“Volevo essere bionda” di Veronica Barsotti

“Volevo essere bionda” di Veronica Barsotti

recensione di Stefano Marullo

bionda

Alla fine degli anni Ottanta del secolo appena trascorso, c’era Volevo i pantaloni di Lara Cardella, un libro destinato a far discutere, che riuscì a vendere qualche milione di copie e, dopo essere stato tradotto in molti Paesi, ebbe anche il privilegio di ricevere una sceneggiatura per un film, invero piuttosto mediocre rispetto alla narrazione.

Mi piace immaginare un confronto diacronico fra quel vecchio e fortunato libro con Volevo essere bionda di Veronica Barsotti, a cui auguriamo altrettanto lustro,  a mo’ di cortina di tornasole, per quanto diversissimo  sia il contesto e le latitudini, per cominciare a coglierne alcune peculiarità.

Quella di Anna, la diciannovenne protagonista di Volevo i pantaloni, è una rivendicazione che profuma di sconfitta; quella di Arianna, la trentenne protagonista di Volevo essere bionda, è una ironica autocritica che come un mantra serpeggia tra le pagine del libro, dando la cifra di un disagio ma, al contempo, individuando l’intrinseca necessità di un costante ripensarsi di fronte agli eventi che come uno tsunami si abbattono su di lei.

Entrambe vittime dell’asfissiante clima provinciale, entrambe insofferenti alle convenzioni sociali, la prima sarà avviata ad un dilaniante processo di normalizzazione fatto di violenza anche fisica e matrimoni riparatori, la seconda destinata ad una continua migrazione tra situazioni, case e città, subirà egualmente lo stigma di persona eccentrica e un po’ fuori di testa.

Entrambe affidano ad un futuro prossimo il riscatto della propria condizione; in Anna questo assomiglia ad un pio desiderio da proiettare sulla figlia, in Arianna e un già e non ancora che si intravede alla fine della storia.

Gaypost.it ha inserito Volevo essere bionda tra i cinque libri da mettere sotto l’ombrellone e in questo ci leggo una preoccupazione militante.

Riduttivo.

Pensare a questo libro come ad un manifesto LGBT mi sembra oltremodo fuorviante.

Mettiamo subito i puntini sulle “i”.

Veronica Barsotti scrive maledettamente bene, ha una prosa fluida ed efficace, le pagine scorrono con un incedere quasi magnetico per il lettore, rapito da una protagonista funambolica ed insieme cerebrale, autenticamente folle ma capace di decidere su scale assiologiche fatte di amore e responsabilità.

Ma Arianna (splendido alter ego della stessa autrice, come in ogni romanzo autobiografico che si rispetti) non è solo una lesbica tardiva;

non è solo una figlia indolente rispetto ad una madre, che nel romanzo assurge ad autoproclamata, e non richiesta, Ninfa Egeria opprimente;

non è solo moglie di Filippo, figura anodina ma anche lui forse vittima di un gioco più grande; compagna di Paola, prima, amante controversa e piena di sé;

non è solo madre di Michele e Vanessa, vere stelle polari e terminal di ogni preoccupazione e desiderio;

non è solo compagna di Clara, poi,  vera figura gigantesca, quasi angelica, per tenerezza e generosità.

Arianna è soprattutto una donna  che si barcamena dentro la centrifuga di tutte queste interdipendenze  con le sue straordinarie intuizioni, le sue fragilità di cui è cosciente e che combatte con ogni mezzo, il suo brillante senso dell’umorismo che le consentono di non essere inghiottita dal tragico come quando, in incipit, dice di se stessa:

“Ho trentaquattro anni, un lavoro precario nell’ambito della comunicazione e sono rimasta senza mutande pulite”.

Arianna è una donna abituata a stare sui trampoli non certo alla maniera di Cosimo Piovasco di Rondò, di calviniana memoria, che stava sugli alberi per tenere a debita distanza gli altri, ma per guardare lontano e magari correre, e farsi male naturalmente, come chiunque stia sui trampoli.

Arianna non può accontentarsi delle quotidiane, anchilosate certezze, ma ama scommettere.

A dirla tutta, e questo spero non sia un vulnus per qualche lettrice femminista radicale, il suo sentirsi madre è forse la regina di tutte le sue battaglie, il suo cruccio, il suo limite e la sua forza.

Questa sua debolezza paradossalmente ci rende Arianna un personaggio credibile, autenticamente vicino e non si può non tifare per lei a prescindere.

Quando poi lei stessa chiede, con le sue usuali domande supreme “quante volte si può morire nella vita?” la risposta sembra ovvia e ci piace metterla in bocca a lei medesima: tutte le volte che si è disposti a risorgere.

Volevo essere bionda è tutto questo.

Una bella storia d’amore tra donne.

Una storia lacerante ed insieme un esercizio di mistica della leggerezza (“Non c’è niente di più impenetrabile dei calzini che entrano in due ed escono single. Deve essere così anche per le coppie”) , un continuo oscillare tra rimpianto e resistenza attiva.

Un inno alla fragilità, parafrasando san Paolo “quando sono debole che allora sono forte”, senza scadere mai nella banalità.

Finanche il nome della protagonista, Arianna, sembra fortemente simbolico ed evocativo: la necessità di non perdere mai il filo, nella trama dell’esistenza.

Con un leitmotiv che rimbomba ossessivamente: l’amore, sempre da ricreare e che non ammette mai riposo foriero di annacquamento:

“L’amore è come la batteria dell’Iphone; anche quando non c’è nessun guasto, ad un certo punto non si accende più”.

Arianna è una folata gelida ma vivificante, un simpatico grillo parlante che abbatte torpori e false sicurezze.

Prova superata, Veronica Barsotti. Brillantemente. Poi ci spiegherai perché i tuoi capelli sono castani.

Sinossi

La vita di Arianna è un labirinto caleidoscopico di situazioni paradossali, casi di omonimia e di osmosi tra le persone che incontra, in cui empatia e ironia si inseguono senza mai bisticciare.

La scuola dei bambini, i colleghi, le mamme degli amici dei figli: tutto è filtrato da sguardi, che siano quelli degli altri o il nostro occhio interiore che osserva anche i moti interni, quelli più difficili da scorgere e spesso da interpretare.

Arianna ci prende per mano e mostra questi sguardi, i ricordi, le emozioni e le paure.

Volevo essere bionda non fornisce né ricette né facili soluzioni ai folli imprevisti della vita: il fluire dell’esistenza è inesplicabilmente buffo e per sopravvivere è meglio non prendersi troppo sul serio.

Titolo: Volevo essere bionda
Autore: Veronica Barsotti
Edizione: Do it human, 2017
Link d’acquisto:
https://www.amazon.it/Volevo-essere-bionda-Veronica-Barsotti/dp/8899628033

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *