“Fuori piove” di Serena Ricciardulli.

Donne. Semplicemente.

“Fuori piove” di Serena Ricciardulli.

Recensione di Molaro Lisa.

Serena Ricciardulli

Da pochi giorni ho terminato di leggere questo primo romanzo di Serena Ricciardulli, edito dalla Bonfirraro e uscito nelle librerie a maggio di quest’anno.

Una lettura fresca come l’aria che ci pizzica, con delicatezza, la pelle durante un acquazzone estivo.

Mentre la gente disquisisce su “chi fa il bello e il cattivo tempo”, gli Dei fanno scendere pioggia dal cielo.

Conosco, leggendo, le cinque protagoniste del romanzo e, spesso, incappo in gocce di pioggia che scivolano sulla tela degli ombrelli o sulle lastre delle finestre.

Sarà un caso? Perché Serena Ricciardulli ha dato una particina anche a un evento climatico?

Io mi sono fatta un’idea, ma ve la dirò poi, prima parliamo un po’ del libro.

Innanzitutto vi dico che si tratta di un romanzo corale, scorrevole e fluido.

L’Autrice ci fa entrare, a piedi pari, dentro l’Amicizia!

Non ciò che lega delle teenagers con l’utopia stampata in faccia, innamorate delle belle parole e degli eterni messaggi infarciti di miele e zucchero.

No, in questo libro si parla di quel sentimento forte, amicale, contrastato, a volte, dalla vita che mette a tutti, prima o poi, degli steccati da saltare!

E chi salta al tuo fianco?

L’amica giusta, quella che si accorge delle parole nascoste dentro i tuoi silenzi.

Ma quella che non ha, forse, abbastanza forza nelle gambe per saltare con te, anche se lo vorrebbe? Quella come fa a non esser messa in dubbio?

L’amicizia vera conosce e rispetta i limiti di chi la governa, questa dovrebbe essere la risposta matura, credo.

L’amicizia vera – ridondo, lo so – parla anche attraverso minuti silenti.

Avete mai visto un episodio di “Sex and the city”?

Ecco, questo romanzo potrebbe benissimo essere una mini serie sullo stesso stampo dell’allegro telefilm, solo che le amiche non sono quattro, ma, appunto, cinque e sono livornesi.

Lo stile narrativo è cinematografico, il punto di vista passa da “protagonista a protagonista”, in un gioco di ruoli ben amalgamato e comprensibile grazie ai costanti flashback che permettono di entrare ancor di più dentro le singole prospettive.

Prospettiva. Sostantivo femminile.

  1. Tecnica geometrica che consente di ottenere, nell’ambito di una rappresentazione grafica piana, immagini corrispondenti a quelle fornite dalla visione diretta, e cioè variamente orientate e distanti.
    “effetto di p.”
  2. 2.
    estens.
    Vista panoramica.
    “di quassù si gode una splendida p. sulla valle”

In effetti, il romanzo della Ricciardulli, attraverso prospettive dal micro, ci offre una vista panoramica del macro.

Una storia piena di battutine ironiche e scanzonate, problemi intimi (mai volgari), rapporti problematici di coppie moderne, lontananza, ambizione femminile, carriere da modificare in corso di vita. Problemi di salute, incapacità concezionale, maternità soffocante, genetica, chat di gruppo, botta e risposta, biglietti aereo.

Forte imprinting materno, l’importanza di nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra; stili diversi di far crescere bambine che poi, dopo aver spiccato il volo, incroceranno le loro rotte sostenendosi a vicenda.

Certo, perchè quando voli non puoi smettere di muovere le ali. Devi continuare, sempre, anche controvento. Se una è stanca, le altre rallentano.

La vita di ognuna di noi è pregna di risate e lacrime, raggi di sole e gocce di pioggia. Questo libro unisce i cinque “ognuna di noi”, donandoci attimi d’ilarità assicurata o di solidale comprensione.

Questa storia è narrata da Anna (la protagonista) e se lei è al mondo, è grazie all’assodato amore che lega Davide a Michela, sua madre e suo padre.

Michela è una figura importantissima nella trama del romanzo.

Attenzione però: una protagonista, per essere definita tale, deve per forza “fare” o basta che “sia”?

Non voglio svelarvi troppo. I libri son belli da leggere.

Anna ha una cugina, si chiama Tina, poi ci sono Lory, Laura e Marta… ed eccovele presentate!

