“Ci vorrebbe un miracolo” di Maria Luisa Malerba

“Ci vorrebbe un miracolo”

di Maria Luisa Malerba

 
Ci vorrebbe un miracolo.
Di quelli che vengono raccontati nei film a Pasqua e a Natale.
Anche se non sono religiosa: la storia della Natività e della ragazzina che, non si sa come, è rimasta incinta del figlio di Dio non mi ha mai convinta del tutto.
Questa cosa non la dicevo a nessuno quando andavo a catechismo, se no era peccato.
Non so in che credo… Nel karma? Negli spiriti? Nel Paradiso dopo la morte? Nelle molecole che diventano parte di un tutto più grande?
 
Fa paura pensare che, ad un certo punto, click.
Si spegne l’interruttore.
Quella persona a cui hai voluto un bene infinito presto non ci sarà più.
Possono trascorrere minuti, ore o giorni. Una lenta agonia. Si sta spegnendo.

Mia nonna…è la quercia della famiglia.

Era vitale e gioiosa, mi faceva ridere tanto! Era anche molto vanitosa.
Quando ero piccola, a volte, mi portava in giro per la villa del paese, dove incontravamo qualche altra vecchietta come lei.
Mentre l’amica si avvicinava per fermarsi a parlare, mia nonna mi diceva: “Guarda, chi ha più rughe io o quella? E chi ha più capelli bianchi? Non dire niente quando sta lei, me lo dici dopo. Tu osserva e basta.”
Io facevo vincere sempre lei, le dicevo che era la più bella.
Poi mi faceva vedere Anche i ricchi piangono, la telenovela! E mia madre si infuriava perché diceva che è una cretinata e che è diseducativo. Allora la vedevamo di nascosto.
Mi preparava pane e pomodoro mentre vedevo i cartoni animati e mi viziava ogni giorno.
Tornavo da scuola e c’era lei, cucinava benissimo, peccato che non ho mai voluto imparare niente.
Troppo tardi ora.
Era il gazzettino di casa.
Le piaceva tanto il telefono perché amava parlare con la gente.
Se chiamava i parenti che stanno a Milano gridava, perché sono più lontani. Se poi chiamava all’estero urlava ancora più forte.
Se qualcuno le raccontava un aneddoto fresco di giornata, lei, in pochi minuti, faceva un giro di telefonate e diffondeva la notizia a tutti gli zii e ai cugini; se poi si trattava di qualcosa che, a suo giudizio, era particolarmente importante, squillava anche la cornetta del telefono di zie e cugine con gradi di parentela più lontani.
Come quella volta in cui incontrai zia Gina di Grumo Appula, che non vedevo da una vita, e mi disse: “Tua nonna l’altro giorno mi ha chiamata e mi ha detto che sei stata a Oxford per una conferenza. Ogni volta che prendi un aereo, squilla il telefono ed è lei. Io so tutto di te”.
Le notizie, una volta raccontate a lei, volavano come il vento.
Tutti la chiamavano “il vento”.
Anche perché era sempre in movimento, nessuno sa dove prendesse l’energia.
Mi ha dato il biberon, mi ha vista crescere, soffrire e gioire per amore, brillare negli studi e nel lavoro e poi sposarmi.
Proprio il giorno del mio matrimonio, ne ha combinata una delle sue.
È stata l’unica a notare l’anello che sfoggiava mia suocera, che si vanta sempre di questo gioiello di famiglia di cui a nessuno gliene frega niente.
Il giorno del matrimonio eravamo tutti presi da mille cose, ma quel famoso anello a mia nonna non è affatto passato inosservato.
Appena l’ha vista, le ha detto: “Bell’anello, è tuo? Io non ho messo niente al dito oggi. Che me lo dai?”.
Poi mi hanno raccontato che mia zia non sapeva dove nascondere la faccia.

Pochi mesi dopo il mio matrimonio, il suo corpo ha deciso che aveva trascorso troppi anni su questa Terra.

