“L’isola del tesoro” di R.L. Stevenson

L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson

Perché siamo tutti un po’ pirati

di Valentina Dragoni

L'isola del tesoro

Copertina di una edizione de “L’isola del tesoro”

«Quindici uomini sulla cassa del morto, io-ho-ho!

E una bottiglia di rum!

Il vino e il diavolo hanno fatto il resto, io-ho-ho!

E una bottiglia di rum!»

Credo che siano pochi i bambini che non abbiano mai canticchiato questi pochi versi, inventandosi la melodia di sana pianta; come credo che vi siano poche cose che rimangono impresse nella mente come i personaggi incontrati nei libri letti da ragazzi. L’isola del Tesoro è tra i miei ricordi più vividi e spero di raccontarvela in modo da coinvolgere anche voi nella mia fantasia di essere un pirata imbacato verso l’immensità dell’oceano.

Quindi parlare di questo romanzo per la sezione di letteratura classica è come raccontare le belle avventure vissute insieme ad un caro amico d’infanzia, con il quale si è giocato negli assolati pomeriggi d’estate urlando a perdifiato “All’arrembaggio!”

E questo non è uno stereotipo, credetemi, l’ho fatto davvero!

Sono affezionata a quest’opera anche perché è stata il primo vero romanzo che ho letto tutto da sola, scovandolo tra i vecchi e impolverati libri della piccola biblioteca della scuola elementare. Tra le pagine ingiallite di un’edizione di chissà quanti anni prima, a 6 anni ho vissuto avventure incredibili a bordo della goletta Hispaniola, cercando il tesoro del terribile Capitano Flint sull’Isola dello Scheletro.

Rileggendolo ora per Cultura al Femminile ho ritrovato un po’ dello spirito piratesco di un tempo, oltre a scoprire tante segreti nel testo che ad una bambina avida di avventure erano sfuggiti.

L’isola del tesoro: un classico vero

L’isola del tesoro infatti non è solo un grande romanzo di avventura “per ragazzi” (poi vi spiegherò perché questa definizione gli calza in un modo particolare), ma una vera e propria enciclopedia degli archetipi letterari.

Dobbiamo a Stevenson la colpa se nella nostra immaginazione il pirata ha una gamba di legno e un pappagallo parlante sulla spalla o se le mappe del tesoro hanno una X a segnalare dove scavare per trovare il forziere… Tutte queste immagini sono ancora vivissime in chi, come me, ha speso pomeriggi interi immerso nelle avventure di bucanieri e predoni, alla ricerca di isole misteriose e pericolose.

Ma questo è anche un grande romanzo di formazione, in cui il quattordicenne James detto Jim Hawkins prende in mano la sua vita e attraversa la burrascosa tempesta del passaggio tra l’infanzia e l’età pre-adulta, affrontando non solo un viaggio fisico ma anche psicologico che lo porterà a confrontarsi con la crudeltà, la furbizia, l’amicizia e il mondo pieno di insidie dei pirati, trasposizione in chiave allegorica della società umana. In cui, chi è cattivo non sempre lo è fino in fondo; chi è buono spesso lo fa per tornaconto personale e nulla è mai realmente o bianco o nero.

Leggere da adulti (passatemi la categoria!) L’isola del tesoro significa scoprire che spesso nel nostro cuore abbiamo una forza che mai avremmo immaginato, che siamo capaci di gesti eroici pur non essendo eroi e che solo con l’esperienza diretta del mondo si conquistano davvero gli strumenti per creare la propria vita.

Un libro per soli uomini

I 34 capitoli divisi in 6 parti che compongono L’isola del tesoro furono pubblicati nel 1883 da uno Stevenson trentatreenne che già aveva accumulato diverse esperienze letterarie e personali; accanto alla strepitosa carriera letteraria infatti, il nostro Louis ebbe anche una vita bella ricca di avventure tanto che si recò dall’altra parte del mondo, in California, per andarsi a riprendere la donna di cui era innamorato.

