“Querido Miguel” di Anna Fresu

“Querido Miguel” di Anna Fresu

Contest Lettere al Femminile

Querido Miguel

Querido Miguel,

ti scrivo nella lingua di mia madre che è anche la tua lingua madre, quella delle ninne nanne e delle parole che ti sussurravo quand’eri bambino.Quand’eri poco più grande ci siamo sforzati di parlarti in castellano perché ti riconoscessi nel paese che ci aveva accolti. Perché andassi bene a scuola e avessi un futuro meno difficile del nostro presente.

Sei stato bravo, Miguel.

Quante volte l’hai portata tu la bandiera bianca e celeste come il migliore della tua classe!

Com’eravamo orgogliosi tuo padre ed io!

Poi, per anni, tuo padre ha lamentato quest’orgoglio, ha detto che ci saremmo dovuti accontentare, che quell’orgoglio di imparare, di capire, di sapere, quella smania che ti è venuta di volere che questo fosse possibile per tutti, per quelli come noi e per quelli che stavano peggio di noi, è questo che ci ha portati alla rovina.

Prima anche io ero d’accordo con tuo padre, volevo una vita tranquilla, volevo vederti crescere, diventare un signore, avere una bella casa e una bella famiglia. Ma poi, con il tempo, ho capito. Avevi ragione tu, Miguel. Tutto quello che ci succedeva, tutto quel male, era anche il frutto della nostra ignoranza.

Ora che sapevo, quanto avrei voluto parlare con te!

Perché sei stato tu e gli altri ragazzi e le ragazze come te, voi che sarete ragazzi per sempre, che ci avete fatto crescere.

È vero, sai, quello che si dice: che siete voi figli che ci avete partorito. Noi, che oggi siamo altre da quello che eravamo. Ed è stato un parto difficile, doloroso, per noi e soprattutto per voi. Noi, le madri, donne come me che conoscevamo solo la casa, la famiglia e poco e niente sapevamo del mondo là fuori, abbiamo imparato a resistere, a lottare sì, anche contro quella morsa tremenda che ci attanagliava le viscere, il petto, che ci paralizzava.

Abbiamo imparato a non arrenderci, dovevamo sapere ad ogni costo dove vi avevano portato, dove avevano seppellito i vostri corpi. Volevamo, a tutti i costi, denunciare i vostri torturatori, i vostri assassini. Non è stato facile, sai, c’è voluto tanto tempo. Ma mai, mai abbiamo rinunciato.

E non lo faremo mai finché tutta la verità sia rivelata, finché l’ultimo di loro sarà condannato.

Non è vendetta, no, è voglia di giustizia.

Locas ci hanno chiamato, pazze, e così ancora ci chiamano.

Siamo diventate vecchie, alcune di noi non ci sono più, ma non abbiamo mollato. Non molleremo finché non avremo giustizia per tutti voi, i nostri figli desaparecidos, i nostri ragazzi e le nostre ragazze a cui hanno rubato il futuro. Per quel futuro che hanno rubato al nostro Paese.

Non voglio scriverti troppo, tanto tu queste cose le sai, ma è assieme alla lotta l’unico modo che ho per parlarti ancora, per sentirti ancora con me.

Fino alla fine dei miei giorni.

Domani metterò in testa il mio fazzoletto bianco e con le altre Madres marceremo ancora in tondo sulla Plaza de Mayo e questa lettera la porterò con me. Poi l’affiderò alle acque del nostro rio-mar sul cui fondo giacciono tanti corpi oltraggiati ma non dimenticati.

Getterò un fiore nel fiume e, ancora una volta, sempre, dopo il tuo nome griderò: PRESENTE

Tua madre

Maria Cristina Sferra

Maria Cristina Sferra, giornalista professionista e graphic designer. Insaziabile lettrice, scrive per lavoro e per passione. Autrice indipendente, ha pubblicato il romanzo “A mezzogiorno del mondo (una storia d’amore)”, la silloge poetica “Il soffio delle stagioni”, la raccolta di racconti rosa “L’amore è una sorpresa”.

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