Intervista a Rita Francese, autrice de “La madre di Ettore”

Intervista a Rita Francese, autrice de “La madre di Ettore”

di Emma Fenu

Rita Francese

C’era il sole, quel pomeriggio di maggio, a Salerno. Una donna bionda, dagli occhi azzurri, mi strinse la mano, accompagnando il gesto con un sorriso. Le mani si lasciarono, il sorriso rimase, nei minuti a seguire.

Rita Francese è bella, altissima, solare. Irradia luce e calore.

Mi fece dono del suo libro, definendolo “bello”, con la tenerezza che si ha per i propri figli.

Il libro non è “bello”: è molto di più. Crudo, appassionato, delicato, commovente, irriverente, disperato, ironico.

Oggi ho l’onore di intervistarla, la madre di Ettore che dà il titolo al romanzo testimonianza.

Ettore, il cui vero nome è Oreste, è un ragazzo meraviglioso con una grave forma di autismo.

Questa che leggerete è la storia di una madre, di un figlio, di due vite in una. Leggerete e non sarete più gli stessi.

Ciao Rita, benvenuta nel salotto di Cultura al Femminile. Iniziamo subito: ti farò domande lapidarie e le risposte correranno libere fra chilometri.

Cosa è oggi essere mamme?

Ciao Emma, felice di essere qui.

Nessuno ti insegna ad essere mamma.

Vai per tentativi ed errori, sperando di commetterne pochi e non così disastrosi.

Cerchi di essere amica, perché bisogna essere comprensivi e stare loro vicino, facendogli sentire il nostro calore.

Cerchi di essere compagnia di giochi, perché devono sentirsi a loro agio, amati e devi fargli “tanti solleticoni” per creare il contatto fisico.

Sono deboli psicologicamente, possono abbattersi. Devi motivarli, incoraggiarli. Quindi, anche personal trainer. Fare in modo che la loro autostima aumenti…

Ma, allo stesso tempo, quando non si scherza, devi essere autoritaria.

Insomma, cosa devi essere non lo sai. Cammini sugli specchi.

Iosperiamochemelacavo vale anche per noi mamme.

Cosa è, nello specifico, essere mamma di Ettore/ Oreste?

È molte cose.

Rita Francese

In primis, una grande gioia: essere amata in modo incondizionato da uno che ti guarda come se tu fossi la sua vita (perché è vero, lo sei) è unico.

È anche grande responsabilità.

Uno psichiatra una volta mi ha detto: “Lei non sa cosa gestisce.”

 Io lo so benissimo: una bomba termonucleare radioattiva.

Ma non ho altra scelta.

Quando è stato ricoverato, lo stavano facendo morire perché gli somministravano con incuria le medicine e lui è molto delicato.

Gli effetti collaterali dei farmaci possono farlo ammattire o morire di epilessia.

È una reponsabilità perché è tanto dolce e caro finché segue il suo percorso abituale, ma basta una disattenzione ed ecco che si trasforma in un terrorista pericoloso.

Riporto un episodio che si è verificato la settimana scorsa. Giusto per dare un’idea.

Ieri mattina ero a casa verso le 11.30. Mi telefona un poliziotto: “Signora suo figlio ha fatto dei danni in un’uccelleria.”

Sono rimasta a bocca aperta. “Un’uccelleria… e dov’è?”

Insomma, l’assistente aveva dimenticato la chiusura bambini ed Oreste era sceso dall’auto nel traffico.

Mi precipito. La situazione è la seguente: il negozio era un piccolo budello pieno di animali fin sul soffitto. Uccellini, pappagalli e coniglietti. Scatolette di cibo ovunque, mangime, non si poteva passare. Il pappagallo, uno di quelli belli grandi, sicuramente di grande valore, stava arroccato sul trespolo, le penne irte e la schiena incurvata. I coniglietti appallottolati, immobili.

Per non parlare dei titolari del negozio: due vecchierelli, fratello e sorella, che avevano gli occhi fuori dalle orbite.

La fortuna ha voluto che Oreste abbattesse uno scaffale che poi gli ha sbarrato l’accesso al resto del negozio.

La vecchia era caduta a terra. L’assistente è stato molto bravo, a detta dei signori: è intervenuto tempestivamente e li ha salvati.

Quando sono entrata e mi sono presentata, la signora mi ha aggredito con odio.

“Dovete vedere cosa dovete fare! Questo è un pericolo pubblico, dovete rinchiuderlo.”

“È solo un ragazzino. Io l’ho ricoverato, ma me lo stavano uccidendo con i farmaci.

Se non lo avessi riportato a casa sarebbe morto.”

“Io oggi pomeriggio lo sarei andata a denunciare.”

“Facciamo così, mettiamoci d’accordo. Vi pago i danni, c’è molto disordine.”

Oggi ho pagato i danni.

La cosa che mi ha consolato è stata scoprire la causa: la sera precedente avevo dimenticato di dargli le medicine!

Quindi si spera che non succeda se non facciamo errori.

È una responsabilità enorme. Non si può dimenticare mai nulla. Sfido chiunque a non commettere mai errori, soprattutto se non dorme.

Meno male che erano delle brave persone e non ci hanno citato per danni morali e o traumi che avranno sicuramente riportato.

Il massimo è stato quando è entrato un cliente che ha detto: “Chi vi ha fatto questo?”

E loro mi hanno indicato dicendo in coro: “Il figlio della signora!”

Confesso che ieri stavo quasi per piangere.