Come d’uso tra il ‘700 e l’800 però, il romanzo era già uscito a puntate sul giornale Young Folks tra il 1881 e il 1882, non riscuotendo però il successo che lo avrebbe atteso alla pubblicazione intera.

La storia di Jim Hawkins, di Long John Silver e di tutta la strampalata ciurma di pirati della Hispaniola vide la luce da un disegno: fu infatti dallo schizzo di una mappa fatto dal figliastro Lloyd che Stevenson creò l’universo del romanzo, attribuendo un nome ad ogni porto, montagna e caletta della immaginaria Isola dello Scheletro, custode minacciosa e infida dello straordinario tesoro di uno dei pirati più temuti del mare, il Capitano Flint.

Vi ricordate quando vi ho detto che questo è un romanzo per ragazzi… beh, fu proprio Lloyd a chiedere a Stevenson che non vi fossero donne nel romanzo. Infatti, l’unico personaggio femminile e la madre di Jim, che compare nella prima parte ed è una figura abbastanza forte, anche se “attaccata al denaro”.

Beh, caro Lloyd, mi spiace per te ma le storie di pirati piacciono anche alle ragazze! Credo che ci siano state giovani fanciulle che, trovandosi il romanzo tra le mani, abbiano sognato di navigare per le acque beffarde dei sette mari, brandendo una spada e urlando contro il rumore delle tempeste. Di sicuro ce ne sono ora, quindi ragazze prendete in mano la vostra copia e partiamo con Jim alla volta dell’Isola dello Scheletro.

Il ragazzo e il pirata

Conosciamo il quattordicenne James “Jim” Hawkins subito, dato che è lui la voce narrante del romanzo meno che nei capitoli 16-18 raccontati dal dott. Livesey; vive insieme ai genitori nella locanda “Ammiraglio Benbow” in un paesino vicino a Bristol.

Irrompe nella sua vita un uomo sinistro accompagnato solo da un vecchio baule che chiede di vivere nella locanda per qualche giorno: si scoprirà che egli non è altro che Billy Bones, primo ufficiale del terribile capitano Flint, e che nasconde un segreto per il quale molti sono disposti ad uccidere.

La presenza del pirata si fa sempre più sinistra fino a quando diventa evidente il pericolo: ben due degli ex compagni di mare di Bones vengono a cercarlo, uno dei quali gli recapita la macchia nera, la maledizione dei pirati; di fatto, una condanna a morte.

Morte che arriva in un momento difficile per il giovane Jim: il padre del ragazzo, malato da tempo, muore proprio poco prima del pirata che, colpito da apoplessia, stramazza al suolo nella locanda.

È in questo momento che Jim e sua madre scoprono la vera identità di Bones e prima che gli ex compagni si facciano vivi per reclamare il contenuto del baule, salgono nella camera del vecchio marinaio e scoprono il tesoro… o almeno parte di quello ben più grande indicato dalla mappa nascosta nell’intercapedine del baule.

 

isola del tesoro mappa

La mappa dell’isola del tesoro

Alla ricerca dell’Isola dello Scheletro

Jim sa che qualcosa di misterioso e pericoloso si nasconde nelle carte di Bones, perciò si rivolge al dottor Livesey che, oltre ad essere stato il medico del padre, è anche un magistrato e un uomo d’onore. Sarà proprio lui a capire che quelle carte altro non sono che parte del diario di bordo di Flint e contengono ciò che di più appetibile esiste per un pirata: un conto di tutte le ricchezze, le ruberie e l’oro accumulato dal pirata nelle sue razzie.

Basta questo per convincere Livesey e Jim a partire per l’isola, coinvolgendo nell’impresa il conte Trelawney che mette a disposizione denaro e nave, la goletta Hispaniola.

