Lo strano mondo delle EAP

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Io pubblico da sola – terzo episodio

Lo strano mondo delle EAP (Editrici a Pagamento)

Se siete autori alle prime armi e state cercando di destreggiarvi nel mondo di autori ed editori, dovete sapere che per essere parte del gruppo bisogno conoscere il linguaggio tecnico.

Che abbiate scritto due righe, due pagine o duecento capitoli, se non conoscete alcune sigle non potete farvi riconoscere dai colleghi come scrittori. Se per esempio non sapete che cos’è un POV e non usate almeno una volta al giorno la parola infodump, andate a studiare e ripartite dal via. Non esiste proprio, non siete del branco.

Così, allo stesso modo, guai a non sapere che cos’è un’EAP.

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Qui, a dire il vero, è proprio una questione di sopravvivenza, conosci il tuo nemico. E a dire il vero vero, quando un esordiente chiede un consiglio riguardo a un contratto, i più esperti un po’ gongolano a rispondere “Controlla bene, evita le EAP”.

E già ti si stringe la gola nel morso della paura. Cacchio devo evitare?????

Le Case Editrici a Pagamento.

Ma che cosa sono esattamente? Che cosa chiedono di così terribile? E dopo che ho pagato che cosa mi succede?

Vediamo di analizzare insieme alcuni degli aspetti più tipici dell’editoria a pagamento, così anche voi potrete consigliare agli amici scrittori “evita le EAP, mi raccomando!”.

Abbiamo visto insieme un piccolo quadro della microeditoria e abbiamo parlato con Marina Lenti dei legami fra editoria e legge. Oggi andiamo a vedere in particolare quei contratti che prevedono contributi da parte dell’autore.

Come abbiamo visto nelle chiacchierate precedenti, sono molti gli aspetti che vanno presi in considerazione pubblicando un libro e chi decide di pubblicare va incontro a una serie di costi che non si possono evitare.

Che siano costi vivi o costi in termini di tempo e competenza, non se ne può proprio fare a meno. Chi sceglie l’autopubblicazione lo sa bene: si può pubblicare a costo zero, ma è dura farlo in modo professionale, se si sceglie di fare tutto da sé.

Abbiamo da mettere in conto:
  • editing (ore e ore di riletture, correzioni, analisi, ripensamenti, magari ristrutturazioni pesanti e tagli),
  • impaginazione (non è facile come si pensa, perché un file word non è nato per essere usato a questo scopo: i professionisti usano programmi più complessi e di non immediata comprensione… e dai costi elevati);
  • grafica (la copertina, per essere appetibile, deve rispondere a certi requisiti. Non tutti sanno quali, così come dobbiamo metterci di fronte alla realtà: se sei uno scrittore, non necessariamente sei anche un grafico, illustratore, disegnatore)
  • costi di stampa (il tipo di carta, di copertina, di stampa…)
  • costi di distribuzione (se non vai solo su Amazon e sei un minimo distribuito, ci sono dei costi vivi)
  • costi di pubblicità (regaliamo copie? Perdiamo ore a contattare blog e siti? Viviamo nei gruppi per farci conoscere? Vogliamo spazi pubblicitari sui social? Sulle riviste? Sui giornali locali? Facciamo presentazioni in giro per il mondo?…)
  • costi per le tasse (e non sono pochi)
  • che altro mi dimentico?

Bene: tutti questi costi dovrebbero essere a carico dell’editore, che, come dicono i più saggi,

“deve essere lui a pagare, sia la pubblicazione che l’autore”.

E questo è verissimo: vi assicuro che ho scelto di non pagare mai le mie pubblicazioni e ci sono riuscita benissimo, rifiutando ogni offerta che non rientrava nei miei standard.

Ma andiamo a vedere nelle piccole, medie e grandi realtà editoriali.

In Italia quanti libri vendono milioni di copie, giustificando tirature da paura e ristampe?

E… anche di questi best seller, domandiamoci: quanti volumi finiscono al macero, quanti invenduti sugli scaffali e quanto tempo impiega la gente per dimenticarli?

Queste domande, se non ce le facciamo noi, se le devono fare gli editori, anzi, se le sono fatte molto prima di prendere in mano il manoscritto appena arrivato, ancora prima di decidere se leggerlo o no.

Le case editrici a pagamento sono più o meno subdole nel far passare il concetto all’autore.

Le peggiori sono quelle piccole e sconosciute editrici, che potremmo chiamare stamperie, che gli esordienti contattano per inesperienza o attratti da siti mirabolanti e pieni di promesse, che guarda caso hanno un sacco di clic che ti rimandano alla pagina per gli autori.

Ci avete fatto caso che le grandi editrici hanno una bella pagina contatti, ma di solito è riservata a lettori, distributori ecc.? Trovare l’indirizzo a cui spedire manoscritti, infatti, è parecchio più laborioso, e se è ben visibile spesso è accompagnato dalla dicitura “In questo momento non valutiamo inediti (o esordienti, o nuovi autori…).

