“Ricorderò domani: una storia di madri e figlie” – di Erica Jong

“Ricorderò domani: una storia di madri e figlie” di Erica Jong.

Recensione di Lisa Molaro.

 

Erica Jong

Ho appena terminato la lettura di questo romanzo firmato da Erica Jong e cerco, ora, parole intelligenti con cui poter iniziare a parlarne.

Premetto che non avevo mai letto nulla di quest’autrice.

Erica Jong è una scrittrice americana contemporanea, che a partire dal suo primo best seller (Paura di volare – 1974) ha dato gran modo di parlare di lei.

Femminista convinta in ruggenti anni sessanta, mette su carta queste tematiche senza mai addolcire la pillola o riempire di eccessivi ghirigori le sue parole. Diretta, sfacciata, tagliente… così è la sua scrittura  e, ovviamente, così è lei.

Nessun alter ego, nessun paravento decorato finemente. Solo nuda realtà.

Erica Jong cammina sopra le righe sia nella vita vera sia in quella messa su carta.

“Dillo, dillo, l’universo è fatto di storie, non di atomi.” Muriel Rukeyser

Ed ecco che, con questo libro, gli anni non sono solamente “una manciata” bensì si dilatano divenendo secolo.

Cento anni, come l’età di Sarah, madre di Salome, nonna di Sally e, infine, bisnonna di Sara.

Una piccolissima “h” distingue i due nomi agli estremi.

Il DNA balla in Russia, in America, a New York, nel Montana.

Il DNA balla su navi di speranza, vestita da maschio.

Il DNA  traballa indossando scarpe con tacchi fallici.

Annega dentro un bicchiere di vino veritiero o imprime il pennello che macchia di colore tele immacolate.

Il DNA s’inanella dentro corpi dal sangue rovente, bollente come le lacrime versate dentro quel calderone razziale che è L’America.

Il sogno. La libertà non goduta.

Così inizia il libro:

“Il mio primogenito torna qualche volta a trovarmi, in sogno. Penso che lui sia il mio angelo custode. “Mama, Mamichka, Mamanyu, Mamele, ” dice, “devo metterti in guardia…” (…) Il suo è il linguaggio del sogno, il linguaggio dei morti. La sua apparizione è di per sé un avvertimento. Non riesco a ricordare nemmeno la sua voce, ma so che aspetto ha: indossa un alto cappello di seta nera, un mantello di seta foderata bordato di pelliccia. Ha una giacca adorna di zibellino. Una lunga barba. È diventato un uomo – lui che era solo un bebè – ma quell’odore dolce di bebè gli è rimasto sul collo, e nel sogno so che continuerà a essere, per l’eternità, al tempo stesso, un bambino piccolo e un uomo. L’ho perduto, eppure non l’ho perduto. Continua a vivere in un Paese di cui solo la morte ci dà la chiave.”

Fin da subito ho, quindi, capito che non sarebbe stata una lettura da farsi con leggerezza, magari cercando tra le parole, dell’allegra ironia. No. Non sarebbe stata una lettura divertente.

Erica Jong ha scritto un romanzo corale in cui il punto di vista, veritiero e reale, delle donne di una famiglia, che definire turbolenta sarebbe riduttivo, si fonde facendosi un’unica anima che, piano piano, attraverso un secolo, matura in divenire.

La memoria si rivela agli occhi di Sara, come un fascio di luce nebuloso che appare in mezzo alla bruma insicura.

Turner

William Turner, Pescatori in mare (1796);

Il DNA semplicemente diviene, svelando la Storia e indicando la strada, da fare a ritroso prima di poter farla all’incontrario.

Cento passi indietro per poterne poi fare uno in avanti.

Sarah Solomon, la matriarca, rappresentante della prima ondata femminista di inizio secolo scorso.

Pittrice.

