“Volti nell’acqua” di Janet Frame

“Volti nell’acqua” di Janet Frame

Recensione di Chiara Minutillo

Volti nell'acqua

Ogni mattina mi svegliavo terrorizzata, aspettando che l’infermiera del turno di giorno arrivasse durante il giro e annunciasse leggendo dall’elenco di nomi che teneva in mano se ero o no di turno per la terapia shock, il nuovo metodo alla moda per calmare la gente e farle capire che si deve obbedire agli ordini e lucidare i pavimenti senza protestare e le facce vanno atteggiate al sorriso e piangere è un delitto. Aspettare di primo mattino, nelle ore gelide incappucciate di nero, era come attendere la pronuncia di una condanna a morte. […]

Così lavavo l’ufficio, per precauzione, e sgusciavo fino alla scrivania della caposala e lanciavo una rapida occhiata al registro aperto e alla lista di nomi per il trattamento della mattina dopo. Una volta vi lessi il mio nome, Istina Mavet. Che cosa avevo fatto? Non avevo pianto né parlato fuori turno né mi ero rifiutata di spingere lo spazzolone con lo straccio per lucidare né di aiutare ad apparecchiare i tavoli per il tè, né di trasportare fino alla porta di servizio il bidone traboccante di rifiuti destinati ai maiali. Evidentemente esisteva un crimine che mi era ignoto, che non avevo incluso nella lista perché non riuscivo a inchiodarlo con il riflettore tremolante della mente negli oscuri sobborghi dell’inconscio. Capii allora che avrei dovuto essere prudente. Avrei dovuto portare i guanti, per non lasciare tracce quando mi introducevo di soppiatto nella casa stipata di sentimenti e arraffavo esuberanza depressione sospetto terrore.

Grida, risate, puzza di sudore. L’odore acido della paura, che scaturisce dai corpi e impossessa le menti. La paura è contagiosa. L’orrore anche.

Uomini in camici bianchi, donne dall’aspetto forte.

A volte sono umani, altre volte appaiono come demoni crudeli. Quando girano per i corridoi delle varie corsie, consultano un elenco e, in tono perentorio, dicono: “Domani niente colazione per te!”.

È il segnale, è giunto il momento in cui la follia è legittima, perché è la paura che fa fare cose folli. Perché niente colazione significa solo una cosa: si è destinati al trattamento. E una volta che tutto è finito, si vedono i volti. Deformi, come se fossero nell’acqua. Inespressivi, eppure carichi di terrore.

“Volti nell’acqua” non è un thriller e nemmeno un horror, anche se leggerlo fa pensare che a volte la vita umana sia più piena di orrore di qualsiasi fantasia. Istina Mavet è la protagonista, nonché narratrice, di questo romanzo di Janet Frame.

Istina Mavet è lo pseudonimo di Janet Frame.

Additata come schizofrenica, in un’epoca in cui ancora non si sapeva cosa fosse questa malattia, Janet Frame venne rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Solo dopo anni, trovò la forza e il coraggio di parlare di quell’esperienza attraverso Istina Mavet.

Quando le porte del manicomio si aprono davanti a Istina Mavet, si aprono anche davanti a noi. Ci mostrano l’orrore di istituti di cura da cui uscire era quasi impossibile. Quando quelle porte si aprivano, era come entrare in un circolo vizioso. Prima la corsia Quattro, per chi non era grave. Poi veniva la Due, per chi era ingestibile. Poi la Uno, per chi non meritava più alcun tipo di cure. E quando ogni speranza era perduta, c’era la lobotomia, per permettere a quella personalità incivile, demonica che si impossessava del paziente, di andarsene. Così un malato diventava affabile, docile. Una pecora in attesa del macello.

“Volti nell’acqua” è un romanzo forte, crudo e crudele.

Se ridi, ti aspetta il trattamento con l’elettroshock. Se ti disperi, ti aspetta il trattamento con l’elettroshock. Tutto diventa reale. Pare di vederli nell’ombra quei volti emaciati, resi folli da una vita ingiusta. Pare di conoscerli, di sentirli, mentre gridano silenziosamente aiuto e pietà.

Janet Frame ci racconta un viaggio all’inferno, un girone alla volta.

