Trattato di pedagogia di una mamma (molto realistico)

Trattato di pedagogia di una mamma (molto realistico)

di Imelde Genito

 

mamma

Io, a quelle che dicono che mamme si nasce, che è un’abilità innata, lancerei con violenza l’intera raccolta annuale di “Io e il mio bambino”, rilegata in cemento armato.

Mi domando: chi dice che le mamme sanno la cosa giusta da fare, che il loro istinto le guiderà verso le decisioni migliori per il proprio frugoletto, ha mai provato lo stato confusionale in cui si versa dopo numerosi e ripetuti risvegli?
Secondo me no.

Prima di diventare mamma, io ho studiato.

Mica sulle riviste insulse (del tipo, appunto, “Io e il mio bambino”), io mi sono documentata: ho letto Bruno Bettelheim, ho letto Winnicott, la Montessori, Estivill e, persino, la Tata Lucia.
A livello teorico ero preparatissima. Ho stabilito tutto il da farsi come se si trattasse dell’invasione di un territorio nemico, non ho tralasciato nessun aspetto dell’impresa.

Punto primo: l’alimentazione.

mamma

Ho deciso che avrei allattato ad oltranza, fino a quando il pupo mi avrebbe chiesto, coniugando persino i congiuntivi, se gentilmente avrei potuto preparargli per cena il risotto ai porcini.
Non avevo immaginato che le mascelle di un neonato, coperte da tenera gengiva, se strette attorno ad un capezzolo possono provocare dolori tanto lancinanti da evocare allucinazioni.
E nemmeno mi si era palesata l’idea che, per allattare, avrei dovuto trascorrere molti mesi della mia vita con camicette scollate, che permettessero di avere i seni al vento in men che non si dica.
Figuriamoci se potevo anche solo prevedere che allattando avrei avuto, letteralmente, gocciolamenti di latte dalle ginocchia: quando è ora del pasto, se non si provvede subito a fornirlo al piccolo tiranno, il latte comincia a colare copioso e mi è capitato di trovarmi persino i pantaloni bagnati nel bel mezzo di un supermercato.

Punto secondo: le deiezioni.

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Avevo deciso che la “santa popò” del frutto del mio grembo sarebbe stata raccolta solo da pannolini ecosostenibili, perciò riutilizzabili.
Sono divenuta un’ecointegralista, una fondamentalista della religione del riuso e del riciclo.
Ora aborro la plastica e tutti i suoi derivati inquinanti, cerco di evangelizzare chiunque conosco parlando di pannolini lavabili e persino coppette mestruali, anche se questi hanno rappresentato, ammettiamolo, complicazioni in alcuni momenti.

Ho la prova che la maternità è davvero uno spartiacque.

Prima di diventare mamma, cacca e vomito sono argomenti schifosi da evitare come la peste in una conversazione.
Dopo essere diventata mamma, cacca e vomito diventano i trend topic di ogni incontro con altre donne, che lo vogliano o meno.
Spaventerete tutte le vostre amiche, le allontanerete in pochi istanti, perché senza farci caso vi sembrerà meraviglioso farle partecipi della consistenza e del colore delle evacuazioni del vostro piccolo.

Punto terzo: la nanna.

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Dopo una revisione sistematica di tutta la letteratura sul tema, mi ero proposta di diventare una mamma high contact.

Avrei dormito con il mio cucciolo d’uomo, soddisfacendo il suo bisogno di accudimento e prossimità.

Con il primo figlio, la paura di schiacciarlo inavvertitamente come un brufolo durante il sonno mi ha portato a sistemarlo in cameretta da solo dopo due mesi, trascorsi voracemente attaccato al seno 12 ore.
La mia secondogenita è stata appesa ad un’amaca sulla mia testa per un mesetto, poi la gelosia omicida del fratellino mi ha costretta a spostarla in camera con lui dopo tre settimane.

L’ultimo nato mi ha sempre considerato niente di più che un oggetto su cui puntellarsi con gomiti e piedi, sul quale fare perno per compiere rotazioni acrobatiche durante il sonno, a discapito della mia salute.

Questo significa che io e lui non possiamo condividere lo stesso giaciglio se, al mattino. non voglio svegliarmi coperta di ematomi viola come un dalmata.

Punto quarto: l’educazione.

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I nostri nonni hanno utilizzato l’autorità, il mantenimento delle distanze e la vergogna come armi con cui instillare il rispetto nei propri figli.
I nostri padri, più libertini, hanno provato con qualche minaccia e con i castighi.

La nostra generazione ha scoperto i traumi infantili e perciò cerca di fare attenzione ad ogni parola rivolta al proprio figlio, al messaggio che trasmette con il linguaggio verbale e non.

Io ho ben presente tutta questa saggezza pedagogica eppure, non so come, mi ritrovo a dire al mio piccolo: “ora ti vesti, sennò arriva il vigile con l’ambulanza, che ti fa portare al reparto bambini capricciosi dell’ospedale, dove ti fanno una puntura dietro l’altra”.

Il fallimento, insomma. L’apoteosi degli errori educativi.

Ci sarebbero almeno altri dieci aspetti della maternità su cui avevo un piano preciso e, secondo me, infallibile.

Ho scoperto, invece, che ogni mamma è un essere umano.

Il suo istinto ci azzecca o sbaglia come quello di qualunque altro e che l’unica cosa che conta, nell’agire, è la consapevolezza che tra qualche anno rideremo di noi stessi. A crepapelle.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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