“Otto marzo, festa della donna?”

“Otto marzo, festa della donna?”

di Carolina Colombi

Donna

 

Ogni anno, in occasione dell’8 Marzo, la polemica si ripete. Si dibatte sull’opportunità, oppure no, di celebrare la festa della donna.

È dunque obsoleta tale ricorrenza? Si chiedono molte donne, e io con loro.

A mio avviso, la discussione che ne scaturisce è sterile, e non partecipa affatto alla soluzione delle problematiche che tutt’oggi interessano il mondo femminile.

A fare la differenza, tra il festeggiare o meno l’evento, è la memoria storica.

Da cui prende le mosse la fatidica data dell’8 Marzo.

Pare, in quanto non è certa l’origine che ha dato il via a tale commemorazione, che nei primi anni del Novecento un incendio di ampie proporzioni inghiottì circa ottanta donne, impiegate in una ditta di abbigliamento. Sfruttate e mal pagate.

Ma, per dare un’interpretazione corretta, al fine di comprendere se oggi ha ancora senso parlare della festa della donna, occorre fare un passo indietro.

È all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, che tale data assume un particolare significato.

Il ventennio fascista si è appena concluso, lasciandosi alle spalle una guerra rovinosa che ha distrutto le famiglie; molte donne si trovano a piangere i loro morti: figli, mariti, padri.

Sopraggiunge il 1946 quando, per la prima volta, la donna viene chiamata a votare, partecipando alla vita politica della nazione. Si sente parte di un paese che comincia ad aprirsi alle donne, ha modo di riflettere su ciò che è stato e sulle prospettive che aprono nuovi scenari nell’universo femminile.

 

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In conseguenza di questa circostanza direi che era doveroso festeggiare l’8 marzo.

Il cammino delle donne prosegue poi con l’ondata femminista, che investe l’Italia a cavallo degli anni ‘70 e ’80. Un’ondata prorompente a scuotere il mondo delle donne.

Sono anni caldi, e l’imperativo con il quale tutte devono confrontarsi, è farsi partecipi delle battaglie per ottenere uguali diritti. Occorre sottolineare, che le differenze fra i sessi andrebbero considerate una risorsa e non un ostacolo.

La libertà sessuale, l’aborto legalizzato, il diritto di essere considerate soggetti e non oggetti con pari dignità sociale. Sono questi i temi su cui le donne dibattono, e lo fanno in modo agguerrito, nei confronti della società tutta e dell’altro sesso.

E spazi di una certa ampiezza, in seguito alle rivendicazioni manifestate, vengono concessi al genere femminile.

Ma il risultato di tali richieste presenta anche un conto da pagare: la crisi della famiglia e dei valori tradizionali su cui essa poggia.

Per cui il movimento di liberazione, in quanto fenomeno di rottura con il passato, si va ridimensionando; e molte donne indietreggiano dalle loro posizioni iniziali.

Oggi, la donna partecipa a una coscienza politica e sociale meno aggressiva, più matura. Non ha più il livore di un tempo. La sua posizione è di apertura e accettazione sempre più ampia, al fine di essere davvero protagonista del contesto sociale nel quale ricopre un ruolo fondamentale.

A questo punto però, è opportuno chiedersi: svuotata dalla sua dimensione politica, l’8 Marzo ha perduto molto del suo significato? È da considerarsi una giornata come le altre? La mimosa, simbolo tradizionale, quale contenuto assume in questi giorni di primavera nascente?

Dedicare una giornata alle rappresentanti del cosiddetto sesso debole, le si pone in una condizione d’inferiorità? Le si ascrive a un’ipotetica categoria di cittadine di serie B?

A mio parere, seppur l’8 Marzo ha perduto parte del suo significato politico, è doveroso mantenere intatto l’intrinseco contenuto che scaturisce dal passato: quello della memoria.

Memoria delle battaglie delle suffragette, in primis, le cui lotte hanno dato il via all’ottenimento di risultati importanti, quale la conquista del suffragio femminile.

Occorre quindi conservare il valore che la giornata custodisce in sé, e che va oltre alla connotazione commerciale attribuita ad essa nel corso degli anni.

Perché il percorso da completare non è ancora terminato: non tutta la guerra è stata vinta, solo alcune delle battaglie. E ce lo dicono le numerose donne, ogni giorno vittime di femminicidio, piaga sociale del terzo millennio.

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