Ovviamente attorno a loro ruotano mariti e, talvolta, amanti, ma questo è irrilevante ai fini dell’amicizia… o forse, invece, no?

Davvero i maschi sono da tenere fuori dalle chiacchiere delle femmine?

Davvero non capirebbero le nostre necessità?

E ancora: davvero non saprebbero essere complici di un’Amicizia sana e benefica?

Ne siete sicure?

Perchè non lasciare loro la possibilità di stupirci?

Io credo nei sentimenti, ci credo fortemente!

Fin dall’asilo ho avuto “migliori amiche”. Gli anni si sono sommati e i rapporti sono, come è naturale che sia, cambiati. Sono cambiati i problemi e le “esigenze”.

Mentre scrivo, Fuori piove davvero e mi perdo dentro la calma suggerita da una pioggia che non mette allegra frenesia solare.

Ripenso a tutte le amiche, o quasi, cui ho stretto la mano vivendo.

Ripenso alle amiche che, inevitabilmente, hanno preso strade diverse e che non sento da tanti anni ma che, comunque, si sono fissate dentro disegni infantili, garantendosi una fissità nel tempo.

Penso alle amiche che credevo tali, ma che invece mi hanno fatto lo sgambetto… beh, anche questo fa parte della vita e anche questo insegna molto.

Infine, penso alle amicizie nate nel verde post-adolescenziale e fattesi colore impermeabile sulla mia tela attuale.

“Forse quelle donne avevano dato un senso a quello che da sempre per me era il non senso della mia vita”

Come nel romanzo scritto da Serena Ricciardulli, ho la fortuna di avere amiche solide.

C’è qualche cosa delle protagoniste in ognuna di noi Donne, ci si rispecchierà in un’abitudine, un vizio, un timore o un atteggiamento verso la Vita.

Amiche con cui mi perdo in chiacchiere futili o annego in lacrime di sofferenza.

Donne che mi stringono la mano o a cui io intreccio le dita alle mie.

Perché l’amicizia è questo: condivisione e rispetto.

Cinque donne, cinque bimbe (così si chiamano fra loro), cinque streghe (così si chiama la loro chat di WhatsApp).

La figura che più ho amato è quella di Anna, in lei ritrovo il mio ironico modo di affrontare la vita ridendo (anche se fuori diluvia).

Anch’io, come sua madre, odio gli ombrelli!

“Adorava la sensazione dell’acqua che ti scende addosso, ma soprattutto amava la libertà di potersi bagnare, di camminare comunque, di non fermarsi per ripararsi da qualche cosa che stava succedendo”.

Perché la pioggia? Io amo i simboli e, riferendomi a questo romanzo, non posso non pensare alla funzione purificatrice e feconda della pioggia. Se il terreno è arido, lei lo inumidisce ridandogli vita. Il bene vince sul male, l’acqua vince la siccità. L’amicizia non fa infondo la stessa cosa?

Ho parlato di risate, di attimi di allegra complicità, di Sex &the city e dettagli glamour… ma, nel romanzo, gli aspetti malinconici non mancano.

Piangono gli occhi e il cuore delle persone. Piange il cielo.

Un proverbio indiano dice:

“L’amore ha in sé la sua ricompensa”

Bene, io credo che anche per la vera Amicizia, questo proverbio sia valido.

Con le amiche possiamo correre sotto la pioggia e calpestare le pozzanghere con le Jimmy Choo nuove ai piedi (da adulte chi ce lo può vietare, tranne il buon senso?), oppure possiamo starcene al sicuro, confortate dal calore domestico, scalze, indossando pigiami con orsacchiotti, confidandoci ciò che non avevamo mai avuto il coraggio di dire mentre, appunto,  fuori piove.

Serena Ricciardulli ci fa partire con:

Un’inquadratura orizzontale linea mare-cielo. Colore bianco e nero. Assenza di suono. Immaginate.

E terminare al centro del cuore, in mezzo all’emozione più distinta. Partono le note di una famosissima canzone di Vasco:

“Sally cammina per la strada senza pensare a niente…” e poi eccolo lì da dove nasce il mio titolo. “Senti che fuori piove, senti che bel rumore”.

Consiglio il libro perchè la storia mi è piaciuta, il ritmo narrativo è ottimo e la lettura scorrevole. Inoltre il messaggio che veicola mi piace: Con il sorriso giusto e le amiche “a portata di cuore” si può affrontare tutto.

Leggetelo per una pausa di condivisione, per una buona e genuina boccata di aria fresca… e fatemi un piacere: lasciate, almeno per una volta, l’ombrello a casa!