Salomè, la figlia di Sarah, intrepida e sfuggente ragazza che calpesta i suoi anni scappando in una Parigi che sta vivendo Les années Folles, s’innamora a perdizione in un clima di salotti anticonformisti.

Scrittrice.

Sally, la figlia di Salomè, una ragazza degli anni Sessanta, che cerca fra le braccia di un uomo il calore di quel padre sopravvissuto al campo di concentramento ma non al suo ricordo.

Musicista.

Sara, figlia di Salomè, che conoscerà la madre solamente a quattordici anni e che dovrà ricomporre la storia della sua famiglia, per poter, auspicabilmente, ricomporre se stessa.

Laureanda in Storia.

In tutto questo, le citazioni della mamma di Sarah sembrano una voce che arriva dall’alto e consiglia attraverso proverbi e aforismi yiddish le mosse da farsi o da non farsi.

Erica Jong ha dato memoria a donne dal vissuto forte, ebree ma non per questo “vittime” di altro se non di loro stesse. Vittime di un retaggio da mettere in discussione, schiave di sentimenti non sempre puri e legali.

Schiave anche, certo, della propria sessualità.

Prigioniere di un desiderio di riscatto, fisico, tangibile, urlato sotto un cielo libero.

Donne forti che, di generazione in generazione, sono andate destrutturandosi perdendo i punti di riferimento, le corazze, la fiducia nei propri piedi.

Madri, figlie, donne, madri figlie e figlie madri.

Georges Seurat

Georges Seurat, , Le modelle, 1888.

Personalità, collettività, contrasti.

Tronchesini, dalle lame fatte di ribellione, spezzano maglie dalla lega fragile, all’apparenza.

Famiglia. Senso d’ appartenenza. Identità singola di un popolo derubato.

L’ultimo anello della catenina d’oro si chiama Sara.

Per ricomporsi ha bisogno di sentirsi come una pallina di mercurio che si attacca all’altra, all’altra, all’altra ancora.

Ha bisogno di sentirle quelle mani che stringono le sue caviglie, mentre sta seduta, malamente,  sulle spalle di colei che l’ha preceduta.

Prende forma, sotto i miei occhi, una piramide fatta da donne, e lei si trova in alto, sulla punta, in precario equilibrio.

Una donna può sentirsi completa assieme ad un uomo, ovvio, ma una Donna deve anche sapere che, per respirare, non ne ha bisogno!

“Se ti capiterà di vivere un brutto momento e ti sembrerà di non farcela, ricordati che sei la figlia di una donna che era la figlia di una donna che credeva profondamente che la forza derivasse dall’accettare le contraddizioni della vita e non dal fingere che la vita non abbia contraddizioni.”

Erica Jong mi ha narrato di dolcezza e di acidità, di amore sussurrato e di sesso onirico, di cibo e di musica, di arte e di squallore.

Con uno stile a tratti brutale, eccessivamente schietto, mi ha immerso dentro una famiglia dai contrasti palesati o nascosti, dentro sentimenti di gelosie, rivalità, sogni e utopie o solidarietà, fiducia, certezza.

Mi ha fatto fuggire dal Dio Denaro, me l’ha fatto schifare, proteggere e temere.

Mi ha fatto nascondere dietro una grande pila di cappotti ebrei.

Mi ha fatto scrivere, la notte, bevendo un calice di vino rosso tiziano, a Venezia, nascosta dietro gelosie chiuse.

Ho dipinto, suonato e composto poesie. Ho respirato l’arte talentuosa esercitata in laboratori che, col tempo, son divenuti gallerie prestigiose dentro grandi palazzi di marmo bianco.

Ho conosciuto falsari, d’arte e di cuore.

Ho letto belle e profonde parole ma anche capitoli sfacciati, di certo non pudici, nudi.

Ho danzato con piedi d’argilla, sotto un cielo carico di pioggia.

“Chi mette il laccio alla gioia, toglie le ali alla vita. Ma chi bacia la gioia in volo, vive un’eterna aurora.”

