare a casa sua.

Mentre saliva le scale per tornare al piano di sopra, sentì una voce che la chiamava: “Emma, Emma! Sveglia, è ora di cena, la mamma e il papà sono appena tornati. Forza scendi.”

Come trasportata da un vortice, Emma si ritrovò nella sua stanzetta azzurro cielo e gli occhi della nonna puntati addosso:

“Nonna, ho fatto un sogno stranissimo. È stato bruttissimo ma anche bellissimo, devo raccontarti di Sebastian.”

La nonna le fece un sorriso gentile e la accompagnò al piano di sotto dove la stavano aspettando anche i suoi genitori.

La mamma e il papà erano stati dal medico ed erano tornati con una bella notizia: Emma avrebbe avuto un fratellino.

Emma non ebbe esitazioni, prese la sua decisione e disse: “Lo chiameremo Sebastian.”

L’illustrazione di questo racconto è di Serena Mandrici che ringrazio con enorme affetto.

 

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