Il perché è presto detto: per guadagnare sul libro ci vuole un nome (libro/autore) che venda molte copie; l’alternativa è guadagnare sull’autore. Le piccole EAP non potranno mai pubblicare un Saviano o una De Filippi: ecco perché puntano sull’esordiente sconosciuto, non per fiducia sul suo lavoro, ma sapendo che ogni autore desideroso di pubblicare o spende per farlo o ha amici e parenti che lo sosterranno nell’impresa.

Una dura realtà.

La piccola EAP sull’orlo del truffaldino accoglie tutte, o quasi, le offerte degli autori. Valutano positivamente il libro, riempiono di complimenti il felice scrittore. Poi arriva il ma, il se e il costo.

Esistono editrici che dell’EAP hanno fatto un’arte. Siti bellissimi, in cui ti mostrano come il tuo libro sarà messo su un piatto d’argento e tu diventerai come Stephen King grazie a loro, ti attirano come la moschina nel miele al link fatidico del “pubblica con noi”. Seguendo il canto della sirena l’autore manda la richiesta di valutazione e…

A me una volta è arrivato addirittura un plico in risposta: c’era una lettera piena di lodi al mio lavoro, anzi capolavoro; un libro pubblicato da loro (sì, davvero: mi hanno regalato una loro pubblicazione per mostrarmi che belle cosine fanno), un secondo libretto contenente… tutti i giudizi positivi dei loro autori. Sì, avete capito, avevano pubblicato una raccolta di complimenti alla casa editrice e la spedivano agli autori per convincerli di quali grandi possibilità offrissero.

Infine, un’ultima, piccola letterina. Purtroppo, per realizzare tutti questi sogni, ci occorre un piccolo contributo da parte tua. “solo” 3000 euro. Poi però, di daremo il 10% dei diritti.

Wow.

Dai, ci devo pensare o posso cestinare tutto subito?

Qui, alla fine, è anche facile capire che dietro al fumo non c’è arrosto. Poi basta andare in libreria e chiedere dell’editore. La risposta del libraio di solito è un ghigno.

Le vie dell’EAP però sono infinite. Può essere chiesto un contributo per l’editing (lo fanno dei consulenti esterni), contributi per la stampa (non so, se devo pagare per metà io perché non ne stampi la metà?), i contributi per le spese condivise (io pago un po’ e tu un altro po’).

Poi c’è il più diffuso sistema per cui non paghi ufficialmente nulla, solo che sei obbligato a comprati i libri. Non dieci, eh: 100, 150 copie.

Tu dici “OK, visto che il mio mitico editorie ne stampa 1000, io 100 le do via in un baleno, tanto è un capolavoro”.

Poi ti ritrovi la soffitta piena di libri che finisci col regalare a Natale alla nonna e alla cuginetta e a scoprire che non ne hanno mai stampate 1000, ma 102. Le altre se va bene verranno stampate on demand.

E come sapete, se la libreria non è colonizzata da una pila di libri in bella vista e col tuo sagomato all’ingresso, chi andrà a chiedere espressamente i tuoi romanzi sconosciuti?

So che questo quadro farà arrabbiare un po’ gli autori sognatori, ma è la realtà: l’editore azzurro, quello che ti prende sotto la sua ala e ti fa diventare un grande scrittore, esiste, ma molto raramente scende nel piccolo stagno dove tutti noi sguazziamo, e siamo in tanti, tantissimi, tantissimissimi, tutti convinti d’aver capolavori in tasca e di essere incompresi.

Se volete, c’è sempre wattpad: se riuscite ad arrivare a varie migliaia di followers (e nessuno nel frattempo vi plagia), avete speranze di essere visti da un talent scout vero che vi porta alle stelle, ma spedendo le vostre brave mail agli editori, vi assicuro, incappare nelle EAP è facile come scivolare su un pavimento insaponato.

Tutte le EAP sono quindi disoneste?

No, assolutamente.

Come abbiamo visto, i costi per resistere sul mercato sono alti, specie per i piccoli imprenditori, che pure sognano di dare una chance agli autori meritevoli. E per davvero non possono sostenere tutte le spese, tenendo conto che i giovani, sconosciuti talenti, specie se incompresi per davvero, non arrivano al pubblico facilmente.

Su 100 copie stampate nel restano nella soffitta dell’editore 40 almeno.

I distributori propongono, ma le librerie dispongono: sono loro a fare l’ordine (in conto vendita, quindi col rischio di reso). “Poesie sul fegato del cane da caccia” potrebbe non essere esattamente il prodotto che il libraio considera adatto da proporre.

L’autore che desidera comunque pubblicare, sapendo che il proprio libro è, per l’editore, un rischio troppo elevato, accetta anche il contributo.

Ma deve essere una scelta consapevole e non un raggiro.

Insomma, valutiamo con un po’ di discernimento: per il libro di poesie, il saggio o il manuale di estrema nicchia tipo “L’arte di fare piercing alle formiche”, forse possiamo prendere in considerazione di dare un piccolo contributo o a passare al self. In questi casi, alla fine spesso non servono che quelle copie che vogliamo far leggere agli amici e a pochi di più.