“Solo un miracolo può salvarla”.
Questa frase del medico mi rimbomba nella testa.
Si ingarbugliano nella mente tante parole.
Coma metabolico. Ischemia intestinale. Complicazioni polmonari. Problemi cardiocircolatori. Aritmia. Gonfiore agli arti. Mascherina dell’ossigeno
Pensateci, se i miracoli esistessero, non sarebbe troppo egoista da parte mia, chiederne uno per un caso di questo tipo?

Un miracolo va chiesto per le vittime di una guerra o per un bambino piccolo che sta morendo di una malattia incurabile.

La morte di mia nonna è in armonia con i cicli dell’esistenza e con l’ordine caotico dell’universo.

Mia nonna ha novanta anni suonati e non vede l’ora di riabbracciare mio nonno.

Me l’ha detto l’ultima volta in cui l’ho vista, qualche giorno fa.

Mi ha anche detto che l’ha sognato: “Bruna, siediti qui, ti devo dire una cosa. Ho visto tuo nonno. Com’era bello! Mi abbracciava forte e mi sorrideva! Voglio andare da lui, sono stanca di vivere”.

Io non sapevo che dirle, aveva ragione.

Pochi giorni dopo si è sentita male ed è iniziato il calvario.

È possibile che lui stia venendo a prenderla?

La versione della scienza è di una logica schiacciante. Sembrerebbe che, chi è vicino alla morte, secerne una sostanza chimica che gli causa visioni dei propri cari nell’ Aldilà.

Questo gli allevierebbe il trapasso. Poi, si sa, il corpo si decompone e finisce tutto lì. Me l’ha raccontato un’amica atea tempo fa, per consolarmi o, almeno, questo pensava lei.

Ma mia nonna crede all’aldilà.
Forse, in questo momento, sta percorrendo un lungo cammino, una sorta di selva oscura dantesca.
In un’estremità, sente le voci di chi è nel mondo fisico e le sta intorno, controlla i valori sul monitor, pulisce le ciglia e si illumina di speranza quando lei stringe la mano di chi le tocca la sua.
Nell’altra estremità, dove c’è più luce, mio nonno l’aspetta a braccia aperte, come nel sogno.

Il suo corpo ora sta decidendo che direzione prendere.

Bisogna solo sperare che decida presto e che non sia un processo doloroso.
Finché, un dì, le due anime si ricongiungeranno e veglieranno su di noi, si suppone.
Ok, nonna, non diventerai bisnonna, però rivedrai il nonno forse.
C’è la visione orientale, quella della reincarnazione.
L’anima di chi è morto si reincarna nel corpo di un’altra persona che nascerà e lei può scegliere in chi.
Per esempio, può scegliere di continuare a vivere nella nostra famiglia e di reincarnarsi in un eventuale figlio mio o di mia sorella.
Poi, in qualche modo, si ricongiungerà all’anima di mio nonno in un’altra persona, nella sua prossima vita. Che assurdità…no? E se fosse vero? Non sapremo mai la verità, ma che importanza ha?
Lei ha un’aura d’immortalità che si manifesterà nei tratti genetici dei discendenti della mia famiglia.
A livello inconscio, vivrà in un gesto che farò, in una parola che dirò o in un odore che affiorerà un giorno per caso… Vivrà quando preparerò la merenda prima a mio figlio e poi a mio nipote o quando ricorderò l’ultimo video che le ho fatto col telefonino qualche giorno fa.

L’immortalità non è nel suo corpo che sta morendo.

Ma il messaggio che ci ha lasciato e l’amore che ci ha trasmesso sì che sono eterni.
 
Dalle stelle proveniamo e al firmamento, penso, torneremo, anche tu.
Buon viaggio, nonna, ovunque tu vada, è stato bello essere stata accompagnata da te in questo lungo ramo del sentiero della vita.
Sono stata fortunata, non ho bisogno di nessun miracolo perché rivivrai, ogni giorno, in me.
 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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