“Scrittrici e violenza” di Emma Fenu

“Scrittrici e violenza” di Emma Fenu

18 MARZO 2017
Parole e Immagini al Femminile

violenza

Lo ricorderemo a lungo: è stato il primo, ma non sarà l’ultimo.

Lo abbiamo partorito con il sorriso e con le lacrime, con la trepidazione di vederlo pronto a percorrere il mondo.

Mi riferisco al primo meeting di Cultura al Femminile, avvenuto il 18 marzo del 2017, nell’accogliente location del Gogol’Ostello, a Milano.

L’evento è stato strutturato in due parti: nella prima sei membri del gruppo dello staff hanno esposto brevi interventi legati dal tema del femminile; nella seconda si è presentata una mostra fotografica e si è curato un reading di poesie e racconti.

Ecco la bozza del mio intervento.

“Parlerò della la violenza contro le donne, nello specifico come essa venga trattata e argomentata nella letteratura contemporanea.

Non citerò titoli di libri, in questa breve dissertazione: per fortuna, in quanto la loro esistenza e divulgazione rompe le pericolose barriere del silenzio, essi sono numerosi, in varia forma (autobiografia, silloge di racconti o testimonianze, romanzo e saggio) e scritti da autori famosi o da emergenti, pubblicati da case editrici “Big” ma anche da realtà editoriali molto piccole.

Va, inoltre, segnalata la presenza di numerose antologie che, spesso tramite concorsi letterari, riuniscono racconti e/o poesie di autori diversi sotto la bandiera di un unico tema, quello della violenza di genere, appunto.

La violenza di genere non è più un tabù, per lo meno nel mondo dei libri.

Oggi vi parlerò limitando le mie riflessioni alla letteratura al femminile, quindi al contributo di scrittrici, donne pertanto, che hanno affrontato il tema della violenza.

Questa scelta non nasce dall’assenza di una voce maschile in merito, voce che esiste e che è anche apprezzabile.

Ma qui ci proponiamo “una lettura allo specchio”, ossia un’analisi, nei limiti del poco tempo disponibile, della capacità delle donne di raccontare un fenomeno, antico eppur tragicamente contemporaneo, che ci riguarda direttamente in qualità di vittime.

E vittime, se si è donne, per empatia, lo si è sempre, anche quando la violenza non la si ha subita personalmente, ma la si è vista, oppure la si è sfiorata, oppure appartiene alla nostra dimensione inconscia, in termini di paura o di desiderio di ribellione.

Le scrittrici contemporanee sono consapevoli dell’importanza sociale dei propri testi, in quanto le parole possono cambiare il mondo, soprattutto quando si leva il bavaglio di chi per millenni non ha avuto voce, ma ha dovuto prendere parte ad una storia scritta da maschi, spesso solo maschi e non uomini.

La mentalità patriarcale e maschilista che delega la donna all’obbedienza e all’accudimento, limitandone la libera espressione come persona all’esterno delle mura di casa, sembra essere scomparsa.

Sembra, ma non è: essa continua ad esistere in forma subdola, sia in pregiudizi familiari e sociali, sia in stereotipi che proprio la cultura contemporanea, per esempio attraverso i media e social network, veicola quotidianamente.

La mentalità sessista esiste ed essa genera uno scontro con le generazioni di donne che, grazie alle lotte condotte da altre, in passato, sono consapevoli della propria indipendenza.

Ed è da questo scontro culturale, da questa diseducazione alla sana relazione fra uomo e donna, che nasce la violenza, la quale, come attestano i fatti di cronaca, degenera nel femminicidio.

La cultura di matrice patriarcale ha attribuito alle donne la sfera dell’illogico, dell’incontrollabile, dell’oscuro.

I maschi hanno proiettato le proprie paure inconsce, quelle che riguardano la parte oscura che alberga in ciascuno, nelle donne, considerandole o sante, ossia sottomesse ai ruoli previsti dalla tradizione (virgo, mater, vidua) o puttane (o streghe).

Questa dicotomia, che fa parte anche del patrimonio educativo trasmesso da madre in figlia, è difficile da estirpare.

Le scrittrici, donne, si impegnano alla solidarietà e alla non giustificazione dei supposti bisogni o istinti maschili.

Perché la violenza non è amore. Non lo è.

Possiamo definirlo amore malato, ma dobbiamo prestare attenzione ad ogni sostantivo o aggettivo.

La violenza non nasce dal troppo amore, è una deviazione e degenerazione nell’odio e nel desiderio di possesso che non si può scusare in alcun modo. Gli uomini sono esseri pensanti, come le donne e, come queste ultime, rispondono personalmente delle proprie azioni e colpe.

Le scrittrici sono altresì consapevoli che non è violenza solo quella fisica, ma anche quella psicologica, la quale si manifesta in un intento quotidiano di svilire, umiliare, calpestare sogni e speranze, offendere la dignità e trucidare il rispetto.

Il sesso diventa uno dei teatri della violenza, in primis nello stupro, ma anche nel suo compimento come strumento di potere e rivalsa sull’altro, in un mondo dove si deve sottomettere o mercificare per sentirsi vincenti.

La violenza sessuale, infatti, ha radici storiche ancestrali.

Sul corpo delle donne si sono combattute battaglie maschili e la profanazione di quest’ultimo è strettamente legata all’inconscia paura della Dea Madre, ossia della facoltà di creare e generare, non solo con l’utero, insita nel genere femminile.

Eppure i luoghi dell’orrore più comunemente descritti dalle scrittrici contemporanee non si limitano a zone di guerra, pur non mettendo a tacere la verità su quanto accadde e accade nei conflitti, ma si concentrano sulla casa, il luogo dove si dovrebbe essere al sicuro.

E le donne, voci narranti o protagoniste, subiscono sentendosi talvolta colpevoli, talvolta condannate a non avere scelta. Talvolta ridotte a non avere voce, sepolte sotto una croce o scomparse, senza neppure una tomba che le accolga.

Ma, spesso, le storie narrate contemplano una rinascita che dalla metabolizzazione della violenza, che beneficia del potere terapeutico della scrittura o del racconto, porta alla vittoria della vittima che, sentendosi depositaria di un messaggio, diventa testimone.

Questo passaggio del testimone, fra donna e donna, fra donna e uomo, in una corsa iniziata troppo tempo fa, in un fiume di sangue e lacrime, ci porterà ad un mondo migliore, educato alla differenza e alla diversità.

Lo facciamo e lo faremo con le azioni e con le parole.
Lo facciamo e lo faremo indignandoci nelle piazze e piangendo sommessamente.
Lo facciamo e lo faremo leggendo e scrivendo storie, come riunite attorno ad un immenso focolare, a tessere il futuro delle nostre figlie alla luce della luna.
Lo facciamo e faremo. Insieme”.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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