“Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo

“Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo

Commento di Carolina Colombi

Jacopo Ortis

È il 1802 quando Ugo Foscolo dà alle stampe una nuova stesura de Le ultime lettere di Jacopo Ortis.

Autore prolifico, il Foscolo ha lasciato un’impronta importante nel panorama letterario.

Alla sua vasta produzione ben presto s’intreccia una vigorosa passione politica.

Nato nel 1787 a Zante, territorio allora appartenente alla Repubblica Veneta, Foscolo è poeta dalla spiccata sensibilità preromantica.

Tuttavia, senza sconfessare la sua formazione squisitamente illuministica.

Romanzo epistolare, com’era in voga sul finire del Settecento, Le ultime lettere di Jacopo Ortis ha in sé una chiara matrice autobiografica.

I personaggi principali che animano la narrazione sono due patrioti, uniti dal destino che li vuole entrambi esuli.

Ma, il protagonista delle 62 missive contemplate nel romanzo, non è Jacopo, autore delle lettere, e neppure Lorenzo Ardivani, destinatario e custode di tale corrispondenza.

Protagonista è il carteggio che si sviluppa fra i due, nel quale Jacopo esterna emozioni e sentimenti.

Sia d’amore sia politici. Giovane ufficiale dell’esercito napoleonico, Jacopo assiste, senza poter intervenire sugli eventi, al crollo dei suoi ideali e su un sogno d’amore a lungo vagheggiato.

Costretto a riparare sui Colli Euganei per sfuggire agli Austriaci, dopo il trattato di Campoformio, che ha visto la città di Venezia cadere in mano agli Austriaci, l’Ortis vede andare in frantumi le proprie aspirazioni.

Durante il suo esilio incontra Teresa di cui s’innamora perdutamente.

Sogno d’amore destinato però a infrangersi, perché la giovane deve andare in sposa a Odoardo, un nobile.

Non spinta certamente dall’amore che nutre per l’uomo ma, su indicazione del proprio padre, da motivi di interesse.

Dopo aver strappato un bacio furtivo a Teresa, che agli occhi di Jacopo si rivela come la donna angelicata, il giovane si vede costretto a partire.

L’impossibilità di intrecciare con Teresa un duraturo legame d’amore gli si palesa in tutta la sua crudezza.

“Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gaio, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi: il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai…”

Nella sua peregrinazione l’Ortis visita alcune città italiane, e da ogni luogo spedisce una missiva a Lorenzo, per mezzo della quale esprime i propri moti interiori.

Oltre che dissertazioni suggeritegli dal proprio sentire.

Di passaggio a Firenze, a Santa Croce, visita i sepolcri dei grandi del passato, mentre a Ravenna si sofferma sulla tomba di Dante.

E proprio alle tombe Jacopo dà un significato ben preciso: sono simboli sia di disfacimento sia di devozione verso i grandi scomparsi.

La meditazione di Jacopo si concentra poi sullo squallore di cui la politica dell’epoca è intrisa, sulla storia nazionale e infine sulla condizione degli intellettuali.

E l’incontro con il Parini a Milano, mente illustre, gli dà modo di fare un’analisi introspettiva e di indicare se stesso come suo erede.

Di Parini, simbolo di eloquenza, l’Ortis ne esalta l’impegno morale e civile, e in una lettera spedita a Lorenzo si fa testimone delle lamentele del pensatore.

Attraverso le parole di Jacopo, il poeta denuncia anch’esso la crisi delle arti e della letteratura, come quella morale di cui la politica è intrisa.

Altro motivo che sollecita l’Ortis-Foscolo a dare sfogo al suo malessere emotivo.

Travaglio, che permette al suo disagio esistenziale di essere tramite con il contesto storico in cui i fatti sono compresi.

In seguito, quando viene raggiunto dalla notizia del matrimonio di Teresa con Odoardo, Jacopo si sente perduto.

Si rifugia ancora sui Colli Euganei e si dà la morte; e pugnalandosi conclude miseramente la propria esistenza.

Suicidio raccontato da Lorenzo, accompagnato da riflessioni di Jacopo, tutte imperniate su una disperata visione della natura e della storia.

