“Le Dee del Miele”, di Emma Fenu

“Le Dee del Miele”, di Emma Fenu

Recensione di Ilaria Biondi

miele

Ci sono pagine che non si cadenzano al ritmo del nostro respiro, ma si fanno, esse stesse, respiro.

Pagine che esigono sospensione assoluta.

Svuotamento snudato.

Anima scalza, in  tacita solitudine e vibrante attesa.

Di un’epifania.

Che si schiude, come boccio gravido di promesse di Bellezza.

Eccole, queste pagine.

Le Dee del miele di Emma Fenu.

Sfiorare la morbida veste di carta avorio e appoggiare il cuore all’ascolto.

Dei bisbigli del Miele.

Della carezza delle Dee.

Dell’abbraccio di una terra che ha la voce trasognata del sortilegio.

Della poesia di luna.

Il canto è ammaliante fin dalle note d’attacco:

«Profumo di pomodori e salsedine, linguaggio di una terra talvolta generosa, dea dal grembo fecondo e gravido di sole, che sfama i suoi figli.»

Leggere questo romanzo è come perdersi in un abbraccio.

Già in Vite di Madri, seppur nella durezza scheggiante di maternità sanguinanti, la grazia nitida della poesia, che inghirlanda la levigatezza della prosa, avvolge il lettore nel suo grembo accogliente.

Parimenti le Dee  del Miele raccontano le dolcezze di mandorla della maternità e le fiamme luminose dell’amore, ma custodiscono anche una sostanza aspra, l’inaridimento di un corpo che si nega suo malgrado alla vita.

La fatica del dolore e della morte.

Il vuoto dell’assenza.

La miseria che grava sulla schiena.

L’artiglio spinoso della malattia.

Il vile piacere senza gioia che si nutre di disamore.

La lingua corposa, feconda di profumi e depositaria di voci arcane, avvampa il lettore, conducendolo in una danza di suoni e immagini che trascende il crinale del tempo.

Il tono partecipato, che già impregna l’opera precedente, acquisisce in questa storia, per buona parte autobiografica, una sfumatura di carezzevole intimità e dolcezza e, al contempo, di forza e amara sofferenza.

Una scrittura densa di rimandi e richiami interni.

Di parallelismi e metafore.

Di simboli, che rinviano per buona misura alla fecondità, nucleo denso del romanzo, e alla numerologia.

Una partitura che si regge sul ritorno anaforico di parole dal forte potere evocativo, legate ai campi semantici del numinoso, del mistero e della maternità.

Senza dimenticare il sapiente gioco degli ossimori, che innervano nella struttura formale le ineliminabili dicotomie della vita, nel suo essere al contempo buio e luce.

Una lingua che risuona come melodia estatica, a ricolmare le attese di magia nel lettore.

A far da sfondo alla storia, il contrasto cromatico tra il rosso e il nero.

Il primo rinvia al sangue come violenza, ferita, dolore, morte.

Ma anche e soprattutto alla promessa di vita che ogni mese si rinnova nel corpo femminile.

Alla brama d’amore che si affida alla sensualità femminea.

Il secondo allude invece allo scuro sipario di un mondo parallelo, “altro” e sconosciuto.

Ma rimanda anche alla fiera, selvaggia, indomita bellezza di corpi, chiome e pelli del colore della notte.

Questo contrasto solo può essere stemperato dall’aurea e carezzevole dolcezza del liquido ambrato, frutto dell’avido suggere delle api.

La struttura calibrata della frase ha un movimento ritmico sotteso che ne rivela l’elegante armonia, il respiro lirico teso e puro, la musica di struggente limpidezza.

L’immaginazione è mobile e fertile, ma la scrittura mantiene un controllo senza sbavature che denota un raffinato lavoro di cesello.

Una felicità del raccontare.

Una ricchezza grondante che non scivola mai nell’opulenza ostentata, perché costantemente governata da pudore e misura.

L’autrice allunga la mano e coglie le gemme che trova attorno a sé, per poi ricomporle, con garbato rigore, nel seno accogliente della pagina bianca.