Lisa.

Fuori piove - Serena Ricciardulli

Sinossi:

Nonostante tutti i drammi personali, Anna, Lory, Tina, Marta e Laura, fiori imperfetti ma reali, sono cinque amiche per la pelle, carine e sfrontate, euforiche ma inquiete che parlano anche di sesso, mariti e fidanzati con la stessa nonchalance con la quale maneggiano i loro smartphone. Così come le dita di una mano, le cinque eroine sono legate da un indissolubile rapporto d’amicizia che crea una fenomenologia al femminile dalla trama inaspettata: attraverso battute dall’ironia irresistibile e riflessioni strappalacrime, “Fuori piove” si snoda tra Livorno e New York, in un susseguirsi di primi piani sulle vicende “in rosa”, su una passerella di segreti e trepidazioni più o meno inconfessabili, che non vorranno più lasciare la nostra esistenza.

Titolo: Fuori piove

Autore: Serena Ricciardulli

Editore: Bonfirraro (1 maggio 2017)

https://www.amazon.it/Fuori-piove-Serena-Ricciardulli/dp/8862721587

 

 

Commenti: 2

  1. Andrea Bui ha detto:

    Acquisto il libro perché ne ho sentito molto parlare. Primo: la qualità della carta è piacevole, forse il carattere è un po’ grande per i miei gusti, tuttavia l’impressione tattile è buona. Del resto se il carattere fosse stato più piccolo più che di un libro si sarebbe trattato di un pamphlet. Il libro scorre in più di due ore, a differenza di quanto scritto in retro copertina, e vorrei anche vedere, data la curiosità dell’intreccio labro-statunitense…
    Il libro è scritto con un intreccio non lineare, fanno capolino e si arzigogolano qua e la le storie di varie amiche, tutte assai diverse e comunque accomunate sicuramente proprio dalla loro amicizia. Attorno a loro storie coniugali, extraconiugali, professionali, ricordi e anticipazioni stuzzicanti.
    Ora, ho notato varie cose, leggendo; anzitutto, facevo una gran fatica a tenere a mente e distinguere i personaggi… davvero! Li confondevo sempre. Credo che il problema di base è che i personaggi, maschili o femminili, sono tridimensionali più o meno come il pizzico di fogli in formato libricciino stesso che compongono il romanzo “fuori piove”. Non hanno una caratteristica che li distingua, non hanno una personalità… o meglio si ne hanno, ma tutto è molto spiegato, detto, parlato, e devo dire che poco resta a dosso sia a loro che, francamente, a me. Tutti chic, tutti senza impegni che ogni comune mortale può avere, come prendere ferie in periodo natalizio da un giorno all’altro e volarsene a New York su una prima classe prenotata lì per li. E sempre a new york, tra uno stereotipo e l’altro sia italiano che americano, nutrirsi rigorosamente take-away in spazi open-space a casa dell’amica di successo che di lì a poco si sarebbe ricoverata in una clinica neanche da due spicci… perché si sa, c’è chi può … e chi non può! E noi a rosicare, tra straordinari non pagati e zampogna e cotechino.
    E – parlando di americanità – mi fa sorridere che in un testo che vuole essere cosmopolita, le parole straniere sono sbagliate (ma questo sarebbe poi da far notare forse più alla correttrice di bozze, se ce n’è stata una…); e quindi può capitare che un cupcake diventi cupkac o simile… ma d’altronde si sa, noi italiani non ci abbiamo mai beccato un granché con le lingue.
    Non voglio spoilerare, ma… insomma, questo romanzo è ambientato – almeno a parole – tra livorno e NY, ma poteva essere benissimo ambientato tra Scarlino con vista Inceneritore e il lago di Vattelappesca, magari con comparsata immaginaria del divo che anni fa reclamizzava il caffé tra un vuoto di memoria e l’altro durante le apparizioni sul lago lariano. Tanto, nel mondo di fuori piove, le cinque streghe non hanno limiti, né di banalità, né di vacuità, neanche di contro in banca. Ed i mariti evidentemente sono felici e d’accordo e condividono questo stile di vita.