Qui si compone la colorita ciurma della goletta: dall’esperto e burbero capitano Smollett a vari infidi personaggi come (mettere nome di alcuni pirati) fino al più pericoloso di tutti, Long John Silver, il pirata la cui descrizione è l’emblema di tutti i corsari che abbiano mai solcato il mare della nostra immaginazione

Mentre esitavo, un uomo uscì da una stanza laterale, e i un colpo d’occhio io mi persuasi che ch’era lui, Long John. Egli aveva la gamba sinistra tagliata fin sotto l’anca, e sotto l’ascella sinistra portava una gruccia della quale si serviva con prodigiosa destrezza saltellandovi sopra come un uccello. Era alto di corporatura e robusto, con una faccia larga come un prosciutto, scialba e volgare, ma rischiarata da un intelligente sorriso.

Jim conosce Long John alla locanda “Al Canocchiale” e il pirata si fa assumere come cambusiere (ovvero cuoco di bordo) sulla Hispaniola.

Formata la ciurma, non resta che issare le vele e partire alla volta dei Caraibi.

 

Gli ammutinati dell’Hispaniola

La natura di Silver si rivela quasi subito: nascosto in un barile di mele, Jim ascolta l’ex quartiermastro di Flint complottare con altri della ciurma per sbarazzarsi dell’equipaggio dopo aver recuperato il tesoro. Riferito il tutto al capitano Smollet, questi decide di abbandonarli sull’isola appena sbarcati.

Ma non fa i conti con il ragazzo, che nascosto in una scialuppa scende a terra con Silver e i suoi, ma riesce a non farsi scoprire dai pirati. Dopo aver assistito all’omicidio di Tom, Jim scappa e si nasconde nella boscaglia.

Qui Jim, e noi con lui, facciamo l’incontro di Ben Gunn, che dice di essere stato abbandonato dall’equipaggio di Flint quando aveva rivelato l’esistenza del tesoro ad alcuni uomini.

Nel frattempo, Livesey, Smollett e Trelawney sbarcano con i marinai e si insediano a terra nel fortino di Flint, ingaggiando diversi scontri con in pirati ammutinati.

Torna anche Jim, che racconta dell’incontro con il misterioso Gunn.

Questi sono i capitoli raccontati dal dottore, nei quali vediamo proprio come se stessimo guardando un film gli socntri tra inglesi e pirati con un linguaggio vivido e coinvolgente, tanto da sentire nelle orecchie il rumore degli spari e il tintinnio delle lame incrociate.

Infuria una battaglia violenta e senza quartiere, che lascia sulla sabbia dell’Isola dello Scheletro numerose vittime tra i pirati e tra i marinai, che però riescono a respingere la furia degli avversari.

 

Il coraggio di un uomo nel corpo di un ragazzo

Quanti di noi avrebbero avuto il coraggio di agire come fa Jim? Perché lui diventa il protagonista vero quando decide di recuperare la goletta sottraendola ai pirati. Saremmo anche noi riusciti, avvolti dal buio della notte, a recuperare la Hispaniola ancorata al largo dell’isola buttandoci in mare sulla canoa di Gunn?

Beh, Jim lo fa: taglia la corda che ancora la goletta e la fa andare alla deriva, lontano dai pirati. Salendo a bordo trova solo uno dei pirati lasciati a guardia della nave, il timoniere Israel Hands che ha ucciso il suo compagno durante una sbronza.

Ferito dalla rissa con il pirata, Hands accetta di aiutare Jim ma appena ammarano all’isola gli si avventa contro. “dai Jim!!” mi sembra di vedermi ancora pensare mentre leggo gli attimi concitati della lotta e quando Jim spara contro il pirata sono lì a tirare un sospiro di sollievo!