Ci afferra in un gorgo, dalle spirali sempre più strette, dove compaiono i volti. I volti di tutti coloro che non sono stati compresi e non erano altro che bestie in uno zoo; di chi non valeva abbastanza per sperare in una cura; di quelle persone davanti a cui l’abisso ha aperto le fauci, attirandole a sé, divorandole, scomponendole in mille pezzi fatti di ricordi, sensazioni, paure.

E quando, finalmente, arriviamo alla fine di quel furioso turbinio, le porte dell’ospedale psichiatrico si chiudono dietro di noi. Tiriamo un sospiro di sollievo, sorridiamo alla nostra libertà e ci giriamo a guardare ciò che ci siamo lasciati alle spalle, quelle pagine cariche di solitudine e amore, di pazzia e di genialità.

E il sorriso muore sulle labbra, al pensiero di tutti i volti che da quel gorgo non sono mai usciti. Né usciranno mai.

Chi siamo noi? Siamo diversi quando non rivendichiamo più come tesori i fili d’erba che teniamo in mano o la carta del cioccolatino, ma scegliamo gli esseri umani che speriamo di tenerci stretti al cuore? Siamo sani, allora? Abbiamo fatto progressi dalla malattia, quando non ci curiamo più della borsa di cretonne rosa con i disegni di rose, ma cominciamo a cercare persone a cui annodare un cordone intorno al collo per portarle avanti e indietro dentro di noi, e non siamo disposti a lasciarle andare nemmeno di notte per dormire e sognare?

Sì, sapevo che la mia famiglia mi avrebbe “accolto”, anche se sapevo che erano estranei ormai, che mia madre era un uccello e mio padre un’immagine di arenaria, e che il mondo intero era un mondo di sogno in cui le persone si svegliano e lavorano e amano e dormono, liberi, effervescenti come yo-yo finché la corda non li riporta continuamente alla prigione centrale della perplessità. Nel buio della fiera multicolore dei giorni, i loro cuori gelano di paura quando vedono il sinistro illusionista allentare le catene che desiderano tenere sempre legate a sé. Perché sono separati e non possono sfuggire alla loro stessa prigionia, come un bambino che vuole giocare a nascondino ma non osa lasciare la “tana” per paura di essere intrappolato e svelato a se stesso e agli altri come il colpevole, il criminale.

Sinossi

«Ancor più di Virginia Woolf, Janet Frame è prigioniera della sua biografia», scrive Hilary Mantel nell’introduzione a questo volume. La grande scrittrice neozelandese trascorse otto anni della sua vita in vari ospedali psichiatrici e fu sottoposta a più di duecento elettroshock, «ognuno pari per intensità di paura a un’esecuzione capitale». La sua intera opera è attraversata da cima a fondo dal ricordo di questo doloroso capitolo della sua esistenza, come ampiamente mostra Un angelo alla mia tavola, l’autobiografia che le ha dato la fama e che fu oggetto di una memorabile trasposizione cinematografica di Jane Campion.

Il libro, tuttavia, in cui la sua esperienza ospedaliera viene restituita nella maniera più cruda e, nello stesso tempo, poetica è certamente Volti nell’acqua, benché Janet Frame abbia scritto di avervi ammorbidito la verità, temendo che altrimenti non le avrebbero creduto.

Istina Mavet è il personaggio principale dell’opera che, come ha scritto l’autrice, non è la semplice rappresentazione di se stessa, ma qualcosa di più. Hilary Mantel ricorda come Istina significhi verità in serbocroato e Mavet morte in ebraico. Istina Mavet è la vittima e, insieme, la testimone di una reclusione in cui è in questione tutto tranne che la cura. L’ospedale dove resta più a lungo ospita pazienti di ogni età e patologia, malati di demenza senile, criminali, persone con disturbi genetici e semplici sofferenze emotive. I medici non si fanno vedere mai e le infermiere hanno il solo compito, non immune da un certo sadismo, di controllare i pazienti.

Autore: Janet Frame

Titolo: Volti nell’acqua

Editore: Neri Pozza

Anno: 2013

Pagine: 256

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/Volti-nellacqua-Janet-Frame/dp/8854503800/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *