“Verdi colline d’Africa” di Ernest Hemingway

Verdi colline d’Africa

Nel cuore selvaggio della letteratura

di Valentina Dragoni

Ritratto di Ernest Hemingway

A differenza di molti romanzi, nessuno dei personaggi e degli avvenimenti contenuti in questo libro è immaginario. Chiunque non vi trovi sufficienti interessi amorosi ha piena facoltà, leggendo, di inserirvi qualsiasi interesse amoroso egli, uomo o donna, abbia al momento. L’autore ha cercato di scrivere un libro completamente vero per vedere se il profilo di una regione e l’esempio di un mese di vita descritti con fedeltà possono competere con un’opera di fantasia.

Al momento di scegliere l’opera da recensire per questo mese dedicato a Ernest Hemingway, vero e proprio mostro sacro della letteratura, devo dire che mi sono trovata abbastanza in difficoltà.

Ma nascosto fra gli scaffali delle librerie ho trovato Verdi colline d’Africa e ho pensato che un bel viaggio insieme a questo scrittore fosse il modo migliore per conoscerlo.

Quindi, oltre a recitare un dolente mea culpa perché non ho mai cercato di avvicinarmi alla scrittura di Hemingway in modo attento, lasciando la mia conoscenza di questo scrittore semplicemente alle nozioni scolastiche di letteratura americana, cercherò di porre rimedio alle mie mancanze raccontandovi questo lungo safari in terra africana.

Chiedo perdono a Mr. Hemingway se la mia inesperienza giocherà qualche brutto scherzo durante questa recensione!

Il mappamondo di Ernest Hemingway

Chiunque abbia almeno sentito parlare di Ernest Hemingway sa che passò gran parte della sua vita in giro per il mondo e, per chi ancora avesse questa lacuna, consiglio di farsi un viaggetto nel nostro sito e leggere la bella introduzione di Carolina Colombi.

Questo, e l’idea di leggere qualcosa che parlasse di una vera esperienza e non di storie completamente inventate, mi ha convinto a scegliere Verdi colline d’Africa, diario-romanzo scritto da Hemingway negli anni Trenta e pubblicato nel 1935.

Non si può non essere attratti da un titolo che rimanda all’Africa: questo continente esercita un fascino su tutti noi, è innegabile, con i suoi tramonti infiniti, il caldo che ti toglie il respiro, la libertà selvaggia dei suoi animali, ma anche le tante tragedie dell’uomo che insanguinano la sua terra.

Ma chi si aspetta un libro di denuncia sociale rimarrà deluso: c’è poca traccia delle grandi questioni umane in questo diario. Tutto lo spazio creato dalle parole di Ernest Hemingway è occupato dai maestosi panorami africani e dagli animali seguiti tra le foreste e nelle lande intorno al Lago Manyara, nella regione compresa tra la Tanzania e il Kenya in cui Hemingway si reca per una battuta di caccia grossa tra la fine del 1933 e l’aprile del 1934.

Ernest Hemingway al tavolo di scrittura in Kenya

Storie di caccia e polvere

Il tema principale di questo racconto autobiografico è proprio la caccia, una passione che Ernest Hemingway coltivò per tutta la vita e che sembra sentisse come una metafora della propria attività come scrittore e del suo essere uomo.Come scrive Sean Hemingway nell’introduzione all’edizione che ho scelto:

Come scrive Sean Hemingway nell’introduzione all’edizione che ho scelto:

Per Ernest Hemingway cacciare prede pericolose in Africa rappresentava una prova di coraggio personale; per lui la caccia era uno dei grandi piaceri della vita.1

Con questo viaggio, Hemingway corona un sogno che coltivava da sempre: viaggiare nel cuore di un’Africa ricca di sfide, brulicante di vita e sangue.

La fascinazione che lo scrittore prova nei confronti di questa terra è palpabile nelle descrizioni delle attese tra il fogliame per avvistare un kudu o delle notti passate in tenda tendendo l’orecchio ai rumori lontani della foresta.

