“Addio alle armi” di Ernest Hemingway

“Addio alle armi” di Ernest Hemingway

Recensione di Carolina Colombi

Addio alle armi

Pietra miliare della letteratura contemporanea, Addio alle armi, dello scrittore americano Ernest Hemingway, vede la luce nel 1929.

Libro tra i più significativi del Novecento è romanzo d’amore per definizione.

Ma non è soltanto questo: Addio alle armi è anche altro.

È spaccato di un mondo crudele dove la guerra, in senso lato, occupa un ruolo importante.

Anche se, nel finale del romanzo, sono i sentimenti ad avere la meglio sulla cosiddetta razionalità umana.

Razionalità soltanto apparente, perché in un conflitto, un qualsiasi conflitto, di razionale non c’è nulla.

 

“Al principio dell’inverno vennero le piogge continue e con le piogge il colera. Ma riuscirono a fermarlo e in tutto l’esercito ne morirono soltanto settemila.”

 

Cornice degli eventi di Addio alle armi è la Prima guerra mondiale.

Teatro di un conflitto che ha visto numerosi paesi impegnati sul fronte.

L’America fra questi.

E americano è il protagonista del romanzo, tale Frederic Henry, volontario americano che della guerra ha una visione illusoria.

Idea questa, che non corrisponde affatto alla realtà con cui il giovane si trova a confrontarsi.

Da cui ovviamente rimane deluso, dovendo affrontare una situazione del tutto diversa da quella vagheggiata.

In servizio nei reparti sanitari della Croce Rossa, Frederic è incaricato di trasportare, dalla trincea agli ospedali da campo, i soldati feriti.

Ed è in tale contesto bellico che, fra l’americano e l’infermiera inglese Catherine Barkley, nasce un rapporto d’amore.

Amore nato per caso, o meglio, scaturito dal desiderio, da parte del giovane, di fare dell’infermiera la sua donna.

Anche se presto i sentimenti che uniscono i due si tramuteranno in un legame più duraturo.

 

“Disteso sul fondo del vagone accanto ai cannoni sotto i teli, ero bagnato, gelato e molto affamato. Alla fine mi girai e rimasi bocconi sul ventre con la testa sulle braccia.”

 

La disfatta di Caporetto del 1917 è lo scenario di guerra in cui Frederic deve operare, in qualità di autista di ambulanze.

E, mentre il conflitto appare senza via d’uscita, sfiduciati, i soldati combattono una guerra che non sentono come propria.

La vittoria è lontana, nonostante la propaganda governativa proclami il contrario.

E all’americano spetterà l’incarico di soccorrere i soldati in ritirata.

Sbandati, senza alcun riferimento cui appellarsi, giovanissimi, i militari scappano dagli orrori vissuti in prima persona.

Identica sorte tocca all’autista: anche per lui il destino è uguale a quello dei compagni d’armi.

Evaso, accusato di essere un disertore, Frederic viene fermato sul Tagliamento: si salverà gettandosi nelle acque del fiume.

 

“Verso la metà di gennaio avevo la barba e l’inverno si era avviato in chiare giornate fredde e in rigidi notti fredde. Potevamo di nuovo camminare sulla strada.”

 

Non senza difficoltà il militare raggiunge il lago Maggiore per ricongiungersi con Catherine, con cui nel frattempo ha stabilito un autentico e profondo rapporto d’amore.

Dopo una fuga rocambolesca, arriva a Stresa, e in una traversata notturna, i due amanti transitano per il lago e raggiungono la Svizzera.

Ormai estranei alla guerra, si aspettano che il futuro mostri loro un volto migliore rispetto al passato che si sono lasciati alle spalle.

Purtroppo però, li aspetta un’amara scoperta: il destino non mantiene mai, o quasi, le promesse fatte.

E Frederic si troverà solo, perduto, a girovagare per le strade di una città sconosciuta, e per lui senza alcun significato sentimentale.

Ha soltanto una manciata di ricordi che lo legano a Catherine.