Il suicidio di Jacopo, preannunciato fin dall’inizio della narrazione, non solo è frutto dell’insuccesso amoroso.

Ma è anche mezzo di protesta della rovinosa caduta di speranze e ideali in cui il giovane confida.

Jacopo Ortis

Immagine web

Nella prima parte del romanzo Jacopo è persona entusiasta per il bacio ricevuto da Teresa, che sembra annunciare il fiorire di un amore.

Amore concepito dal poeta come una forza positiva, capace di dare origine alle più alte manifestazioni dell’animo umano.

Trasfigurato dal sentimento che lo avvicina alla sua amata, Ortis partorisce nobili pensieri.

Il suo animo è benevolo verso il prossimo, ed è in armonia con gli uomini e con la natura. Il suo temperamento è sereno, e vede le proprie vicende esistenziali meno drammatiche.

L’Ortis non pensa al domani, ma gli arride il pensiero che la fortuna lo possa favorire.

Strettamente legato al tema dell’amore è il concetto di poesia, a cui Jacopo attribuisce una funzione eternatrice, intesa come dono supremo offerto agli uomini.

Preda della passione amorosa Ortis è immerso in uno scenario idilliaco, che inevitabilmente lo porta a disquisire sulla natura.

Sdraiato sulla riva del lago, in contemplazione, concepisce immagini di pura bellezza.

Con descrizioni di carattere preromantico, la raffigurazione plastica della natura è rappresentata in tutto il suo splendore, arricchendo la narrazione.

Al tripudio della natura il Foscolo accosta l’idillio delle stagioni dell’amore. Che, unite all’amicizia e all’incanto del creato, offrono consolazione ai tormenti dell’Ortis.

“O Lorenzo! Sto spesso sdraiato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.”

Inebriato dal bacio di Teresa, con l’illusione che il suo amore sia ricambiato, il paesaggio elegiaco in cui Jacopo si trova immerso evoca in lui figure mitologiche: divinità dei boschi e dei fiumi.

Da qui, ecco le descrizioni di uno scenario che gli si offre come un luogo popolato di “Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose” accompagnate dalle Muse.

Oltre che da Amore e dalle Naiadi che escono dalle acque “con le chiome stillanti su le spalle rugiadose.”

Dopo aver richiamato a sé il mondo classico, idealizzato come un paradiso di armonia e serenità, Jacopo è riportato alla realtà dalla filosofia illuminista.

La quale gli rammenta che tali concetti sono solo illusioni.

Concetto il quale, come si evince nella seconda parte dell’Ortis, in cui vengono messi in luce i punti di contrasto tra Foscolo e la filosofia del suo tempo.

Tutto è illusione, secondo l’alter ego del Foscolo.

Anche la presunzione di chi, come gli illuministi, ripongono fiducia incondizionata nel razionalismo.

Ed è proprio la realtà interpretata dalla filosofia illuminista, a ricordargli che gli ideali in cui ha sempre creduto sono mere illusioni.

Concepite da Jacopo non come strumenti per evadere dalla realtà sono stimoli per affrontare i problemi in modo costruttivo. Da ciò gli uomini dovrebbero trarre conforto, oltre che la forza per credere e far fronte all’umana disperazione.

“Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o nella rigida e noiosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.”

E la Storia? Come viene osservata da Jacopo?

Ai suoi occhi appare priva di giustizia e di progresso, e perciò permeata da un pessimismo universale.

E da tale idea, ecco prendere spunto un’ampia critica sociale.

Che si concretizza nell’indignazione di una generazione delusa dalle speranze rivoluzionarie. Che, se si fossero realizzate, avrebbero portato a un’Italia unita e libera dalla dominazione austriaca.

Infine, che dire di Jacopo e Lorenzo, le due principali figure del romanzo?

Patrioti, uniti dalla stessa sorte, comunicano attraverso una fitta corrispondenza.

Descritto come un eroe titanico e animato da sentimenti vivaci e indomabili, Jacopo contempla in sé il sentire del Foscolo.

È raffigurato come un uomo che non vorrebbe accettare lo status quo in cui è costretto a vivere.

Ma è obbligato a soggiacere a un presente che non gli appartiene.

Soprattutto non può esternare il proprio eroismo, che vorrebbe invece esprimere con enfasi.

Indotto ad accettare una realtà in cui non si riconosce, Jacopo vede svanire ogni suo ideale, di patria come d’amore.

Diviso fra pessimismo e nobili passioni, è un soldato che preferisce infliggersi la spada nel petto, piuttosto che scendere a patti con la propria onorabilità.

Nonostante le lettere presentate nel romanzo siano soltanto quelle di Jacopo, e non le risposte di Lorenzo, anch’esso è figura di rilievo nella dinamica del romanzo.

In quanto interlocutore e destinatario delle lettere.

Ma anche editore cui spetta il compito di stendere la premessa e inquadrare i fatti narrati, oltre che tessere le lodi dell’Ortis. Esortandolo a staccarsi dalle passioni terrene.

Ed è attraverso i corsivi, che Lorenzo connette lettere e scritti frammentari dell’amico. E, con commossa partecipazione, ricostruisce i suoi ultimi giorni di vita.

Il romanzo del Foscolo è strutturato intorno a una doppia voce narrante. Cui corrispondono due livelli e due tempi di narrazione.

Jacopo infatti descrive gli eventi nel momento in cui accadono.

Li vive sulla propria pelle e ne fa un resoconto intenso e drammatico. Lorenzo invece, ne fa un racconto oggettivo.

Da cui la duplice narrazione, la quale si ripercuote a livello stilistico.

In quanto tale si può individuare un differente registro espositivo fra le lettere di Jacopo e la narrazione di Lorenzo.

In Jacopo si evince la spontaneità di una confessione, con forme espressive diverse. Dal sublime al colloquiale.

Il tono è in prevalenza poetico e la prosa appassionata, con punte enfatiche e solenni.

In uso a Lorenzo è un lessico aulico, seppur distaccato.

A scandire il succedersi degli eventi politici e sentimentali di Jacopo oltre le sue lettere, sono anche altri inserimenti presenti nel testo. Uno dei quali è porzione del romanzo a cui Jacopo sta lavorando. Oltre a frammenti di missive destinate a Teresa e mai spedite.

La tecnica epistolare usata è però motivo di discontinuità narrativa.

Sebbene consenta la trattazione di un’ampia varietà di tematiche: riflessioni sull’amore, excursus politici e filosofici, descrizioni paesaggistiche.

Le quali permettono al lettore di avere una visione d’insieme dell’epoca in cui i fatti sono compresi.

L’atmosfera che trapela dal testo è un lento insinuarsi degli ideali romantici combinati con quelli illuministici.

Ispirato da Nuova Eloisa di Rousseau Le ultime lettere di Jacopo Ortis fruisce però di un riferimento più esplicito: I dolori del giovane Werther del Goethe.

Ma Foscolo rifiutò tale critica, difendendo l’originalità della propria opera. Dichiaratamente prodotto autobiografico, la definì coacervo di passioni diverse.

A differenza di Goethe, che ha concepito l’unità espressiva centrata solo sulla passione amorosa.

Infine, per completezza dell’interpretazione dell’Ortis, è opportuno chiedersi cosa comunica oggi l’opera del Foscolo?

Nonostante la sua valenza di pensatore e poeta rimanga immutata nel tempo, qual è il messaggio che si può estrapolare dall’Ortis, scritto di un passato lontano?

Il tono eccessivamente enfatico impedisce di far arrivare ai giovani il messaggio intrinseco del romanzo.

Senza permettere loro di apprezzarlo a pieno.

Gli ideali di patria, di cui si racconta nel testo, sono desueti.

Non fanno ormai parte di una società tesa a proporre altri valori. Valori, difficilmente intesi da una gioventù rivolta a far propri altri obiettivi: successo e denaro, fra questi.

Modelli suggeriti da una società in cui si dà maggior importanza all’apparire piuttosto che all’essere. Ciò senza ovviamente voler generalizzare e includere tutti i giovani in un’unica categoria.

le ultime lettere di Jacopo Ortis

Immagine Wikipedia

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