“Storia dell’editoria” parte 1

“Storia dell’editoria” parte 1

di Paola Crovi

 

Inizia una rubrica dedicata alla storia dell’editoria, ideata da Paola Crovi e Isabella Grassi.

L’argomento è vastissimo, pertanto si è deciso di operare delle scelte: circoscrivere l’approfondimento all’editoria italiana e dedicarsi al periodo che va dall’inizio del XX secolo fino ai giorni nostri.

Cercheremo di essere sintetici, ma appassionanti, di dare notizie utili (sempre certe e verificabili tramite citazioni e bibliografia), di sollecitare l’interesse e la voglia di intervenire di chi volesse leggerci.

Cominciamo con la considerazione di Eugenio Garin:

«non si può pensare a fare una storia della cultura senza fare storia dell’editoria, e non solo nella sua concreta organizzazione, ma nella trama sottile dei legami di vario tipo che stabilisce tra quanti concorrono alla nascita di un libro, di una rivista, del fascicolo di un periodico qualsiasi». (Eugenio Garin, Editori italiani tra Ottocento e Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1991. P. 45).

Nascita dell’editoria moderna

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento si creano alcune condizioni che diventano favorevoli a delineare la funzione culturale e le caratteristiche imprenditoriali del moderno editore.
Vediamo quali.
Prima di tutto si costituisce una classe media di lettori, maggiormente culturalizzati (anche grazie all’incremento della scolarizzazione), che vuole accedere al sapere, che vuole riempire i salotti di libri, per codificare il proprio status quo, per dare un segnale di appartenenza.
Contemporaneamente vengono realizzate delle nuove macchine, capaci di rendere più veloce la composizione dei testi, la Linotype e la Monotype , consentendo di produrre alte tirature e abbassando i costi di produzione della stampa di libri, quotidiani e riviste.

(Linotype e Monotype: Sono due macchine che hanno consentito di velocizzare la composizione della stampa, da 1000 caratteri all’ora a quasi 10.000. La prima Linotype è stata installata nel 1886 al New York Tribune, poi sostituita dalla più evoluta Monotype)

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Per mantenere un filo di connessione con la storia precedente, facciamo un passo indietro: c’è da ricordare che, già a partire dalla seconda metà dell’ottocento, sono state attuate audaci iniziative, come quella dell’editore Pomba di Torino che, da vero pioniere della moderna editoria (che si baserà proprio sulle ‘collane’ economiche e tascabili), ha promosso la Biblioteca popolare, stampando dei volumi di dimensioni ridotte «distribuiti a scadenza settimanale e al prezzo di 50 centesimi, un decimo, cioè, del prezzo di mercato».

(N. Tranfaglia, A.Tranfaglia, Storia degli editori italiani, dall’Unità alla fine degli anni sessanta, Roma-Bari, Laterza, 2000. P.99.)

Oltre a Pomba, tra i pionieri della tendenza proto-industriale, citiamo, a titolo esemplificativo, la casa editrice Treves (che ha iniziato l’attività a Milano, già dal 1861), specializzata in edizioni di narrativa con la Collana amena, in cui pubblica Cuore di Edmondo De Amicis («500.000 copie vendute dal 1886 al 1910» ).

Nel 1910 pubblica Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

(Alberto Cadioli, Giuliano Vigini, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, Milano, Editrice Bibliografica, 2012. p.36).

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Tornando all’inizi del novecento, possiamo affermare che si delinea la nuova figura dell’editore moderno, che in confronto al tradizionale libraio-stampatore, dotato di una piccola tipografia artigianale, ha la

«capacità di concepire sempre nuovi progetti editoriali di respiro nei quali coinvolgere letterati e scrittori, all’interno di una redazione che non sia un’impresa occasionale».
(Mario Infelise, La nuova figura dell’editore, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di Gabriele Turi, Firenze, Giunti, 1997. P. 62)

Il nuovo editore ha quindi bisogno di costruire un’impresa, rastrellando capitali per l’acquisto delle macchine e affinando sempre più la propria personale sensibilità intellettuale o avvalendosi di acculturati collaboratori, e avendo, in prima persona, uno spiccato fiuto commerciale, capace di intercettare i gusti e le esigenze di un sempre più vasto pubblico di lettori.

