Madre. Essere o Non Essere. Pensieri di donne infertili

Pubblicato da Emma Fenu il

Madre. Essere o Non Essere.

Pensieri di donne infertili

di Elisabetta Calabrese

Madre

Si dice che una ragazza con una bambola è una piccola mammina. È forse anche vero che la maggior parte delle madri sono ancora bambine con giocattoli”.
Francis Herbert Bradley, 1846-1924

Tutte in fila, sedute sui loro abitini colorati, hanno le bocche socchiuse per consentire di darle da mangiare. Qualcuna parla e qualcun’altra cammina. Ci sono quelle da medicare e altre da pettinare. Sono bambole.
Ogni bambina ne ha avuta almeno una nella vita. È lì comincia a sperimentare.

Si scopre che l’accudimento è innato. Prendersi cura è biologico. È un istinto animale e di anima. È atavico.

Ma l’inclinazione al materno talvolta viene forzata e qualche volta imposta dalla famiglia e dalla società.

Già il primo regalo di compleanno è un chiaro segnale. Perché è così che la femmina dell’essere umano è costretta a crescere: tra istinto e imposizione.

Variabili come due piatti di un’antica bilancia e le due parti sono sospese da una leva. Il libero arbitrio, il destino, il Karma o forse Dio.

E quando la bambina cresce, spesso vuole diventare madre di una bambola vera. Sente bisogno di generare, di nutrire e prendersi cura della propria creatura.
E se ciò non è realizzabile cosa succede?

Frustrazione e fallimento. Depressione e impotenza. Sentimenti altalenanti e dolorosi bruciano volti di donne che avevano fatto della loro esistenza un nido pronto per accogliere. E quando il nido resta vuoto l’apatia comincia a sciupare le belle giornate di sole.
La visione della Maternità diventa comune.

Non sei madre se non puoi avere figli. Non sei madre se non riesci ad avere figli. Non sei madre se non vuoi figli. La femmina umana senza figli non è madre. Dicono.

Alcune donne si convincono e altre sono obbligate a crederlo. Perché qualcosa sfregia il loro sentire, graffia i loro pensieri. E queste sono segnate nel corpo e nell’anima. Le riconosci da lontano.

Sono quelle dai seni grandi vuoti di latte, quelle con le pance tonde e cave. Ma sono anche quelle con gli occhi grandi e stralunati, quelle con silhoutte dai contorni di tinte scure. Talvolta travestite con abiti sgargianti e sorrisi da clown. Alcune invece appaiono come api regine vergini, uccise da una rivale che ha preso il loro posto all’interno della loro cella.
La loro cella, la loro certezza. Senza quella deperiscono. E la sofferenza nasce quando ciò che dava senso alla loro esistenza viene a mancare.

Un figlio.
Benedetto tu sei qualora arrivassi.
Maledetta me incapace di accogliere.
Benedetta sia la tua manina che stringerà il mio dito.
Maledetta me dai pugni chiusi.
Benedetto sia il profumo della tua pelle delicata.
Maledetta me dalle narici congestionate.
Benedetta sia la tua vocina che mi chiamerà mamma.
Maledetta me dalle orecchie tappate.

Un salmo ripetuto all’infinito. Preghiere e visite mediche. Mantra e punture ormonali. Speranza.
A volte arriva. Altre volte sceglie strade secondarie. O non arriva mai.
Attesa sonnolenta. Il dolore pulsante e mensile sgocciola dalla carne vuota. Sussulti notturni costellano sogni tenebrosi. Il sogno infranto è lutto e la sofferenza della perdita tira verso il fondo della disperazione. Dare sfogo al pianto e la rabbia è fisiologico.

Dopo è necessario risalire dalle proprie profondità e rinascere a sé stesse. Partorirsi.

“Morire, dormire…nient’altro, è come un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne, è soluzione d’accogliere a mani giunte”
W. Shakespeare, Amleto

Quando si portano le mani congiunte davanti al petto, secondo antiche usanze spirituali, si ricongiunge lo spirito con la materia, il razionale con l’intuitivo.

La posizione delle mani giunte, viene considerato un mudra efficace nei casi di frustrazione e indecisione davanti ai bivi che la vita pone costantemente. Portarle al petto vuol dire essere grato alla vita e accogliere ciò che essa, nel bene e nel male, offre.

Accogliere. La parola chiave del Materno. Accogliere vuol dire aprire le braccia all’altro. E l’altro non è necessariamente un figlio.

Aprire vuol dire fare entrare. E far entrare vuol dire accettare ciò che la vita vuole offrirci.
Allora nella propria casa, innanzitutto entrerà la luce che consentirà di guardare, e poi potrà entrare Amore.
Amore per sé stesse. Per cominciare.
La donna senza figli non è madre. Falso.
La donna senza figli è Madre. Vero.
Essere o non essere.
Basta solo scegliere.

Benedette sono le mie mani quando le apro per accogliere.
Benedette sono mie orecchie quando sono pronta ad ascoltare.
Benedetto è il mio olfatto quando riesco a percepire il profumo della primavera.
Benedetta io sono perché sono Madre.

Madre


Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, di letteratura e  iconografia di genere; sono presidente e fondatrice del portale "Cultura al Femminile" e dell'omonima associazione culturale; amministro la pagina facebook "Letteratura al Femminile; scrivo recensioni e articoli per magazine e siti; insegno italiano agli stranieri; tengo corsi di scrittura creativa; organizzo eventi culturali in tutta Italia; sono attiva contro la violenza sulle donne. Ho collaborato come giurata o autrice per varie antologie. Ho pubblicato un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità; una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte; una fiaba contro i pregiudizi sessisti, "Il segreto delle principesse"; una silloge illustrata di filastrocche sul concepimento e sull'adozione, "E' da una fiaba che tutti arriviamo"; un saggio storico antropologico su Maria Maddalena, "Nero e rosso di Donna. L'ambiguità della femminilità".

1 commento

soavi gabriella · 24 aprile 2017 alle 13:55

interessante e condivisibile ;però solo in parte poichè sono madre tre volte e non posso sensibilmente comprendere disagi che non ho provato. Non dimentichiamo mai,però, che essere madre è in corresponsabilità con l’essere padre,che sembra fuori tema ma non lo è.

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