La Natura ora severa e spinosa, ora colma e rigogliosa della sua isola le fa dono di tramonti e albe.

Di frutti turgidi e cieli ricamati di stelle.

Disegna una geografia di memoria e radici alla quale l’autrice appartiene non solo per nascita di corpo, ma anche e soprattutto per nascita di anima.

Gli animali, gli alberi e i fiori, gli odori, i colori, il vento e la neve sono la veste che adorna e protegge la pelle dei pensieri.

Le similitudini rendono vivo e palpitante l’universo raccontato, ancorando le storie e i personaggi al ventre sacro della Grande Madre che li ha partoriti.

«Le parole pronunciate in una stanza si insinuavano anche negli angoli più reconditi, come semi trasportati dal vento che fanno germogliare piante neonate anche senza la volontà dell’ortolano».

L’autrice, sedotta dai profumi e dalle abbacinanti immagini della sua Isola, fruga dietro il velo cosmico della suprema genitrice.

A inseguirne il sacro respiro.

A spiarne il cuore divino.

A coglierne il linguaggio segreto.

Guidata da quel legame naturale che le Donne hanno con la terra e il flusso naturale degli elementi.

Ed è così che, nel confuso fragore del presente, si aprono crepe inattese, dalle quali sgorga la consolante voce di una saggezza millenaria.

L’apertura verso il mondo di Emma Fenu si intreccia a doppio filo con l’insopprimibile professione di fede alle proprie origini.

Alla propria appartenenza a una terra di memoria.

Forte, vitale, fiera e gelosa della propria identità.

Terra d’antichi miti e riti che si nutre come ape impaziente del mistero rannicchiato nel proprio ventre.

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«Sono nata sul confine fra due mondi, lingua di terra fra un castello che volgeva al declino, lasciando dietro di sé il pudore della memoria, e un torrente che si insinuava, ospite inatteso, fra orde di occhi increduli»

Perennemente sospesa tra attesa di promessa e richiamo di radici, nel sacro respiro delle Dee alle quali è legata da infinito e mai spezzato cordone ombelicale, Emma Fenu intona la sua limpida elegia.

Coniugando il generoso pulsare dei ricordi familiari con la misteriosa, atavica,  ritualità di un mondo ove fede, superstizione, esoterismo e mito arcaico si intrecciano inestricabilmente.

In maniera non dissimile dal realismo magico sudamericano, da pagine intense come quelle de La casa degli spiriti di Isabel Allende (opera citata nel romanzo come parte di quella memoria letteraria che nutre l’immaginario dell’autrice), il soprannaturale si manifesta con naturalezza nella quotidianità, quale presenza intima e normale che scintilla, invisibile, tra le fessure del soffitto.

Nelle frange scrostate dell’intonaco.

Nella macchia densa di un’ombra che lenta carezza il velo della notte.

Offrendosi come Dono all’anima nuda di chi lo sa accogliere:

«Ora Caterina sapeva.

Le Madri eterne, seppur donne come lei, le avevano concesso una ennesima carezza: secondo una tradizione tramandata per secoli, se si restava ad ascoltare, dopo aver formulato il sacro rituale, si sarebbe avuto risposta al proprio quesito direttamente dalle parole, inconsapevoli, del primo passante.»

Si fanno api, le Donne, e ronzano, con ali gravi di consapevolezza e lievi di saggezza, sul destino dei loro cari.

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Custodendo nel proprio ventre il nettare dolce della vita e il segreto amaro della morte.

In un ciclo eterno di caduta e rinascita che segue, inarrestabile, l’infinito volo della natura.

Caterina, Lisetta, Marianna, Eva, le quattro protagoniste della storia di famiglia raccontata da Emma Fenu, sono

«donne inconsapevolmente dee, che [nutrono] di se stesse e di miele, ossia del cibo per eccellenza citato dai libri sacri, destinato ai popoli eletti, poiché capace, in ogni stagione dell’anno e del Tempo, di stemperare l’odio nell’amore e la tristezza nella serenità, donando il dolce senza annullare il retrogusto amaro dell’esperienza.»

Madri di figli che nascono dal loro ventre o partoriti dalla loro anima.

Dee crocifisse che piangono creature morte prima di venire alla luce.

Madri orfane di madri e figlie madri delle loro genitrici.

Madri che rischiano di venire strappate alla vita dalla vita che nasce dalle loro viscere.

Insieme a loro un’affascinante costellazione di potenti figure femminili che, al pari di Caterina, Lisetta, Marianna ed Eva, sono figlie delle Dee Madri.

Allattate ai seni succosi delle Madri Eterne.

Eredi nella pelle e nell’anima di quella

«epoca senza memoria in cui le donne erano esseri prediletti: sibille, sacerdotesse, maghe.

Un tempo, che si dipana, come un gomitolo, in un passato senza date, e che si tramanda nella poesia del mito.»

La casupola con il porticato di canne di Caterina.

La casa dei genitori dove Lisetta alleva Marianna.

Il palazzo dove Eva vive con mamma e papà.

Non semplici dimore, ma templi che custodiscono, nei propri altari segreti, un universo ignoto di creature senza tempo.

Santi spiriti, janas, panas, spiriti maligni, coga, angeli dannati.

Is pantamas, demoni, sulvule, martiri.

Presenze inafferrabili eppur vivissime, che sussurrano gli oscuri pianti della morte o la dolcezza soave della fede e della vita che non si arrende:
«La casa dell’infanzia di Marianna era […] abitata da mille anime di donne, alcune vive, alcune site nella zona di confine, in un universo parallelo di magia antica.
Madri e Marie eredi di un tempo mitico, che parevano trovare osmosi nella rassicurante figura della Santa Vergine, l’intermediatrice fra Dio e l’uomo, con il calcagno nudo sulla testa serpentiforme del tentatore.
In realtà, le donne che affollavano le stanze, visibili a chiunque o solo a chi avesse il “dono”, erano tutte figlie della colpa primigenia di Lilith: creature sacre e profane, benevole e vendicative, enigmaticamente imperfette nella propria sessualità femminea lunare, fatta di imeni squarciati e di decomposizione delle carni.»
O ancora, Eva:

«Eva sapeva di cosa parlava.

Erano le figure che si muovevano sul soffitto fino a toccarla, respirandole sul viso, non appena si metteva sotto le coperte: donne e bambini magici, che si nutrivano del buio e del silenzio.»

La cultura ancestrale della terra sarda, con il suo cuore oscuro trafitto di luce, riaggancia nella scrittura di Emma Fenu l’anello sepolto di altre tradizioni dense del peso antico della memoria, la mitologia del mondo classico e l’universo folclorico della fiaba.

La prima richiamata, fra gli altri, dalle figure delle Parche, delle vestali, delle baccanti, dalla tragica colpa di Edipo e dalle divinità lunari, che nella loro duplice simbologia propiziatoria e nefasta, di fecondità e sterilità-morte, metaforizzano il mistero della vita.

La seconda, forma d’arte che nella sua veste originaria appartiene alla tradizione di trasmissione orale propria delle società preletterate, adempie a quel ruolo consolatorio e rassicurante che ne definisce l’unicità (“dono d’amore” come ebbe a definirla Lewis Carroll).

È soprattutto la piccola Eva, la bimba dagli occhi color miele, ad esserne ghiotta.

Essa assurge però anche a valore simbolico: significativi i rimandi al pozzo di Alice, al telaio della Bella Addormentata, al tema dell’iniziazione, che costituisce il fulcro del processo di morte simbolica e successiva rinascita descritto dalle fiabe.

