Contest Amarcord: “Una persona adorabile” di Mery Carol

Contest Amarcord: “Una persona adorabile” di Mery Carol

Era d’agosto, caldo e afoso come mai in Basilicata.

La visita alla nonna fu breve perché, appena arrivati, il mio bambino di tre anni e mezzo si ammalò di tonsillite. Tre giorni e tre notti in preda a febbre altissima, controllata a stento dalle suppostine di Uniplus.
Pino a tratti si assopiva, a tratti piangeva e invocava il papà. La nonna mortificata si sentiva quasi in colpa e recitava rosari dopo rosari alla Vergine di Pompei implorando il suo materno soccorso. Le zie cercavano di distrarre la mia secondogenita di due anni, la quale, sentendo il fratellino invocare il papà, per non essere da meno, si profuse in una lagna continua e inconsolabile.
Mio marito, impegnato in un corso di formazione a Salerno, non si sarebbe potuto muovere prima di un paio di settimane. Decidemmo, pertanto, che sarebbe stato meglio tornare a casa il più presto possibile.
Al quarto giorno il bambino sfebbrò, ma si stava ammalando la piccola.
La nonna, ovviamente, avrebbe desiderato che restassimo a lungo con lei, ma concordò con me che era opportuno partire e riportare i bambini dal loro amato papà.
Ridussi il bagaglio allo stretto necessario e intraprendemmo il viaggio di ritorno.
Lo zio Daniele ci accompagnò in macchina alla stazione. Ci aiutò a sistemarci in una carrozza di prima classe del diretto Taranto-Napoli e, non senza una certa apprensione, ridiscese sollecitato dal conduttore che si chiuse alle spalle il portellone.
Lo scompartimento era vuoto e noi occupammo comodamente tre posti. I bambini, abituati ai viaggi in treno, si misero a loro agio e ben presto si addormentarono.
Di lì a poco, il controllore guardò i nostri biglietti e chiuse la porta scorrevole.
Finalmente un po’ di relax! Ero molto stanca. Chiusi gli occhi ignorando il paesaggio che di solito amavo rincorrere con lo sguardo.
In meno di un’ora il treno arrivò alla stazione di Potenza Inferiore. Salirono molti viaggiatori, che vidi passare nel corridoio, diretti nelle carrozze di seconda classe; in prima non si fermò nessuno. Un uomo che era passato qualche minuto prima, ritornò sui suoi passi e si fermò a ridosso della porta scorrevole. Guardò all’interno verso di noi e, con un ampio sorriso, chiese il permesso di entrare. Mi aveva riconosciuta ed io riconobbi lui. Era Vittorio, il figlio della comare Sofia.
Da ragazzi avevamo abitato fianco a fianco tanto che, quando mio nonno starnutiva, suo nonno, di là dalla parete della cucina, diceva: «Salute!»
Erano anni che non ci vedevamo e quell’incontro casuale fu davvero piacevole. Mi abbracciò, badando di non svegliare i bambini.
Saputo che ero sola, chiese di poter sedere di fronte a noi. Se fosse passato il controllore, avrebbe pagato la differenza sul costo del biglietto.
Mi fece un sacco di complimenti per com’ero carina e per i bellissimi bambini
Chiese dove fossimo diretti. Ci scambiammo notizie delle famiglie e del lavoro di entrambi. Io dissi che sarei scesa a Salerno, dove sarebbe venuto incontro mio marito per poi proseguire insieme per Benevento. Lui era diretto a Napoli dove lavorava alle Poste. Aveva due bambine di quattro e sei anni di cui mi mostrò con orgoglio le foto. La moglie faceva la mamma a tempo pieno.
Mi lasciai coinvolgere in un divertente “amarcord” dalla sua voglia di parlare e di scherzare.
Gli pareva impossibile che io non ricordassi certi episodi o certi nomi, meglio, soprannomi, ben conosciuti in paese. Si dilungava in mille particolari finché io non ammettevo: «Ah si, ora mi ricordo!»
I bambini, uno dopo l’altra, si svegliarono e dettero l’assalto allo scompartimento. Si arrampicavano fin dove potevano, salivano e scendevano dai sedili, aprivano e chiudevano la porta scorrevole. Presa confidenza con “l’ospite”, si esibirono in una grande varietà di prodezze. Passavano con disinvoltura dalle mie ginocchia a quelle dell’amico Vittorio. Più lui mostrava di apprezzare, più loro esageravano. Sfoderarono tutto il loro repertorio di domande e di risposte, boccacce, filastrocche e canzoncine.
Prima dell’arrivo a Salerno, lo chiamarono più volte “zio” e lo invitarono a venire a casa nostra.
Vittorio ringraziò: proprio non poteva accettare l’invito poiché doveva presentarsi al lavoro, ma sarebbe sceso volentieri dal treno durante la sosta, per conoscere il papà dei bambini.
Ci preparammo per scendere.
A causa di certi lavori in corso il treno rallentò ben prima di entrare in stazione e, infine, si fermò. Io mi affacciai dal finestrino sicura di vedere mio marito sul marciapiedi ad aspettarci. Non lo vidi.
Il mio amico scese con noi reggendo Rossella in braccio e Pino per mano. Non aveva con sé alcun bagaglio. Mi guardavo intorno cercando mio marito, quando mi sentii chiamare da un ferroviere:
«Signora M! Siete voi la signora M? Vostro marito si scusa, è stato trattenuto. Se volete, vi accompagno io al treno. Datemi il bagaglio».
Vittorio notò che ero molto contrariata e si offrì di accompagnarci affermando che avrebbe preso il treno successivo.
Ringraziai cercando di dissuaderlo. Non volevo che arrivasse tardi in ufficio. Egli insistette anche perché -spiegò- il suo orario di lavoro non era tassativo. Sarebbe potuto arrivare più tardi senza alcun problema.
Rivolto al ferroviere disse:
«Porto io i bambini» e ci dirigemmo al treno in partenza per Benevento. Avrebbe voluto offrirci qualcosa al bar della stazione, ma avremmo rischiato di perdere la coincidenza.
Vittorio ci aiutò a sistemarci in treno; ci promettemmo di incontrarci al paese con le rispettive famiglie; un abbraccio affettuoso e scese dal treno. I bambini affacciati al finestrino gli fecero ciao chiamandolo “zio”. Il treno aumentò la velocità e Vittorio sparì dalla nostra vista.

Appena giunti a casa, preparai una minestrina per i piccoli, che la divorarono e subito dopo si addormentarono. Dormirono fino a tarda sera. Mangiarono una zuppa di latte e biscotti e ripresero a dormire fino al pomeriggio seguente.
Non si accorsero del rientro a casa del papà né della successiva partenza per Salerno.
Mio marito tornò a casa per il weekend e i bambini lo accolsero con grandi feste facendo a gara a chi doveva salire per primo sulle sue spalle.
Entrando, aveva posato la valigia a terra e una copia del Mattino su una sedia. Il giornale era aperto alla pagina della cronaca di Napoli.
Il papà, a quattro zampe, era pronto per scorrazzare i bambini per la casa. Rossella era già in groppa, quando Pino fu attratto da una foto riportata dal giornale.
«Mamma, guarda, c’è zio Vittorio!»
Ebbi un tonfo al cuore nel leggere il titolo dell’articolo: “Ragioniere disoccupato travolto da un treno della Circumvesuviana. Lascia la moglie e due figlie in tenera età”.

Era proprio lui, adorabile Vittorio!

Un commento:

  1. Mi hai commosso

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