E forse proprio perché rappresentava un momento importante della sua vita, Hemingway decise di racchiuderlo in una specie di romanzo/diario in cui troviamo persone realmente esistite presentate con un nome d’arte e situazioni vere rielaborate dal ricordo e dall’emozione del momento.

Un volume diviso in sezioni, Caccia e conversazione, caccia e ricordo, Caccia e fallimento, Caccia e felicità, che sembra percorrere diversi stadi di un’avventura che assume ben presto i tratti di un’esperienza che non è solo un divertimento ma un vero e proprio punto di svolta personale per Hemingway.

Il viaggio intrapreso da Hemingway insieme alla moglie Pauline (fu proprio grazie al ricco zio di lei che il progetto riuscì a vedere la luce) e il loro amico Charles Thompson (il Karl del racconto) si arricchisce così di personaggi a volte farseschi, come l’austriaco Kandisky, altre misteriosi come il portatore M’Cola, somigliante ad una di quelle statue d’artigianato africano la cui espressione resta imperscrutabile come quella di una sfinge.

La sfida del cacciatore e dello scrittore

Così Ernest Hemingway ci costruisce di fronte agli occhi un’avventura africana su due livelli.

Uno è la caccia, questa attività primitiva che risveglia in lui l’istinto primitivo che riporta l’uomo in un contesto dove conta solamente la propria intelligenza animale. E lì seguiamo lui, Pop (ovvero il cacciatore Jackson Phillips), Karl, il portatore M’Cola e la guida Droopy su e giù per le colline, strisciando sulla terra, nascosti dietro un masso a spiare la prossima preda.

Era una mattina grigia e umida. Non pioveva più, ma la nebbia gravava sul terreno e trovammo il lick completamente lavato e senza alcuna traccia nelle vicinanze. Cacciammo fra i cespugli bagnati sul piano sperando di trovare qualche impronta di maschio nella terra molle, e di seguirla fino a intercettarlo, ma non ce n’erano.

L’altro è la scrittura, la narrazione non solo di ciò che accade nelle lunghe giornate passate alla ricerca di prede, ma anche quella delle sensazioni provate, delle relazioni con i compagni di viaggio, della considerazione dell’ambiente che lo circonda.“E lei?”

“E lei?”
“ Mi occupo di altro, io. Ho una vita interessante, ma devo scrivere perché se non scrivo in una certa misura non posso godermi il resto della vita.”
“E lei che cosa vuole?”
“Scrivere il meglio possibile e imparare mentre vado avanti. Nel frattempo, ho la mia vita che mi piace e che è una gran bella vita.”Sono queste la faccia istintuale e quella intellettuale di un’esperienza che ha nella sfida il suo comune denominatore.

Sono queste la faccia istintuale e quella intellettuale di un’esperienza che ha nella sfida il suo comune denominatore.

Hemingway vive la caccia come una prova in cui cimentarsi contro sé stesso e contro l’amico Karl, e vive la scrittura di questo diario come una sfida con la letteratura, componendo un’opera che vuole rappresentare la realtà con il tono del romanzo.

Questo è sicuramente ciò che ho più apprezzato di Verdi colline d’Africa: la cronaca delle giornate passate nell’accampamento o sulle tracce dei rinoceronti è permeata dall’energia inaspettata di questo mondo selvaggio descritto in modo molto pulito, a volte crudele.
Sebbene frutto di tagli e revisioni e ripensamenti, Hemingway è riuscito a dare un taglio per niente retorico a questo lungo racconto, come se lo stesse narrando a noi per la prima volta. Non nego, ci sono segmenti in cui il racconto rallenta e stanca un po’, dove la scrittura perde lo scintillante colore del panorama africano e ci sono dialoghi che sembrano ricostruiti solo in funzione della drammatizzazione . Nel complesso però ciò che emerge è il desiderio di Hemingway di restituirci la versione corretta e “letteraria” di un racconto di prima mano in cui lo scrittore fa finalmente un’esperienza a lungo agognata.

Hemingway e la scrittura

L’esperienza africana diventa la metafora della letteratura: la caccia, l’attesa, il momento clou e le emozioni provate dopo la fine del safari sembrano ripercorrere passo passo i momenti della creazione letteraria.