L’editore diventa MEDIATORE tra le offerte dell’autore e le richieste del pubblico.

Nel panorama editoriale italiano di quel periodo uno dei casi più rappresentativi è quello della casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori.

Il modello Mondadori

Arnoldo Mondadori inizia la sua attività come tipografo, fino alla fondazione, nel 1919 a Verona, della vera e propria Casa Editrice A. Mondadori.

(Si può leggere la storia della casa editrice Mondadori e del suo fondatore in Enrico Decleva, Mondadori, Torino, UTET, 1993).
A partire dai primi anni, acquisisce i diritti d’autore di scrittori già conosciuti come Panzini e Ada Negri.

Nel 1926 sottrae alla Treves i diritti delle opere di Gabriele D’Annunzio.

A metà degli anni venti, con l’assunzione a condirettore di Luigi Rusca, esperto in letterature europee contemporanee, attua una decisa svolta nel rinnovamento della linea editoriale.
Nascono infatti in quel periodo alcune collane portanti: nel 1929, la collana Libri gialli , poi la collana Libri azzurri, con autori come Giovanni Verga, la collana Libri neri con tutte le opere di George Simenon.

(Il nome della Collana è in linea con una scelta della casa editrice, che decide di attribuirne il nome in relazione al colore della copertina dei libri che ne fanno parte. Diventa ben presto il nome indicativo per antonomasia della letteratura poliziesca italiana).

Negli anni ’30 nascono le collane Medusa e Omnibus.
Vediamo in particolare la collana Medusa, dedicata alla narrativa in lingua anglosassone, francese e tedesca, che inizia le pubblicazioni nel 1933 con Il grande amico di Alain – Fourneir.

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Sono moltissimi gli autori stranieri che ne faranno parte, qui citiamo alcuni che sono stati tradotti da giovani letterati, che diventeranno importantissimi intellettuali nell’Italia del dopo guerra: Elio Vittorini traduce alcune opere di D. H. Lawrence, tra le quali Il purosangue (1933), Il serpente piumato (1935), La vergine e lo zingaro e altri racconti (1935).

Sempre Vittorini traduce le opere di William Somerset Maugham: Pioggia e altri Racconti (1936), Il velo dipinto seguito da tre racconti (1937), Ritratto di un’attrice (1938).

Di John Steinbeck traduce I pascoli del cielo (1940).

Cesare Pavese traduce di John Dos Passos Il 42º parallelo (1934) e Un mucchio di quattrini (1938).

Non si tratta di scelte facili, perché il regime fascista interviene direttamente con ‘consigli’ dati all’editore dai funzionari del Ministero della Cultura popolare.

I funzionari vengono espressamente consultati dal Ministero prima di ogni pubblicazione di opere considerate ‘a rischio’, ponendo veri e propri veti.

«Arnoldo Mondadori assecondava la volontà del regime pubblicando testi di diretta emanazione delle istituzioni fasciste (come I Panorami di vita fascista) ma non rinunciava a tradurre le opere di scrittori stranieri non gradite al fascismo e tuttavia potenzialmente di successo».
(Alberto Cadioli, Giuliano Vigini, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, Milano, Editrice Bibliografica, 2012. P.60).

Per non irritare le Istituzioni, Mondadori attua scelte editoriali molto equilibrate, cercando sempre un compromesso per sopravvivere senza problemi e per attuare linee culturali sia tradizionali che innovative.

La Mondadori viene perciò identificata come una sorta di “istituzione”, perché si presenta con caratteristiche di medietà e di rappresentatività.

