Per chi suona la campana di Ernest Hemingway

Per chi suona la campana

Per chi suona la campana

“Per chi suona la campana”, la guerra civile metafora della vita umana

di Paola Caramadre

Il sangue, la morte, la vita, la coscienza, la speranza, la ribellione, l’amore, la natura, la guerra, la Spagna nella sua essenza.

Ci sono la storia di un popolo, la lingua di una nazione, la tragedia della Storia nella parabola di Robert Jordan, l’inglés, che attraversa, da protagonista, il romanzo “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway. La narrazione, avvincente, densa di flash back, digressioni, pensieri interiori, si snoda per la durata di appena tre giorni eppure assume le proporzioni di un’epopea.

Fin dalla prima pagina si resta agganciati entrando nel cuore del dramma. La narrazione procede in forma ciclica. Siamo intrappolati in un cerchio, non da spettatori, ma da ‘compagni’ perché è immediata l’immedesimazione con i personaggi che Robert Jordan incontra in quella erta zona montana travolta dalla guerra civile spagnola.

In questo romanzo ci sono tutti i registri narrativi, dalla considerazione filosofica alla storia d’amore, passando per una narrazione bellica e d’azione, sconfinando in un romanzo storico. C’è la scrittura di Hemingway che è vera, potentissima protagonista del romanzo stesso. Se Robert Jordan non fosse raccontato dallo stile di Hemingway probabilmente non avrebbe la stessa intensità.

Robert Jordan è uno straniero, è americano, ma per tutti è l’inglés, conosce molto bene lo spagnolo e questo fa in modo che si crei un contatto empatico tra lui e i guerriglieri che incontra. L’incontro determinante per la storia è quello con Pilar, dea madre, dea naturale, mostruosa creatura delle foreste, splendida madre consolatrice. Pilar vive tra gli uomini, impone la sua volontà.

Robert Jordan si vide davanti una donna di cinquant’anni, alta quasi quanto Pablo e larga quasi quant’era alta, con una gonna nera da contadina, un corpetto nero, grosse calze di lana sulle gambe grosse, scarpe nere con la suola di corda e una faccia scura come modello di un monumento di granito. Aveva mani grandi ma belle e i suoi capelli neri, folti e crespi, erano raccolti in un nodo sul collo

Non è solo donna è anche e soprattutto un guerriero. Gli uomini la temono e la rispettano come si faceva un tempo con le figure femminili ancestrali capaci di leggere i segni del destino.

Nemmeno per scherzo – disse la donna – Qui comando io. Non hai sentito la gente? qui all’infuori di me non comanda nessuno.

Pilar è capace di narrare meglio di Quevedo e racconta, racconta della sua vita con i toreri, delle corride, dell’anima più profonda di un paese devastato da una cruenta guerra civile. La guerra è sempre presente insieme all’odore della morte in una tragica spirale che non risparmia le parti. Pilar racconta i primi giorni della rivolta coinvolgendo gli ascoltatori in uno spettrale bagno di sangue guidato proprio da Pablo, il suo uomo e capo della banda che accoglie Robert Jordan. L’americano inorridisce, ascolta sempre più coinvolto e vorrebbe non esserlo. Si interroga su di sé e sul suo compito in quel mondo carico di contraddizioni. Scruta nell’anima degli uomini che incontra e si sente quasi estraniato dalle molteplici anime di quel popolo antico e, a tratti, oscuro. Ascolta il racconto di Pilar e confessa a se stesso:

Preferisco non saperne niente. Ho già conosciuto molti zingari e sono tutti abbastanza strani. Ma anche noi siamo strani. La differenza è solo che noi il pane dobbiamo guadagnarcelo onestamente. Nessuno sa da quali tribù veniamo e che eredità di sangue abbiamo ricevuto, e che misteri c’erano nelle foreste vergini dove vivevano gli uomini da quali discendiamo. Noi sappiamo solo che non sappiamo niente. Non sappiamo niente di quello che ci accade la notte.

Fin dall’inizio della storia, il lettore sa che andrà incontro ad un finale di tragedia, ma questo rafforza il legame tra autore e lettore, sappiamo, di fronte alla fine, eppure siamo così partecipi della vicenda umana e privata di Robert Jordan di essere tutt’uno con lui e attendere il compimento del destino che fin dall’origine sapevamo ci attendeva.

Ricordi, speranze si intrecciano in un unico piano narrativo

In tre giorni, l’americano, giunto tra quelle montagne per compiere un’azione di sabotaggio ritenuta determinante per l’offensiva delle forze democratiche, vive una vita intera. Riflette sulla propria vita, riflette sul suo ruolo di partigiano, dichiara amore per la cultura spagnola a più riprese, ricollega ricordi, tesse a ritroso le trame del suo destino e incontra Maria, la ragazza che Pilar ha preso sotto la sua ala protettrice e che è stata vittima di terribili abusi da parte dei fascisti di Franco. La ragazza con i capelli rasati, ricordo della terribile esperienza che ha vissuto, sembra viva di una pace insondabile. Sembra nascere nell’istante stesso in cui il protagonista la guarda per la prima volta. In tre giorni si completa la loro storia d’amore.

E si addormentò felice.

Ma durante la notte si svegliò e la strinse forte come se lei fosse tutta la vita e gliela volessero portar via. La strinse sentendo che lei era tutta la vita che poteva esserci per lui, ed era vero. Ma lei dormiva profondamente e non si svegliò.

 La drammaticità delle situazioni che il protagonista si trova a vivere e condividere con la banda di Pablo e di El Sordo è totale e assoluta.

I pensieri di Robert Jordan si muovono velocemente, si atterriscono al rumore sordo degli aerei nemici che sorvolano la zona montana in cui sono rifugiati e tutti appaiono come lepri braccate.

La guerra è crudele, la guerra è già persa.

Aveva l’impressione di qualcosa che fosse cominciato normalmente e avesse poi avuto ripercussioni sproporzionate, gigantesche. Era come quando si butta in acqua una pietra e la pietra increspa l’acqua e le ondulazioni ritornano indietro rumoreggiando e accavallandosi come la marea che sale, o come quando tu gridi e l’eco ritorna trasformato in tuono rombante, mortale

Attraversando assi temporali diversi, il passato e il futuro diventano un eterno presente che gira vorticosamente nelle tre giornate di Robert Jordan. La narrazione di “Per chi suona la campana” è un cerchio perfetto che si chiude: tutto accade come da sempre è stato scritto su un tappeto di aghi di pino:

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino.

Sentiva il cuore battergli contro il terreno coperto d’aghi della pineta.

La parabola umana del protagonista è compiuta. “Per chi suona la campana” è una poderosa prova di forza narrativa, un romanzo che assorbe e travolge. Il bene e il male si confondono, una natura ferina afferra alla gola gli uomini e le donne trascinandoli nel gorgo spaventoso della guerra civile.

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