    Questo romanzo ha tutto; storiellina d’amore (?) annacquata, storiellina di malattia (?) annacquata, un po’ di sano e bonario scherno di gay, gente con la evve e bellocci da palestra, elogio delle mammemin*ia, qualche cornetto qua e la col maestro di calcio (perché né a Livorno né a NY c’è la montagna per avere a disposizione un maestro di sci..), ci mancava il berlusconismo e s’era a posto, ma ci salviamo in corner con la battuta (2-3 a dire il vero se non ricordo male) sui comunisti che non sono più quelli di una volta e che – bontà loro – non si accontentano neanche più solo della bottiglia di coca cola come il famoso lìder immortalato in foto, ma convolano a nozze col sogno americano imbarbandosene della nostra italietta, della sanità non all’altezza, della provincialità occlusiva (che tuttavia muove le protagoniste stesse), dei cliché sul sesso… ma di sesso ce n’è pure poco! Io ho visto una volta qualche minuto di sex and the siti (city) ma francamente non l’ho trovato così vacuo e noioso.
    La cosa più amara e fastidiosa che mi ha lasciato questo libro è una MIA sensazione che si è esplicitata implicitamente in un MIO retropensiero… tutto il libro è un gigantesco eloquio (oltre che elogio) della vacuità e della mediocrità, un enorme pacco di natale in carta traslucente con la scritta in caratteroni dorati che quando lo apri è pieno di aria, o alla meglio di polistirolo da imballaggi. Il niente impennellato qua e la da qualche nozioncina di psicologia da conversazione di bon ton (oh, sai sono un po’ psicologo/a anche io) dei personaggi, e soprattutto la conferma che nel mondo sei qualcuno se sei qualcuno, e allora tutto ti è concesso. Lungi a me divagare in considerazioni populistiche, uno schiaffo in faccia alla umanità vera, alle storie vere, alla sofferenza ed alla gioia vera. Un libro che dovrebbe essere fatto di emozione ma ne parla solo come chiunque potrebbe leggere un copione già scritto. Un libro che sembra la bozza di se stesso, forse pubblicato di fretta, o magari con convinzione, chi lo sa. Un libro che vuole essere citazionista, o allusivo, e non riesce neanche a scopiazzare se non malamente, tra un riferimento dozzinale all’altro per far facile presa nostalgica sul pubblico lett(ore)rice e ricordarti “Oh, io amo Livorno e livorno è figa, ricordatelo, livorno-rondelli-vasco-pizza-tiffany-bomboloni-boiadeh”. Un libro che ha mezzo cuore – perlappunto – a Livorno, eppure di Livorno si sa che ci sono due locali che vanno di moda una stagione per uno. Punto. Dove sta il mare, il porto, le emozioni e le contraddizioni che porta con se ogni città di mare? Io, che non ho mai visto Livorno, ci voglio andare lo stesso anche se non la conosco, tu autore mi ci devi portare, in qualche modo lo devi fare, eppure fallisci miseramente. Tralasciando New York, i cui unici riferimenti sono quelli che puoi sentire in bocca ai compulsivi dello shoppicidio che conoscono il tragitto aeroporto/5th AVE andata e ritorno – non un sapore, un odore, un colore… la letteratura non dovrebbe essere questo? Nel sottomarino del capitano Nemo generazioni di lettori ci sono entrati forse ancora prima di aver mai visto un sottomarino in foto. Un libro che non si capisce neanche, arrivati all’ultima pagina, se sia finito, e come… o perlomeno io, insensibile maschio non labroniconiuiorchese, non ho capito… come se vai a cena ti portano due o tre puntate e poi il conto… e tu lì, che non sai se si tratti di uno scherzo o veramente quel cameriere sia li a battere cassa e indirizzarti a casa con paltò guanti e sciarpa!
    … tanto ci sarebbe ancora da aggiungere, ma… oivèh… (anzi, déh) …
    Ovviamente mi è piaciuto tantissimo e non vedo l’ora che esca il seguito, o un prologo, che acquisterò immediatamente! Complimenti alla scrittrice per aver fatto centro! Credo che nel frattempo nei campi elisi degli scrittori che furono sia in arrivo un bilico di casse di Maalox ultraterreno. E del resto, se nelle scuole viene adottato , tra uno Svevo e uno Zola, un Rodari o un Collodi, pure un Moccia, come esempio di scrittura contemporanea… lascio ai posteri l’ardua sentenza!

    scritto ma non riletto (come il libro stesso, credo), con simpatia, inforco la mia mini per farmi la cupcak alla baracchina rossa a Livorno (o quell’altra, dipende da quale è di moda quest’anno…), sperando di trovarla aperta, se no vuol dire che aspetterò l’estate e… mi spiace di aver scritto la recensione un po’ in ritardo, rispetto al giorno delle streghe … 😉

  2. Andrea Bui ha detto:

    La qualità della carta è piacevole,forse il carattere è un po’ grande per i miei gusti, ma del resto se il carattere fosse stato più piccolo più che di un libro si sarebbe trattato di un pamphlet.Le situazioni sono bidimensionali come i personaggi.Non hanno una caratteristica che li distingua,non hanno una personalità, tutto è molto spiegato,detto, parlato,devo dire che poco resta a dosso sia a loro che,francamente,a me.Tutti senza impegni che ogni comune mortale può avere, a prendere ferie in periodo natalizio da un giorno all’altro e volare a NY su una prima classe prenotata lì per li. E via a NY a nutrirsi rigorosamente take-away in spazi open-space a casa dell’amica che di lì a poco si sarebbe ricoverata in una clinica non da due spicci,perché si sa,c’è chi può, e chi non può! E noi a rosicare, tra straordinari non pagati e zampogna e cotechino.Mi fanno sorridere gli errori delle parole straniere;e quindi può capitare che un cupcake diventi cupkac o simile,ma d’altronde si sa,noi italiani non ci abbiamo mai beccato un granché con le lingue.Questo romanzo ha tutto;storiellina d’amore (?) annacquata,storiellina di malattia(?)annacquata,un po’ di sano e bonario scherno di gay,gente con la evve e bellocci da palestra,elogio delle mammemin*ia,qualche cornetto qua e la col maestro di calcio (perché né a Livorno né a NY c’è la montagna per avere a disposizione un maestro di sci),ci mancava il berlusconismo e s’era a posto, ma ci salviamo in corner con la battuta (2-3 a dire il vero se non ricordo male) sui comunisti che non sono più quelli di una volta e che – bontà loro – non si fermano alla Coke come Fidel, ma convolano a nozze col sogno americano in barba alla nostra italietta, della sanità non all’altezza, della provincialità occlusiva (che tuttavia muove le protagoniste stesse), dei cliché sul sesso, ma di sesso ce n’è pure poco! Io ho visto una volta qualche minuto di sex and the siti (city) ma francamente non l’ho trovato così vacuo e noioso.Tutto il libro è un gigantesco eloquio (oltre che elogio) della vacuità e della mediocrità, un enorme pacco di natale in carta traslucente con la scritta in caratteroni dorati che quando lo apri è pieno di aria,o alla meglio di polistirolo da imballaggi Il niente impennellato qua e la da qualche nozioncina di psicologia da conversazione di bon ton (oh, sai sono un po’ psicologo/a anche io) dei personaggi,e soprattutto la conferma che nel mondo sei qualcuno se sei qualcuno, e allora tutto ti è concesso. Lungi a me divagare in considerazioni populistiche,uno schiaffo in faccia alla umanità vera,alle storie vere,alla sofferenza ed alla gioia vera.Un libro che dovrebbe essere fatto di emozione ma ne parla solo come chiunque potrebbe leggere un copione già scritto.Un libro che sembra la bozza di se stesso,forse pubblicato di fretta,o magari con convinzione,chi lo sa.Un libro che vuole essere citazionista,o allusivo,e non riesce neanche a scopiazzare se non malamente, tra un riferimento dozzinale all’altro per far facile presa nostalgica sul pubblico lett(ore)rice e ricordarti “Oh, io amo Livorno e livorno è figa, ricordatelo, livorno-rondelli-vasco-pizza-tiffany-bomboloni-boiadeh”. Un libro che ha mezzo cuore – perlappunto – a Livorno, eppure di Livorno si sa che ci sono due locali che vanno di moda una stagione per uno. Punto. Dove sta il mare, il porto, le emozioni e le contraddizioni che porta con se ogni città di mare?Tralasciando NY, i cui unici riferimenti sono quelli che puoi sentire in bocca ai compulsivi dello shoppicidio che conoscono il tragitto aeroporto/5th AVE andata e ritorno. Ovviamente mi è piaciuto tantissimo e non vedo l’ora che esca il seguito, o un prologo, che acquisterò immediatamente! Complimenti alla scrittrice per aver fatto centro!Credo che nel frattempo nei campi elisi degli scrittori che furono sia in arrivo un bilico di casse di Maalox ultraterreno. E del resto,se nelle scuole viene adottato,tra uno Svevo e uno Zola, un Rodari o un Collodi,pure un Moccia,come esempio di scrittura contemporanea… lascio ai posteri l’ardua sentenza!

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