“Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca

“Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca

Recensione di Elvira Rossi

giorno prima della felicità

Qual è il giorno prima della felicità? È possibile riconoscerlo?

È possibile individuarlo da un sentimento di attesa, che colora e rende indimenticabile un giorno qualsiasi.

Che la felicità arrivi o meno diventa irrilevante, in ogni caso è importante averla rappresentata nell’immaginazione e aver predisposto nella mente lo spazio idoneo ad accogliere la realizzazione di un‘idea o di un sogno.

Il giorno prima della felicità”: questa espressione ricorre una prima volta nella narrazione di don Gaetano, che ricorda il settembre del ’43 a Napoli, le celebri Quattro giornate, che segnarono la cacciata dei Tedeschi dalla città, da parte della popolazione civile.

Don Gaetano è il custode di un grande caseggiato e ha alle spalle un’infanzia vissuta in un orfanatrofio.

Lui, che non sa cosa significhi avere famiglia, si prende cura di un ragazzino orfano di padre, lo Smilzo, seguendolo nella crescita, fino a quando non saranno costretti a separarsi.

Due generazioni a confronto, un incrocio di solitudini. Ognuno costituisce una famiglia. E nessuno dei due ha voglia d’inglobare l’altro.

Don Gaetano non cerca un figlio e lo Smilzo non cerca un padre. Restano singolarità, pur vivendo uno accanto all’altro. Hanno appreso a vivere senza famiglia e senza carezze. Nessuno sollecita conforto presso l’altro, tuttavia sanno di potersi ritrovare.

L’adulto accompagna il giovane verso la vita, per poi lasciarlo andare da solo. E non indulge mai in atteggiamenti vistosamente affettuosi.

L’affetto discreto si ritrova in gesti semplici, come in quella pasta e patate fumante, che il ragazzo trova sulla tavola, quando torna da scuola. E si esprime nei racconti esemplari, che il giovane ascolta quasi con devozione.

Lo Smilzo riesce a cogliere il valore degli insegnamenti, tanto che la sera, quando si ritira nello stanzino dove vive, scrive per fissare le parole di don Gaetano. Vuole difenderle dall’offuscamento del tempo.

Don Gaetano utilizza le parole con saggezza e parsimonia, non ama sprecarle e possiede la capacità di condensare nella brevità di una frase mille pensieri, che spaziano oltre le barriere del presente. Inoltre Indirizza i discorsi verso uno scopo preciso e per ogni rivelazione cerca di scegliere il tempo giusto.

giorno prima della felicità

“L’estate della confidenza” così definita dal narratore, è quella che vede don Gaetano e lo Smilzo, ormai diciassettenne, parlare più intensamente.

Nelle serate estive i due uomini, nel cortile del caseggiato, giocano a carte e parlano.

Nel respiro del giorno che muore, discorsi e silenzi si alternano. I racconti di don Gaetano sono seguiti da lunghe pause di silenzio dello Smilzo.

“Per saper parlare bisogna saper ascoltare” è la convinzione del vecchio amico.

Per lo Smilzo, che avverte il disagio della propria taciturnità, l’osservazione di don Gaetano risulta rassicurante.

Don Gaetano dimostra di possedere una particolare sensibilità per il prossimo e s’immedesima facilmente nell’animo umano.

L’anziano sa intuire i pensieri della gente:

“quelli di una persona alla volta”.

Li cattura, ma non se ne appropria, non viola la loro segretezza, perché non gli appartengono:

“ Ti devi comportare come se non sai”.

Esistono spazi interiori, che non devono essere infranti.

Per lui le persone non vanno confuse con la gente:

“Intanto non la chiamate gente, sono persone, una per una. Se la chiami gente, non fai caso alle persone. Non si possono sentire i pensieri della gente”

Parole semplici, quasi dimesse, che esprimono tolleranza e rispetto per l’altro.

Don Gaetano, scrutando con attenzione e acume i singoli individui, alla fine sviluppa delle convinzioni.

Dal suo osservatorio, in ogni uomo convivono forza e fragilità, in un confronto perenne. Nelle azioni degli uomini le circostanze hanno un’influenza notevole:

“ Per forza vuoi trovare un santo. Non ce ne stanno e nemmeno diavoli. Ci sono le persone che fanno qualche mossa buona e una quantità di cattive. E farne una buona ogni momento è giusto, ma per farne una cattiva ci vogliono le occasioni, le comodità. La guerra è l’occasione migliore per fare fetenzie. Da lì il permesso. Per una buona mossa invece non ci vuole nessun permesso.”

Gli uomini, già di per sé vulnerabili, turbati dalle avversità possono abbandonarsi più facilmente alle nefandezze.

Nei fasti e nella serenità, sembra concludere implicitamente Erri De Luca, per l’uomo diventa più semplice assumere atteggiamenti virtuosi.

Don Gaetano, come lo scrittore, non ama giudicare gli uomini, preferisce esaminare e riflettere, per arrivare a delle spiegazioni della condotta umana, da cui derivare dei criteri generali.

Guardando all’esperienza dei personaggi del romanzo, si potrebbe ipotizzare che, qualora si sia disponibili ad accogliere la lezione, la cultura maestra provenga essenzialmente dalla strada e dagli incontri occasionali. E il contesto di una città così variegata e contraddittoria, qual è  Napoli, diventa istruttivo.

Non a caso le pagine più suggestive e avvincenti del libro sono quelle della rievocazione dell’insurrezione, a cui lo stesso don Gaetano aveva preso parte.

Quando le vicende verosimili dei singoli personaggi s’intrecciano con la storia, la narrazione si espande in un respiro ampio e armonioso.

Don Gaetano, riferendosi agli episodi delle Quattro giornate di Napoli, chiarisce il proprio intento:

“Ti racconto questi fatti perché un giorno, se diventi presidente, e ti vogliono far firmare una guerra, tu avrai svitato il cappuccio della penna e starai per mettere il nome tuo sul foglio, e tutt’insieme ti ricorderai di questi fatti e potrà essere, chi sa, che ne dici: non firmo”.

L’anziano amico nel rievocare i giorni difficili vissuti nel ’43 osserva:

“La città negli ultimi giorni di settembre faceva paura per la fame e il sonno in faccia alle persone”.

Alla fine di settembre a Napoli, i Tedeschi, che devastavano ogni angolo, sembravano essere guidati da una volontà di distruzione.

Per don Gaetano

“ La rivolta fu una salvezza”.

E ancora:

“E le persone quando diventano popolo fanno impressione”.

Ritornano frequentemente i concetti di gente, persone, popolo e ciascuno di questi termini implica una differente relazione con l’idea di libertà.

Per don Gaetano esiste la gente, un insieme indifferenziato di individui. Esistono le persone ciascuna con la propria unicità, e poi, non ultimo per importanza, il popolo, e qui è opportuno ricorrere alla lettera maiuscola.

Il Popolo possiede la chiara coscienza del concetto di libertà.

Il Popolo moltiplica l’ansia di libertà della singole persone.

Il Popolo pensa, agisce, si ribella.

“Mo’ basta, mo’ basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi…Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione. “Dalle ‘ncuollo”, dagli addosso. Le strade erano bloccate dalle barricate”.

La cacciata dei Tedeschi coinciderà con il giorno della felicità.

Don Gaetano, che durante la guerra in un sotterraneo aveva nascosto un ebreo sconosciuto, si rifiuta di essere definito un santo per un gesto spontaneo.

Generosità e aggressività nascono da un’inclinazione naturale, prima ancora di essere contaminate dalla ragione ed entrambe probabilmente, pur nella loro difformità espressiva, si legano all’istinto della vita.

Nella visione di De Luca non c’è posto per le favole.

I personaggi non sono mai né buoni né cattivi, sono creature imperfette.

Nella realtà vivono solo persone, nelle quali si mescolano barlumi di generosità e gesti di impietosa crudeltà. I contrasti rappresentano l’aspetto più veritiero e attraente dell’animo umano, indecifrabile nella sua complessità.

E lo scrittore sembra essere molto interessato a mettere in luce le dissonanze degli uomini.

Rappresentativa delle contraddizioni è l’immagine del guappo, che quando in città scatta l’allarme è il primo a correre nel rifugio. Viltà o codardia? Solo paura, un sentimento che restituisce una nota di umanità a chi è prepotente e avvezzo a non rispettare la legge.

Dopo i bombardamenti la gente esce dai rifugi e non manca chi al posto della casa trova delle macerie. Un uomo, seduto sulle rovine della propria abitazione, guarda il cielo quasi a interrogarlo e a don Gaetano che gli si avvicina dirà:

“ sto guardando ‘ncielo pe vvede’ addo me posso sistema’ cca nterra”

Quell’uomo non inveisce, non prega, non chiede aiuto né al cielo e né agli altri. Sa di essere solo. Il suo contegno non è quello né della vittima né dell’eroe. Fisicamente immobile, agisce mentalmente, con dignità cerca dentro se stesso una soluzione, che sa bene non potrà venire dall’esterno.

A caratterizzare tutte le rappresentazioni è un realismo crudo, che rigetta la mistificazione delle parole.

Erri De Luca di fronte ai sentimenti sembra ritrarsi con pudore, non indulge mai nei dettagli, lascia il lettore libero di intuire il non detto, che coincide con una intensità emotiva di chi rifiuta una dose pur minima di ostentazione.

Nella struttura narrativa piani temporali diversi, presente e passato, attraverso i racconti di don Gaetano, si alternano e si ricompongono come tessere perfettamente combacianti di un mosaico.

L’adolescente, a cui don Gaetano racconta fatti e pensieri, è lo stesso bambino, con cui si era aperto il romanzo.

Un bambino di otto anni, che giocava a pallone nel cortile con i coetanei del caseggiato.

Lo Smilzo anni addietro era stato attratto dal volto di un bambina, che appariva dietro i vetri di una finestra. E pur di farsi notare, ogni volta che il pallone finiva sul balcone del primo piano, vincendo la paura, si arrampicava pericolosamente a un palo.

La bambina era andata via da quella abitazione, ma l’immagine del suo volto aveva accompagnato gli anni dello Smilzo, dall’infanzia all’adolescenza.

Si ritroveranno dieci anni dopo, nella portineria, dove Anna era ritornata con un pretesto.

Il giorno prima della felicità si era compiuto.

Difficile stabilire se siano istanti di felicità quelli che lo Smilzo e Anna vivono insieme in pochi incontri di passione, quasi un debito da pagare ai ricordi sognanti, che ciascuno aveva custodito dentro di sé.

Anna rappresenta il coronamento di una passione vissuta nell’immaginario. Quasi un sigillo a un patrimonio comune di memorie da riportare nella realtà. Allo Smilzo non era mancata una famiglia mai avuta, tuttavia gli era mancata Anna, un volto eretto a simbolo di continuità con il passato e la propria storia personale.

Il ricordo di Anna acquisterà uno spazio emotivo così vasto da coinvolgere il ragazzo in una vicenda di sangue.

La storia di passione porterà lo Smilzo a incontrarsi con gli aspetti brutali di una città, dove i camorristi tentano d’imporre le proprie leggi.

Il giovane sarà costretto a lasciare Napoli.

Il compito di don Gaetano si era esaurito.

Allo Smilzo resteranno i precetti dell’anziano tutore e le immagini in chiaro scuro di una città imprevedibile, controversa e pregna di vitalità.

Nella narrazione compaiono pochi personaggi femminili, tratteggiati velocemente e che sono prevalentemente legati al percorso sessuale dello Smilzo.

Con una vedova dello stabile si avvia l’iniziazione dello Smilzo alla sessualità e con Anna sembra si completi questa fase di addestramento a una fase adulta.

È noto che a Erri De Luca, proprio in merito a questo libro, è stato attribuito un premio per la peggior scena di sesso. Premio accolto dall’autore con divertita ironia.

Erri De Luca meriterebbe un secondo premio, per la maestria e la discrezione, con cui si richiama a Napoli, al di fuori di ogni iconografia convenzionale.

La città è sempre presente. È la grande protagonista, che non delude mai, perché è ritratta con adesione appassionata e sincera.

Una città dalle forme trasparenti, che non ama né le menzogne né le favole.

Talora s’infiltra furtivamente, talora si palesa con evidenza, talora resta sospesa nelle atmosfere, ma è presente ovunque.

Si materializza nelle rievocazioni di don Gaetano, e nello sviluppo dinamico delle vicende, nei gesti, negli umori e nelle parole dei personaggi.

Napoli si manifesta nella paziente resistenza alla normalità del dolore.

Si esprime in uno stato di tolleranza, che nei momenti più critici sorprende e si trasforma in ribellione.

La città accetta le approssimazioni e le barriere della libertà, ma non ammette la sua estinzione. Potrebbe non accorgersi delle imperfezioni, ma quando la libertà incomincia a essere sottoposta a vincoli troppo stretti, i Napoletani si riscuotono e reagiscono da soli, come è avvenuto da sempre nella storia.

È la storia di un popolo apparentemente inerte e rassegnato, che pur mettendo da parte grandi disegni utopistici o ideali, nella quotidianità esprime coraggio e amore per la vita.

L’eroismo degli anti eroi anima l’apparente ordinarietà dei personaggi della vicenda.

Napoli vive nella leggerezza di una lingua, non controllata da eccessive preoccupazioni letterarie. E le forme linguistiche creano un connubio perfetto con la naturale espressività dei personaggi.

Nello stile si avverte una disposizione all’ironia, che andando oltre l’artificio retorico, tradisce una concezione della vita. Una sorta di disincanto di chi, pur non edulcorando la realtà, non vuole lasciarsi travolgere dal vento contrario.

I personaggi del romanzo conoscono la lotta, la rassegnazione, l’adattamento, la rivoluzione. Coniugano tutte le azioni dell’agire umano a seconda delle circostanze.

In una lotta impari, di fronte agli aspetti problematici ed enigmatici dell’esistenza, l’uomo è capace anche di riconoscere i propri limiti e di fermarsi.

La lotta convive con la rassegnazione, non c’è la pretesa di trovare una spiegazione all’incomprensibile. Non esiste l’arrogante presunzione di darsi sempre delle risposte.

La forza è anche nell’attesa paziente e nella rinunzia.

La vena ironica del linguaggio è stampata indelebilmente nel patrimonio genetico di un popolo, che ha appreso a resistere alle intemperie di tante stagioni.

De Luca esprime un talento, che non appartiene esclusivamente a lui, perché lo ha ereditato dalla sua città e dalla sua gente.

Nel suo linguaggio, accanto alla vocazione letteraria si intuisce l’anima di un popolo, che dietro il sorriso nasconde la malinconia, dietro la frivolezza della parola nasconde la fatica del vivere.

Sembra quasi che lo scrittore pensi nella sua lingua madre, il dialetto napoletano, e traduca in italiano, per quell’amore che porta alla sua Terra. In questo modo riesce a catturare nelle forme verbali anche la natura di una cultura popolare.

De Luca, alla maniera di don Gaetano, con un’unica mossa, all’insegna dell’estrema sobrietà e senza tanti giri di parole, riesce a sintetizzare mille concetti.

L’autore si pone in continuità con una narrativa italiana, che all’ambientazione asettica privilegia l’atmosfera regionale, all’impeccabilità fredda di una lingua letteraria non disdegna la contaminazione con il parlato, all’omologazione culturale antepone i simboli di una sapienza antica.

Ne “Il giorno prima della felicità” si ritrova la tradizione del romanzo italiano che, pur favorendo l’incontro della letteratura con la storia regionale, non impedisce a una realtà, definita nella sua identità, di elevarsi a emblema della condizione umana.

Per il lettore è un’esperienza piacevole sentire, attraverso la struttura del romanzo breve e la modernità del linguaggio, il respiro della tradizione letteraria italiana.

 

Sinossi

Don Gaetano è uomo tuttofare in un grande caseggiato della Napoli popolosa e selvaggia degli anni Cinquanta. Da lui impara il giovane chiamato ‟Smilzo”, un orfano formicolante di passioni silenziose.
Don Gaetano sa leggere nel pensiero della gente e lo Smilzo lo sa, sa che nel buio o nel fuoco dei suoi sentimenti ci sono idee ed emozioni che arrivano nette alla mente del suo maestro e compagno.

Scimmia dalle zampe magre, ha imparato a sfidare i compagni, le altezze dei muri, le grondaie, le finestre. A una finestra in particolare ha continuato a guardare, quella in cui, donna-bambina, è apparso un giorno il fantasma femminile.

Un fantasma che torna più tardi a sfidare la memoria dei sensi, a postulare un amore impossibile. Lo Smilzo cresce attraverso i racconti di don Gaetano, cresce nella memoria di una Napoli (offesa dalla guerra e dall’occupazione) che si ribella,  con una straordinaria capacità di riscatto, alla sua stessa indolenza morale. Lo Smilzo impara che l’esistenza è rito, carne, sfida, sangue.

 

Scheda libro

Titolo: Il giorno prima della felicità
Autore: Erri De Luca
Genere: narrativa
Editore: Feltrinelli
Anno: 2009
Pagine: numero 133
 EAN 9788807017735

Link Amazon: https://www.amazon.it/Il-giorno-prima-della-felicità/dp/8807881500/

 

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