“Gentilissimo signor passeggero”, di Paola Caramadre

“Gentilissimo signor passeggero”, di Paola Caramadre

Contest Lettere al Femminile

treno

con il quale ho condiviso il viaggio in treno questa mattina, ti scrivo dandoti del tu perché ti monteresti la testa se ti dessi del lei, ma sappi che preferisco stabilire precise distanze tra noi due.

Non conosco il tuo nome e preferisco non saperlo mai perché spero di non dover mai ascoltare la tua sgraziata voce rivolgersi a me.

La vicinanza fisica, a cui il treno ci ha assoggettati, ha fatto in modo che fossi costretta ad ascoltarti e così vorrei puntualizzare alcune cose.

Hai fatto una cosa orribile.

Hai mostrato il volto di quella violenza quotidiana a cui ci siamo assuefatti e che, invece, dovrebbe indignarci.

Sì, la chiamo violenza anche se nascosta sotto il tono della conversazione goliardica e amichevole con la donna che sedeva di fronte a me.

“Le donne devono stare a casa ad occuparsi dei figli”, hai esordito così.

Lei ti ha guardato con sgomento.

“Lo sai che quasi tutti gli adolescenti oggi vanno dallo psicologo? e sai perché ci vanno? perché non hanno più il calore del focolare domestico, perché non hanno più una madre ad accudirli”, le hai detto quasi con astio.

Lei ha provato a ribattere, ma debolmente.

Sul suo volto era dipinto il senso di colpa lancinante, quello che la fa soffrire ad ogni istante perché lascia sua figlia, una bambina di quattro anni, da sola.

Anzi, non da sola.

E’ affidata ai nonni materni, il padre torna dal lavoro nel primo pomeriggio.

La bambina non è sola.

E lei ha scelto il part time orizzontale, lavora solo tre giorni a settimana.

Gli altri sta a casa con la bambina.

Ma non basta.

Non ti basta.

Devi umiliarla e offenderla, devi fare leva sul suo senso di colpa, devi dimostrarle con presunte statistiche che è una donna snaturata e che sua figlia è condannata per sempre.

Lei non riesce a contrastare questa retorica insensata che le stai rovesciando addosso, non riesce a dirti che ti sbagli, che forse il ruolo di una donna può essere quello di madre e lavoratrice, che tutto si può conciliare, che i padri dovrebbero essere più presenti.

E invece, no.

Riesci a schiacciarla, a farle sentire che è sbagliata.

Perché tu hai due figli, tua moglie non lavora e si occupa di loro e di te.

E così dovrebbero fare tutte le donne.

E gli uomini?

I padri?

Tu sei un padre eppure non ti senti in colpa del fatto che prendi il treno alle 6 del mattino e che torni a casa la sera alle 20 e lo fai tutti i giorni della settimana, salvo la domenica.

Ai tuoi figli non deve importare.

I tuoi figli capiranno.

Carissimo signore con il quale ho nolentemente condiviso il viaggio, vorrei dirti che i tuoi figli non sentiranno mai la tua mancanza e mi auguro che ti frequentino poco, mi auguro che possano nutrirsi di sentimenti migliori che tu non potresti mai comprendere e che ti facciano sentire di troppo quando la domenica preparano il pranzo e apparecchiano la tavola, insieme.

Vorrei che ti capitasse di sentirti escluso da quel flusso d’amore che si genera all’interno delle famiglie dove nessuno può rinfacciare all’altro il tempo non trascorso insieme, le calze non piegate nell’armadio o la polvere sul tavolo, perché si sta insieme.

Perché si contribuisce insieme ad essere una famiglia, ognuno con quello ha e nel modo che gli è più congeniale.

Carissimo signore ti auguro di incontrare presto la figlia della tua amica e di scoprire che è una bambina felice e sorridente perché è sicura dell’amore di sua madre anche se non sono insieme ogni ora, anche se sua madre è una donna che lavora.

Carissimo signore, ti auguro di scoprire che ci sono tanti modi per essere felici e di certo questi modi non sono racchiusi in stereotipi e pregiudizi che servono soltanto ad una cosa: a darti l’illusione di essere nel giusto.

Mi dispiace, ti sbagli e ti sbagli di grosso.

Tanti saluti da tutti quelli che hanno voglia di rischiare e vivere quella vita che tu sa solo criticare,

con cortese disappunto,

la tua compagna di viaggio

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