Erica Jong mi narrato di bambine divenute donne, alcune rimanendo prigioniere del proprio bozzolo di seta scura.

Non solo, mi ha parlato anche di storia, di ebraismo, delle fughe, dei dolori ma l’ha fatto, solo marginalmente, in modo “usuale”.

Il punto di vista che mi è stato offerto è stato quello di donne discendenti dai sopravvissuti e non dalle vittime.

Con provocazione, Erica Jong fa pronunciare a una delle sue protagoniste queste parole:

“Se gli ebrei dovevano ormai guardare a se stessi solo in quanto vittime, allora non aveva forse vinto Hitler?”

Un romanzo sulla parola, sulla memoria, sulla femminilità, sull’amore. Sull’ebraismo, sui ceti sociali, sull’arrivismo, sulla paura e sulla sicurezza.

Un romanzo sulla forza della testimonianza, in parola.

“Sul suo asse arrugginito gira opaca la Terra. L’eco dolorosa dei morenti batte nell’orecchio di Dio.

(…)

Gli dei del perdono se n’erano andati com’erano venuti. Ma il Dio dell’Antico Testamento era rimasto – con la sua voce tonante, e le prove assurde cui sottoponeva Giobbe, Abramo, Isacco e Gesù stesso, finché ne avevano le mani forate e il cuore pieno di polvere.”

Penso che, in questo libro, una cosa sia sviscerata all’inverosimile: la forza delle donne, la loro capacità di distruggersi o di sanarsi.

Noi donne di oggi, siamo frutto di chi ci ha preceduto. Dovremmo essere grate per ciò che in precedenza è stato fatto o non fatto.

Parlare, ricordare, scrivere di donne antiche, che non ci sono più,  è scavare dentro la memoria di ognuna di noi e permettere loro di continuare, attraverso il nostro respiro, a vivere..

La memoria storica permette al DNA di non essere andato perso, di non esser stato vano.

“Sara sogna un angelo dalle ali scure con un alto cappello di seta nera, un mantello di seta foderata di zibellino, nero come la sua lunga barba, e gli occhi color dell’inchiostro come un neonato. Guardandolo, capisce che quello è l’angelo di Sarah Sophia, ma è anche il suo.”

Lisa.

 

Sinossi:

Dalla remota Odessa agli Stati Uniti ripercorriamo la storia del Novecento attraverso lo sguardo di quattro generazioni di donne.

Le protagoniste del libro sono donne straordinarie, dotate di un coraggio eccezionale, impegnate a combattere le ingiustizie, a lottare fino all’ultimo respiro per conquistare la libertà.

È la storia di Sarah Solomon, la matriarca, che nel 1905 per sfuggire alle persecuzioni antisemite decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Qui coglie le enormi opportunità del nuovo continente. Di sua figlia Salome, che ci cala nel fermento della Parigi degli anni Trenta dove conosce Henry Miller e Anaïs Nin, Scott e Zelda Fitzgerald, Picasso, James Joyce, Gertrude Stein ed Edith Wharton.

Di Sally, figlia di Salome, cantante folk, che ci accompagna negli anni della contestazione giovanile, tra i sogni di un’intera generazione che tra droga e musica rock voleva cambiare il mondo.

A chiudere il cerchio è una nuova Sara, nata nel 1978, che recupera la storia della sua famiglia e ricompone, frammento dopo frammento, un quadro d’insieme che le dà il coraggio per affrontare il futuro grazie alla memoria delle donne che l’hanno preceduta.

Titolo: Ricorderò domani. Una storia di madri e di figlie
Autore: Erica Jong
Traduttore: D.Bisutti
Editore: Bompiani; 2 edizione (1 ottobre 2015)
Collana: I grandi tascabili

https://www.amazon.it/Ricorder%C3%B2-domani-storia-madri-figlie/dp/8845244652

 

 

 

 

 

 

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