La fiaba incarna inoltre l’amore per il racconto, la passione affabulatrice che è rituale precipuamente femminile e che nel romanzo si colloca nello “spazio” privilegiato del mensile sanguinare, durante il quale le donne si radunano in un magico cerchio lunare per intrecciare fili e tessere storie:

«Dal momento che una donna mestruata non poteva circolare nell’orto per raccogliere frutti e ortaggi, pena la morte dell’albero o della pianta, o avere contatti con il bestiame, in quanto un’epidemia si sarebbe presto abbattuta decimandola, c’erano giorni in cui le donne si ritrovavano, tutte insieme, a doversi occupare dei lavori entro le mura di casa. […] Soprattutto, si presentava il lusso di concedersi qualche ora per cucire o sferruzzare, indugiando nel racconto.»

La lingua degli avi.

Lingua di sudore e vento, di ulivi e fichi d’india, di pomodori e salsedine.

Lingua che addensa l’aria profumata di ferula e mirto.

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Lingua che si mescola al frusciare degli scialli e degli abiti d’orbace.

Narrando di castelli e fate turchine.

Sussurrando formule arcane e propiziatorie.

Salmodiando preghiere e beatitudini.

Invocando il benevolo conforto di santi e martiri.

San Giovanni, Santi Cosma e Damiano, Santa Barbara e Sant’Ausanna.

La Grande Dea Madre Universale, Maria di Nazareth.

Recitando rosari e bisbigliando peccati nel cupo segreto del confessionale.

In un vorticare di voci e parole in dialetto arcaico, che costellano il romanzo come una sorta di “mantra”.

In un intrico d’inquietanti presagi e di timori notturni.

Di pratiche e rituali nel segno del paganesimo che si mescolano alla salda speranza della fede cristiana, alla quale ci si affida con animo lieto e nitido.

Con la grazia che le è propria, Emma Fenu entra in scena anche in veste di studiosa (ma senza sopraffare la voce della narratrice, creando anzi una perfetta amalgama tra le due voci), facendo dono al lettore di figure di donne “innamorate di Dio”, appartenenti a quella tradizione agiografica al femminile che ella ben conosce e frequenta nelle sue ricerche.

Teresa di Lisieux e Rita da Cascia, due sante legate alle api e alla rosa.

Simboli di fecondità, creazione e ciclicità della vita.

La storia delle due sante si interseca con quella delle Donne Dee.

A glorificare la maternità in tutte le sue forme, a celebrare la segreta sacralità dell’esser donna.

Emma Fenu, richiamandosi a El canto de la miel di Federico Garcia Lorca, porge un volto e un corpo di Donna a quelle stille ambrate che racchiudono nelle loro vene turgide la lenta melodia dei fiori selvatici.

I profumi variopinti dell’aria tiepida.

I messaggi vagabondi del tempo che si posano sulle foglie frementi.

Nenia che ha il colore dei raggi al tramonto.

Abbraccio di pigra nostalgia.

Saggezza femminile di memoria, che non smarrisce il senso delle cose.

Sinossi

Le Dee del miele” è una storia, ispirata alla realtà, che si snoda attraverso tutto il Novecento, ambientata in una Sardegna intrisa di mito e memoria.

In tale contesto, in cui si fonde un universo parallelo di spiriti, fate e demoni, spetta al mondo muliebre vegliare sulla vita e sulla morte.

Le protagoniste sono, infatti, quattro donne: Caterina e Lisetta, fanciulle che non si conoscono, ma che diverranno consuocere; Marianna, figlia adottiva di Lisetta; e Eva, figlia di Marianna.

Sono creature diverse fra loro, per ceto sociale e vissuto, ma legate dai fili del destino fino a divenire parte l’una dell’altra, tramite un cordone ombelicale di sangue, luna, farina, miele, mistero, esoterismo e agnizioni.

Sarà Eva a riannodare il filo rosso di mestruazioni, parti e aborti delle sue antenate e a scoprire il vero segreto del “dono” di famiglia.

Questa è, dunque, una storia di Donne. Donne madri, forti come Dee, capaci di rinascere dopo infinite eclissi. Donne mamme, lune piene, dolci come miele. Dee del miele.

Titolo: Le Dee del Miele
Autore: Emma Fenu
Genere: Romanzo
Editore: Milena
Data edizione: 2016
Pagine: 142

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