Molto è stato detto di Addio alle armi, ma un aspetto che emerge con forza è che contiene chiari riferimenti autobiografici.

Racconto in cui le vicende si alternano in un crescendo emozionale, fino a toccare un alto picco narrativo nel finale, esplicitato dall’amore dirompente di Catherine e Frederic.

Il tema centrale del romanzo è condensato in un concetto elementare: la precarietà della vita coniugata con l’antica dicotomia amore e morte.

E di fronte a ciò, l’uomo si avverte come impotente.

L’unica cosa per cui vale la pena battersi sono gli attimi di serenità che la vita stessa, di tanto in tanto, elargisce.

In Addio alle armi vita e morte si confrontano in una costante dualità.

Due realtà, sempre in agguato nel corso della narrazione, in cui la storia d’amore si sviluppa in momenti intensi ma troppo brevi, perché i due amanti possano veder concretizzata la loro passione.

Un progetto d’amore che non si realizza, a causa della sorte maligna, di leopardiana memoria.

All’amore fallito di Frederic e Catherine si può dare anche una connotazione metaforica, ovvero, si può intendere il fallimento come l’incapacità di dar vita a qualcosa di significativo, in un mondo abitato soprattutto dall’orrore scaturito dalle guerre.

Considerato il miglior romanzo di Hemingway, Addio alle armi ha riscosso grande successo sia di critica sia di pubblico.

Ma, prima di ottenere tali riconoscimenti, ha dovuto superare ostacoli e difficoltà.

È stato infatti tradotto e diffuso in maniera clandestina da Fernanda Pivano; perché la dittatura fascista lo aveva catalogato come romanzo pernicioso, che descrive la guerra come un evento negativo e inutile.

Attraverso i dialoghi e le descrizioni, Addio alle armi è raccontato con il consueto stile letterario di Hemingway: tagliente, tanto da ricordare un reportage giornalistico.

Sebbene registri anche impressioni nitide, specchio dell’emotività dei protagonisti, oltre che sensazioni dal significato profondo.

Sensazioni trasferite al lettore con abilità, il quale, avvinghiato alle parole che scorrono sulle pagine con registro fluido, è coinvolto nelle vicende narrate.

Non c’è spettacolarizzazione in Addio alle armi, semmai, la cornice letteraria in cui gli eventi sono inseriti rammenta la cronaca, seppur con personaggi plasmati dalla realtà storica appartenente a loro.

Frederic viene descritto come antieroe per eccellenza, un codardo in fuga da una guerra in cui non si riconosce.

In realtà è solo un uomo impegnato a rincorrere il proprio sogno d’amore, che purtroppo non avrà modo di compiersi.

Altra lettura, doverosa, di Addio alle armi, è quella di essere manifestazione dello stato d’animo di una generazione di scrittori, i quali hanno perso fiducia nei valori tradizionali, senza poterli sostituire con altri.

Il patriottismo ad esempio.

Nella fattispecie, il protagonista, rifiuta sia la guerra sia il concetto di eroismo, idea che ogni guerra contempla in sé.

Perché la guerra non è un’impresa eroica, un dovere di patria, ma un’inutile corsa al massacro.

Raccontato con assoluta naturalezza, Addio alle armi rimane libro di assoluta attualità, anche per un altro aspetto che si evince dalla narrazione.

Ovvero la stigmatizzazione della Prima guerra mondiale, costata oltre dieci milioni di morti.

Ne consegue perciò una chiave di lettura che, non solo si presta a interpretare Addio alla armi come racconto dalla forte dimensione affettiva, ma come romanzo intriso di un acceso antimilitarismo.

Consegnando alla letteratura un romanzo intramontabile, il quale merita di essere letto anche più volte.

Il celebre libro ha ispirato più versioni cinematografiche.

Tutte interpretate da attori d’eccellenza hanno amplificato e dato risonanza alla memorabile opera narrativa.

“Un dottore le mise una maschera sulla faccia e io guardai attraverso la porta e vidi un piccolo anfiteatro luminoso della sala operatoria.”

Addio alle armi

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