“I frutti del vento” di Tracy Chevalier

“I frutti del vento” di Tracy Chevalier

Recensione di Emma Fenu

 frutti

Un romanzo non facile, l’ultimo di Tracy Chevalier, intitolato I frutti del vento ed edito da Neri Pozza nel 2017.

Ci si deve lasciar conquistare, per amarlo.

Ci si deve immergere nella palude della miseria anche morale, per comprenderlo.

Ci si deve impegnare a leggere pagine di dati botanici, per cogliere le radici di un amore per la terra e gli alberi.

La famiglia Goodenough (e, dato l’accanirsi della sorte sui membri che la compongono, il cognome è grottesco, più che ironico), lasciando il Connecticut, si reca nell’Ohio in una zona chiamata, questa volta con perfetta aderenza alla realtà, La Palude nera. 

Corrono gli anni della metà dell’Ottocento.

Terra di fango, di vegetazione intricata, di gelo e di arsura.

Terra avara, terra che divora, terra che chiede sacrificio oltre l’umana sopportazione.

Terra con cinque croci conficcate, quelle della metà dei figli Goodenough, morti di malaria. Terra che non si sazia di croci.

Terra che sporca di nero, macchia mani, mente e coscienza.

Terra che non lascia spazio alla bontà, perché essa è un lusso e nella palude si vive di miseria.

James e Sade, marito e moglie, vedono il pomo della discordia rotolare ogni giorno sulla propria mensa.

Ma non è l’Olimpo, è la Palude nera. Non è in palio il titolo della più bella, ma la sopravvivenza.

James ama gli alberi più degli uomini, perché essi resistono, sfidano i secoli ergendosi maestosi sulle disgrazie. E ne è padre creatore, grazie alla propria abilità nella pratica degli innesti.

Secondo la legge dell’Ohio, il colono diventa proprietario della terra solo nel momento in cui pianta cinquanta meli.

James, avendo portato i semi e le semenze delle mele Golden, quelle gialle che sanno di miele, noci e ananas, dal Connecticut ma che, in realtà, arrivano, come una preziosa eredità, dall’Inghilterra, vuole vederle crescere.

Sade, invece, detesta i frutti che sono la ragione di vita del consorte, preferendo le mele asprigne da cui ricavare sidro e, soprattutto, acquavite, l’unica in grado di stordirla e renderle sopportabile una vita che odia.

Moglie fedifraga, madre crudele, donna ubriacona e fannullona, Sade sembra condannata all’Inferno fin dalle prime pagine del romanzo, perfino nei capitoli in cui le si affida il compito di voce narrante, essa non ha possibilità di redenzione.

Sade è stata divorata dalla Terra, come i figli già morti.

A emergere dalla Palude saranno due ragazzi: Robert, intelligente e caparbio, e Martha, dolce e remissiva, eppure dotata di grande istinto di sopravvivenza.

Robert viaggerà per anni fino alla California e, finalmente, rincontrerà la sorella, dopo che entrambi si erano cercati inviandosi missive che, per motivi molteplici, nessuno dei due riusciva a leggere.

Entrambi frutti del vento, entrambi destinati a non soccombere ai piedi di grandi alberi, ma a germogliare lontano, per ferire la terra con radici e tendere al cielo con i rami, sono simbolo della lotta per vivere.

Del resto, le leggi della botanica non sono poi così lontane da quelle che governano, spietate, la sorte umana: di dieci semi, trasportati lontano dalla pianta madre, uno solo diverrà albero.

Uno solo.

 

Sinossi

Nella prima metà del XIX secolo James e Sadie Goodenough giungono nella Palude Nera dell’Ohio dopo aver abbandonato la fattoria dei Goodenough nel Connecticut.

La legge dell’Ohio prevede che un colono possa fare sua la terra se riesce a piantarvi un frutteto di almeno cinquanta alberi.

Una sfida irresistibile per James Goodenough che ama gli alberi più di ogni altra cosa, poiché gli alberi durano e tutte le altre creature invece attraversano il mondo e se ne vanno in fretta.

In quella terra, dove gli acquitrini si alternano alla selva più fitta, James pianta e cura con dedizione i suoi meli.

 Un frutteto che diventa la sua ossessione; la prova, ai suoi occhi, che la natura selvaggia della terra, con il suo groviglio di boschi e pantani, si può domare.

La malaria si porta via cinque dei dieci figli dei Goodenough, ma James non piange, scava la fossa e li seppellisce.

Si fa invece cupo e silenzioso quando deve buttare giù un albero.

Finché, un giorno, la natura selvaggia non della terra, ma della moglie di James, Sadie, esplode e segna irrimediabilmente il destino dei Goodenough nella Palude Nera.

Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, “I frutti del vento” è un’opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.

Titolo: I frutti del vento
Autore: Tracy Chevalier
Edizione: Neri Pozza, 2017
Link d’acquisto:
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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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