Fedele a questa linea propone pubblicazioni che non appartengono allo sperimentalismo culturale.
L’editore cerca quei prodotti che esprimano il massimo della qualità relativa all’interno di ogni genere letterario.

Anche se pubblica un genere considerato ‘basso’ come il fumetto, sceglie Disney, cioè il massimo della qualità relativa.
Così per la letteratura e la poesia pratica una ‘politica d’autore’ e sceglie D’Annunzio, Pirandello, Ungaretti, Montale, Quasimodo ed altri di grande spessore culturale, alcuni dei quali saranno insigniti del Premio Nobel.

Il suo timore per lo sperimentalismo, però, gli fa perdere grandi autori come Svevo e Gadda.

(Luigi Pirandello (Girgenti 1867-Roma 1936) Premio Nobel nel 1934. Eugenio Montale (Genova 1896-Milano 1981) Premio Nobel nel 1975. Salvatore Quasimodo (Modica 1901-Napoli 1968) Premio Nobel nel 1959)

La sua linea editoriale inizialmente è dedicata soltanto ai libri, alla fine degli anni trenta aggiunge anche i periodici.

Questa è la prima parte della storia della casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori, un editore che, insieme ad , ha costituito quel caso unico, prettamente italiano degli EDITORI PROTAGONISTI, come li ha felicemente definiti Giancarlo Ferretti:

«Si riconoscono in alcuni tratti abbastanza comuni: personalizzazione del progetto e della strategia; amore per il buon libro e per il libro ben fatto; sicurezza nelle scelte dei quadri interni, dei consulenti, degli autori (…); politica di immagine concretamente fondata sull’autore; estesa rete di rapporti internazionali (…); senso del momento e del tempo (il cosiddetto fiuto); (…) ruolo di grande rilievo nella cultura e nel mercato ».
(Giancarlo Ferretti, Storia dell’editoria in Italia, 1945-2003, Torino, Einaudi, 2003, P.3).

Degli EDITORI PROTAGONISTI si parlerà nella prossima puntata.

Due casi singolari

Gli Indifferenti di Alberto Moravia e Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina di Elsa Morante.
Alberto Moravia (Pincherle) ha pubblicato per la prima volta Gli indifferenti nel 1929, con la casa editrice milanese Alpes, fondata nel 1921 da Franco Ciarlantini.

La curiosità sta nel fatto che Moravia HA PAGATO l’edizione del suo libro di esordio (è stato finanziato dal padre e il costo è stato 5.000 lire dell’epoca).

Gli indifferenti ha subito riscosso un buon successo di critica e di pubblico.

È stato rieditato nel 1945 dalla casa editrice romana di Gianni Darsena e infine nel 1964 da Bompiani di Milano.
«Entrò Carla» e la narrativa italiana degli anni trenta non è stata più la stessa.

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Incipit de Gli indifferenti

«Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto».
(Alberto Moravia, Gli indifferenti, Milano, Bompiani, 2000.)

Durante la sua infanzia e adolescenza, Elsa Morante scrive numerose fiabe e racconti, che illustra personalmente (alcuni vengono anche inviati al Corriere dei Piccoli).
Tra questi scrive Le bellissime avventure di Caterì, all’età di tredici anni (1925).

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Naturalmente non conosce editori e il suo pubblico è quello ristretto della famiglia, in particolare fratelli e sorelle minori.
Illustra lei stessa il libretto.

Si tratta della storia di Caterina, una bambina dalla lunga treccia, che parte insieme al suo amico Tit per cercare la bambola Bellissima.

La ricerca si svolge in mezzo a straordinarie avventure, in luoghi di fantasia popolati da animali e fate.
Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina viene pubblicato nel 1942 da Einaudi di Torino, (qui la copertina con i disegni dell’autrice).

(Elsa Morante, Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, Torino, Einaudi ragazzi, 1992.)

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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