Questo è uno dei momenti più tesi del romanzo e anche uno in cui Stevenson dà prova di quella capacit di caratterizzare i suoi personaggi con una sola frase, racchiudendo in poche parole tutta una vita. Mette in bocca a Hands questa sentenza:

“Durante trent’anni ho corso i mari e ho visto il buono e il cattivo, e il meglio e il peggio, il bel tempoe la burrasca, e le provviste esaurirsi, e i coltelli lavorare e cos’altro non ho visto? Ebbene, ora io ti dico che mai ho visto dalla bontà uscire il bene. Io sono per chi picchia per primo; i morti non mordono”

Jim è salvo, ma non sa che sta andando incotro al pericolo: tornato sull’isola, rientra nel fortino ma non si accorge che i pirati lo hanno conquistato e finisce dritto nelle mani di Long John Silver.

 

I pezzi da otto e le casse del morto

Prigioniero di Silver, Jim rischia la vita. I pirati lo vogliono morto, dopo ovviamente averlo torturato per bene per ottenere informazioni sul tesoro e su gli altri dell’equipaggio.

Ma Silver stranamente ssi rifiuta: è qui che vediamo la bravura psicologica di Stevenson nel tratteggiare i personaggi. Il cattivo non è piatto, capiamo che dietro la sua crudeltà c’è altro, c’è un uomo indurito dalla vita, un profittatore e un doppiogiochista che però è anche in grado di ragionare in modo lucido. È così che riesce a mantenere il controllo della ciurma, che gli consegna la macchia nera.

Silver però ha molti assi nella sua manica: rivela come ha ottenuto la mappa e salva la vita anche a Jim, al quale fa promettere che in caso di processo l’avrebbe difeso.

Con questo strano sodalizio tra Jim e Long John ci si avvia verso l’epilogo dell’avventura, ovvero il ritrovamento del tanto branato tesoro. I pirati si inoltrano nella boscaglia alla ricerca del nascondiglio del tesoro seguendo le indicazioni di Flint

Grande albero, contrafforte del Canocchiale, punto di direzione N-N-E, quarta a N. Isola dello Scheletro E-S-E, quarta a E. Dieci piedi.

 ma non hanno fatto i conti con Ben Gunn, che cerca di spaventarli simulando il sibilo di fantasmi tra le fronde della fitta foresta isolana. Nonostante la paura e la diffidenza dei pirati, il manipolo arriva al luogo designato ma ecco il colpo di scena: il tesoro non c’è. Tutti i forzieri sono stati portati via. Sembra di sentirle, le urla dei pirati impazziti dalla rabbia che per poco non linciano Jim e Long John.

Solo l’equipaggio dell’Hispaniola riesce ad evitare ai due la morte certa ed è solo in quel momento che l’indomito Silver si arrende al dottor Livesey.

 

L’isola e il suo vero tesoro: l’avventura

Ritrovato il tesoro, sottratto da Ben Gunn, l’equipaggio ritorna sulla goletta. Diviso il bottino, tutto è pronto per tornare a casa ma un uomo manca all’appello.

Esatto, proprio lui, Long John Silver! Fuggito su una bagnarola con una parte del tesoro per paura di essere impiccato.

Jim chiude il suo racconto con un breve finale, dicendo che il ritorno a casa è stato tranquillo e ognuno di loro ha impiegato il denaro del tesoro come meglio credeva. Di Silver più nulla si è saputo.

Finito di leggere un romanzo come questo sembra ancora di sentire il profumo del mare e la risata sghignazzante dei pirati; perché libri come L’isola del tesoro non finiscono girando l’ultima pagina. Continuano a vivere nella nostra fantasia, arricchendosi di dettagli e nuove avventure. Così mi piace credere che Jim si sia follemente innamorato del mare e abbia continuato a solcare i mari a bordo di una goletta, magari verso i Caraibi.

E che dire di Long John Silver? Il pirata per antonomasia magari ha trovato davvero, come Jim dice, un angolo di pace e ora sorride guardando le onde che scivolano leggere sulla sabbia di un’altra isola del tesoro, canticchiando “Quindi uomini sulla cassa del morto, yo oh oh…”

 

Riferimenti

L’isola del tesoro, introduzione di Gianluigi Melega, ed Newton & Compton, 2010

Scheda del romanzo in Wikipedia

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