Ma la presenza della scrittura e del suo significato per Hemingway è anche esplicitamente raccontata.
Uno dei brani principali è proprio quello della chiaccherata tra Hemingway e Kandisky all’accampamento nella quale lo scrittore spiega qual è la figura del narratore moderno e il suo giudizio severo sulla letteratura americana:

“Ecco” cominciai “noi in America abbiamo avuto degli scrittori abilissimi: Poe, ad esempio, è abile, meravigliosamente costruito, ed è morto e sepolto. Abbiamo avuto dei buoni scrittori pieni di retorica che hanno avuto fortuna, viaggiando o ascoltando storie di altri uomini, di conoscere un po’ le cose, le cose reali, ad esempio le balene. Ma questa conoscenza è nascosta nella retorica come l’uva passa nel pudding. Occasionalmente se ne trova fuori dal pudding ed è buonissima: questo è Melville. […] Emerson, Hawthorne, Whittier e compagnia. Tutti i nostri classici ignoravano che un nuovo classico non assomiglia mai a coloro che lo hanno preceduto. […] Ma un classico non può derivare da un altro classico che lo ha preceduto, o somigliargli.”

In questo piccolo discorso ho letto ciò che Hemingway tentava di fare scrivendo un libro come Verdi colline d’Africa: creare un nuovo classico, o meglio iniziare un movimento di rinnovamento della scrittura che forse doveva aderire all’esperienza e dimostrare come anche la semplice cronaca di un’avventura personale potesse essere interessante tanto quanto il più fantasioso dei romanzi.

Il verde un po’ sbiadito delle colline d’Africa

Purtroppo il romanzo non fu accolto da critica e pubblico come Hemingway si aspettava.

Lo scrittore imputò le critiche negative e il poco successo a fattori come la scarsa promozione e il costo, rimanendo molto deluso dal fatto che il suo colpo non fosse andato a bersaglio (come tra l’altro gli era successo diverse volte durante il safari).
Anche il mio parzialissimo giudizio non è del tutto positivo.

Lungi da me guardare dall’alto in basso un mostro sacro come Hemingway, ma posso dire che la lettura di un’opera come Verdi colline d’Africa lascia un gusto un po’ slavato terminata l’ultima pagina.

Il tema venatorio di certo non aiuta: è difficile capire l’entusiasmo provato dallo scrittore, dai suoi compagni e da sua moglie nell’uccidere leoni, rinoceronti e kudu; e non nascondo anche che alcune descrizioni dei colpi sparati agli animali e delle loro morti non sono per stomaci deboli. Ciò basterebbe a scoraggiare un potenziale lettore.

Ho trovato anche prolisse alcune descrizioni paesaggistiche che, seppure abbiano l’intento di rendere giustizia alla maestosità della terra d’Africa, a volte si accartocciano su loro stesse come le foglie riarse durante il periodo secco.

Ma una cosa la salvo: la genuina volontà di Ernest Hemingway di rendere partecipe il lettore di un momento per alcuni versi importante della sua vita di uomo, non tanto di scrittore. Questo libro è non solo una dichiarazione d’amore a una terra e a un modo di vivere che Hemingway di sicuro amava, ma anche un esperimento, il guizzo vivace verso qualcosa di nuovo.

E se è vero che ognuno di noi è fatto di ombre e di luci, magari Verdi colline d’Africa non è il punto più luminoso della produzione di Ernest Hemingway, ma di sicuro è fra quelli che ci restituisce un ritratto genuino (forse) di un uomo che ha saputo mescolare letteratura e vita come pochi altri.

1 Sean Hemingway, Introduzione a “Verdi colline d’Africa”, pag. VIII, Ed. Oscar Moderni Mondadori, 2016.

Informazioni su Verdi colline d’Africa – Wikipedia

Verdi colline d’Africa (Green Hills of Africa, 1935), traduzione di Attilio Bertolucci e Alberto Rossi, Oscar Moderni Mondadori, 2016.

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