È una responsabilità: lasciare per sbaglio il balcone non chiuso a chiave vuol dire con certezza che lo stendipanni volerà giù dal balcone.

Cosa è essere mamma di Roberto/ Guglielmo, il fratello minore di Ettore/ Oreste?

È come stare come sul filo del rasoio.

Essere consapevoli che vive una situazione difficile, che il fratello è una presenza a dir poco ingombrante. Cercare di fargli vivere la sua vita, senza coinvolgerlo troppo.

Anche qui, si rischia di essere troppo permissivi per compensare.

“Roberto” non ha mai visto la sua mamma dopo le 10, perché era nella stanza di Oreste, né prima delle otto, per lo stesso motivo. Gli assistenti arrivano alle 8 di mattina e Oreste si sveglia a notte fonda. Devo andare nella sua stanza perché se rimane da solo distrugge quel poco che resta del suo armadio, oppure tenta di alzare la persiana.

Quando ha iniziato ad uscire con degli amici l’ho lasciato fare, anche tardi, perché ero felice avesse una sua vita sociale. Forse sono stata troppo permissiva.

Tre parole per descrivere la vostra vita.

“Basta, vado a dormire!”

Ce n’è una in più. Riposare, in pace. Non morire, ma potere fare tardi una sera e svegliarsi tardi.

Ah, una bella dormita, tutta la notte nel mio letto.

Anche soffrire di insonnia, ma perché sono io a non voler dormire, non perché c’è qualcuno che mi sveglia e mi fa l’interrogatorio con domande del tipo: “Quando domani è il 31 maggio?”

Di cosa hai paura?

Ho paura di lasciare “Roberto” nei guai.

Quando noi non ci saremo più chi si occuperà delle medicine, di gestire gli assistenti, dall’annuncio alla raccolta curriculum, degli orari e dell’indisponibilità improvvisa?

È un impegno troppo grande. Paura di invecchiare è non farcela, di non stare bene in salute, perché, ahimé, io sono insostituibile, come tutte le mamme speciali.

Tutte noi speriamo una cosa contro natura: sopravvivere ai nostri figli.

Un grande dolore, ma una grande fortuna. Morire in pace, senza il terrore che il nostro Angelo finisca rinchiuso da qualche parte, senza luce.

Cosa ti rende felice?

Vedere i miei figli sono insieme.

Il giorno più felice è stato questo.

Rita Francese

Questo mi fa sperare che rimarranno così anche se io sarò stanca.

Che Guglielmo, nome vero di Roberto, veglierà su Oreste.

Ma mentre penso questo penso anche che per un fratello è un peso troppo grande.

Ne parli nel tuo libro. Chi sono le anime vuote? E quelle piene?

Io ero un’anima vuota: un po’ spocchiosa, credevo di sapere tutto, presuntuosa.

Ne conosco tante così. Sparano sentenze e chiudono il discorso. O bianco o nero.

Poi ti trovi ad avere a che fare con persone che non hanno nulla, ma sanno accoglierti come se fossi nata in casa loro. Non ti giudicano, non ti dicono dovevi fare così, hai sbagliato colà. Ti accolgono e basta.

Le altre non hanno capito il piacere di un abbraccio, di una mano posata su una spalla, di uno sguardo.

Io devo dire che preferirei essere come ero ed avere un bel giovanottone che dilapida i miei soldi con le ragazze invece che pagare assistenti… quindi preferirei essere vuota e non aver capito, se questo è il prezzo.

Ma le cose sono andate così, io non sono più io. Sono un’altra.

Orestone è il mio gigante buono e io lo proteggerò finché ne avrò la forza.

Grazie infinite per le tue risposte, Rita. Questa è un’intervista che va letta con calma. E riletta.

 

Sinossi

Ettore è un ragazzo speciale: è bello, alto un metro e ottantacinque, pesa oltre cento chili ed è affetto da gravi problemi psichiatrici che lo rendono pericoloso come una bomba inesplosa.

Conduce azioni distruttrici rapido e veloce come un terrorista, diventando col passare del tempo sempre meno gestibile.

Questo libro racconta l’esperienza paradossale del mondo psichiatrico vista attraverso gli occhi della madre di Ettore.

È una donna proveniente da una famiglia agiata e che ha condotto un’esistenza apparentemente perfetta, finché la vita non le ha dato per figlio un gigante irragionevole.

Con il sorriso sulle labbra che la contraddistingue, la madre di Ettore si inerpica verso la scoperta di un mondo sconosciuto, fatto di sofferenze e di solitudine, ma anche di solidarietà e di affetto, che muta profondamente il suo modo di pensare e di essere.

È una donna instancabile, tranne inevitabili sfinimenti, sempre pronta a fronteggiare dalla mattina alla sera la furia e l’imprevedibilità di Ettore, i medici, le infermiere, la burocrazia, le strade e le piazze con i passanti, i malati che inevitabilmente incontra nei corridoi degli ospedali, ciascuno con le proprie manifestazioni di follia.

Magicamente, la madre di Ettore riesce a mantenersi decorosamente elegante, a pulire e rivestire Ettore che non è autonomo nemmeno in bagno, dove talvolta combina pasticci spaventosi con gli escrementi, a lavorare e a occuparsi del secondogenito e del marito, senza quasi mai sentirsi avvilita.

Titolo: La madre di Ettore
Autore: Rita Francese
Edizione: I libri della Leda, 2013
link d’acquisto:
http://slowbooks.it/libri/narrativa/la-madre-di-ettore.html

 

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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