Jeanne e quella folle corsa nella libertà del cinema

Jeanne Moreau non è più tra i viventi. Adieu Jeanne

di Paola Caramadre

Jeann Moreau in Jules e Jim

Jeanne Moreau

Quei baffi disegnati su labbra imbronciate e seducenti, quella corsa folle, quella risata… quella sensazione di libertà irradiata da una scena cinematografica.
Tutto trasuda libertà in una sequenza impressa nella mia mente.
Jeanne Moreau non è più tra i viventi e questa consapevolezza è foriera di un intreccio ipertestuale che si interseca con un film, in particolare, un romanzo, in generale, e la mia vita in inconsapevole cadenza.
In un lontano 14 febbraio, di un anno imprecisato, andai, con il mio migliore amico, in un cinema d’essai. Un piccolo cinema con 99 poltroncine di legno, scomode più che altro.
Eravamo, ognuno per proprio conto, amareggiati. Qualcosa mancava, qualcosa non c’era. Tant’è che nel giorno di San Valentino unimmo le nostre ambasce e andammo al cinema.
Ci mettemmo in ghingheri come dovessimo andare ad un incontro galante. Nel salutarci ci scambiammo reciproci apprezzamenti e il cuore cominciò a salirci in gola. Entrammo nel cinema tenendoci per mano.  Non mani intrecciate ma quasi sfiorandoci le dita. Preso il biglietto, cominciammo a sentire le farfalle nello stomaco. Sì, sembrava, in tutto e per tutto, un appuntamento con l’amore.
Nella saletta si fece silenzio. Sì aprì il solido sipario di velluto morello e lo schermo si illuminò. Sprofondammo nelle seggioline, scambiandoci a tratti un sorrisetto ansioso.
Fino a quando sullo schermo non apparve lei: Catherine. E ci innamorammo con svenevoli sospiri.

La corsa più simbolica del cinema

Il film ci travolse con il suo bianco e nero, la sua intraducibile energia, tutto ci apparve possibile. La drammaticità della trama si stemperò in un gioioso intreccio di tante arti diverse e tutto il film si condensò in quella sequenza unica, irripetibile.
I nostri cuori presero a battere all’impazzata come durante la corsa. La scena sul ponte si stampò, per sempre, nel nostro immaginario con quella sensazione di preziosa libertà irradiata dalle riprese in bianco e nero.
C’eravamo anche noi, a spiare il maglione largo, a sorridere inebediti davanti a quella risata così bohemienne. Parigi, le avanguardie, l’arte, le speranze, gli irragionevoli sogni, l’amore? È da reinventare! Tutto questo era lì sullo schermo, davanti a noi, innamorati e festanti, come vagabondi ubriachi in primavera.
Era lì, sul volto radioso di Jeanne Moreau e sulle linee scure dei baffi disegnati.
Quando si riaccesero le luci, non c’era più alcuna traccia di angoscia nei nostri cuori. Ci accendemmo una sigaretta e con una mano in tasca ci mettemmo a camminare con gli occhi lucidi chiacchierando e chiacchierando. Quanta energia c’era in quei nostri teneri e adolescenziali pensieri! La piccola cittadina di provincia trascolorò in contorni nuovi.
E tutto per che cosa? Per un film? No, molto di più, per una promessa. Essere Catherine per un attimo, per un istante, essere lei in un sguardo, in un sorriso, in una lacrima.
Ognuno di noi almeno per un istante dovrebbe sentirsi come Kate. Io lo sono stata? Voglio illudermi di sì, quando una volta qualcuno mi fece dono del romanzo Jules et Jim. A sua volta qualcuno glielo aveva regalato. Nell’affidarmelo mi disse: “ti si addice, a te starà meglio che a me”.

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