Il self, inoltre, non va bene per tutti: c’è chi ama l’editoria tradizionale, ci tiene a fare un iter classico e si sente un po’ spaventato dal mondo virtuale del self publishing.

Sfatiamo anche il mito “l’editore sostiene le spese e paga te”.

Lo sapete perché molti piccoli editori chiudono? Perché fra resi e tasse non portano a casa i soldi spesi per le pubblicazioni.

Vero, è tutto a percentuale: 10 a te, 5 a me, 30-40 al libraio, 30 alla distribuzione, 60 allo stampatore, un tot al grafico, un tot all’editor e un tot all’impaginatore. Poi l’editore dovrebbe sostenere le spese di trasferta dell’autore quando presenta i libri e mandare gratis copie a diverse biblioteche, recensori, concorsi.

Come vedete, qualcosa non torna. Ho esagerato le percentuali? Certo, ma la realtà è questa, per molti piccoli editori le spese hanno superato i guadagni, hanno chiuso i battenti.

E molti, non necessariamente EAP, prima di pagare i diritti si arrampicano sui vetri. Chiedete pure in giro ai vari autori.

Non è per cattiveria o malafede, talvolta è solo perché non ci stanno dentro. Con questo, non li giustifico, eh!!!!

La nuova frontiera? Le agenzie di servizi.

La loro onestà intellettuale è lodevole: tu paghi per avere editing, impaginazione, grafica ed eventuale stampa dell’opera. Senza girarci intorno.

Sono, come vedete, gli stessi servizi offerti da un EAP, però in chiaro senza giri di parole e false promesse.

Molti self oggi si avvalgono di uno o più di questi servizi, per arrivare a proporre sul mercato libri ben fatti.

La poesia, di fronte a questo tipo di discorso, svanisce, se siete abituati a scegliere un libro in base al profumo, probabilmente vi sto facendo orrore dicendo che un libro, alla fine, è un prodotto e le varie fasi critiche della sua produzione concorrono tutte a farne un buon o cattivo prodotto.

Non basta scrivere bene, avere belle idee: questo è solo il punto di partenza di un lungo viaggio che porta alla creazione del libro. Quale sarà questo viaggio non dipende del tutto dall’autore, ma dipende dalle scelte che fa nell’accompagnare la sua opera verso il lettore.

Pagare non è etico? Fino a qualche anno fa avrei detto di no. Dico, ora, che non è etico lasciarsi prendere in giro, non è etico permettere che ci si approfitti dei nostri sogni.

Ma se si cerca un servizio per migliorare il nostro libro, se si cerca la competenza di una figura che ci affianchi nelle fasi di produzione, non mi sento di gridare allo scandalo.

Difficile parlare di editore, in questi casi, e poco onesto spacciarsi per tale se, a tutti gli effetti, si forniscono solo servizi.

Le mille strade dell’editoria a pagamento

Esistono editori che l’EAP l’aggirano chiedendo all’autore di piazzare, prima della pubblicazione, qualche centinaio di copie, magari chiamando crowfunding l’operazione.

Altri che invece dividono le pecore dai capri, e se sei pecora ti fanno pubblicare gratis, se sei capro paghi, così tu hai la soddisfazione di essere autore (anche se la fiducia nel tuo lavoro, capisci, non è un granché) e di dare un contributo… anche alla cultura, perché paghi per te e per permettere ad altri di pubblicare gratis.

Qui abbiamo un nome molto ferroviario: sono gli editori a doppio binario. Li trovo molto tristi, ma se esistono vuol dire che qualcuno si rivolge anche a loro. E che qualcuno paga.

Ahimè, mi giunge voce che questo sistema è arrivato nella grande editoria: si paga per l’egida di un nome, di una distribuzione seria.

In tutti i casi, i diritti d’autore sull’opera sono pagati, così c’è un filo di speranza che un po’ della spesa torni a casa.

Conclusione?

Nessuna. Ogni libro, ogni autore è un mondo a sé. Ogni pubblicazione ha le sue esigenze. Ma diffidate, sempre, da chi vi loda troppo, vi promette troppo e vi chiede soldi, a meno che voi stessi non desideriate un servizio editoriale e decidiate di pagarlo.

Se un editore ha già venduto a voi il libro difficilmente sarà interessato a promuoverlo: se non può pagare la produzione, è probabile che abbia altrettanti problemi nella diffusione capillare dell’opera, nella promozione e nell’investire sul vostro nome come autore.

E soprattutto, spesso questi editori non svolgono alcuna azione di editing sul testo, ma solo una rapida ricerca dei refusi, giusto per non mandare in stampa un prodotto illeggibile: accertatevi, se scegliete un editore a pagamento, di ottenere servizi pari al valore della richiesta: per non avere editing, non avere distribuzione e trovarvi la casa piena di libri da vendere, potete anche pubblicare da soli.

Tutta l’erba un fascio? No. Ma c’è da cercare il quadrifoglio.

Le precedenti puntate:

La microeditoria

Intervista a Marina Lenti: Editoria e Legge

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