“Mentre dorme il pescecane” – di Milena Agus

“Mentre dorme il pescecane” – di Milena Agus

Recensione di Lisa Molaro.

Milena Agus

Mentre dorme il pescecane è il romanzo d’esordio di  Milena Agus, scrittrice nata a Genova ma sarda nel DNA, infatti è un’esponente della Nuova letteratura sarda.

Questo è il suo primo romanzo, pubblicato da Nottetempo nel 2005.

Accarezzavo con lo sguardo, in biblioteca, i titoli dei libri collocati nella sezione “letteratura contemporanea italiana”, a dirvi la verità cercavo un libro della Maraini che non ho trovato ma, si sa, sono i libri a venire a noi e non il contrario, perlomeno quando si tratta di narrativa e non di studio.

Siccome non avevo mai letto nulla scritto da Milena Agus ed ero assolutamente ignorante circa il suo stile e gli argomenti da lei narrati, ho deciso di “conoscerla” leggendo il suo primo libro.

Mal di pietre” e “La contessa di ricotta” qualche cosa mi dicevano, ma si trattava di ombre all’interno dei tanti titoli che mi girano in continuazione davanti agli occhi.

“Mentre dorme il pescecane”, quindi.

La voce narrante è quella della giovane protagonista che, fin da subito, dichiara così le sue origini:

“In realtà la nostra non è affatto la famiglia Sevilla Mendoza. Siamo sardi, ne sono sicura, sin dal paleolitico superiore. È mio padre che ci chiama così, con i due cognomi più comuni laggiù. Ha viaggiato tanto e il suo mito è l’America, ma non quella a Nord, ricca e fortunata, quella del Sud, povera e sfigata.”

All’inizio nutrivo dei dubbi, non riuscendo a capire se le frasi corte, quasi elementari a tratti, unite a un linguaggio basico, senza fronzoli e belletti, fossero una precisa scelta dell’autrice o proprio il suo stile.

Mi sentivo stranita perché, nonostante questo, c’era qualche cosa che mi faceva proseguire con emozione.

Poi ho capito: l’innocenza narrativa di una ragazzina, se contrapposta a tematiche forti, anzi fortissime, diventa una bomba a orologeria che senti ticchettare mentre leggi.

Contrasti.

La storia è ambientata a Cagliari, in Sardegna, ma la strada per arrivare al mare spesso è ignota e la si teme.

Rettangoli di carta lucida, i colori del mirto, il profumo del ginepro selvatico, la salsedine che si attacca alla pelle… tutto si può solo ammirare nelle cartoline che colleziona la madre.

Un contesto sociale difficile, la famiglia Sevilla Mendoza non abita certo nei quartieri residenziali. Un padre che va in missione umanitaria per aiutare i poveri e che a casa non c’è mai. Un uomo bello, dalla battuta facile, estroverso tanto quanto è introversa la moglie.

Una donna timorosa che ha paura di vivere, che si sente sempre inadeguata e inferiore. Cammina curva, goffa, ma vicino tiene sempre una tavolozza di colori con cui dipingere le cose belle del creato; lei che negli occhi di un uomo ritrova l’oceano Pacifico e l’Atlantico mentre si danno battaglia a Capo Horn e per lei, che di certo non l’ha visto dal vero, quello specifico azzurro è la tonalità che preferisce usare quando dipinge.

La moglie, la madre, così tremendamente sensibile…

Poi c’è la zia materna, sempre disordinata, con una gran massa di capelli ricci indisciplinati come la sua condotta. Lei che si dona, con troppa generosità, mentre cerca l’amore che le sfugge dalle dita, come se fosse un’anguilla. Lei, talmente bella da sembrare una bambola di porcellana irraggiungibile, eppure nessuno resta mai…

Il fratello della protagonista, introverso, silenzioso, asociale, che si barrica in camera per suonare al pianoforte Beethoven e compagnia bella. Lui che a scuola non si ribella “ai forti” per non rovinarsi le mani. Lui che parla con il contagocce ma, quando lo fa, è per cambiare la situazione.

E poi c’è la nonna che abita sotto di loro, che rimprovera e sentenzia come, nella Bibbia, Zofar con Giobbe, con l’intento di rendersi utile e portare sollievo.

Fra altri personaggi, nessuno marginale, anche le riflessioni e il quotidiano di lei: la protagonista.

Una ragazza innamorata di un amore ammalato, perverso, lurido, schifoso.

Certe parti mi fanno, assolutamente, sconsigliare la lettura di questo libro a lettori non adulti o troppo sensibili. Io lo sono, per certi versi (non per tutti, per fortuna mia) sono molto simile alla madre dell’IO narrante, ma ho anche “pelo sullo stomaco” e stringendo i pugni sono riuscita ad arrivare alla fine di questo piccolo romanzo.

Piccole per quantità di pagine ma grande per tematiche e impatto emotivo.

Quando sei, come la protagonista, una ragazzina bisognosa di ancore e certezze, puoi incappare in alberi senza radici, alberi isolani, e sentirti isola, a tua volta.

solitudine

L’isola dei laghi, nello specifico, che s’innamora dell’isola degli alberi… e se vi vengono in mente allusioni sessuali, beh, avete immaginato bene.

L’amore sadomaso – ma poi sarà giusto chiamarlo amore? – regna in certi capitoli non edulcorati – ripeto: non edulcorati – ma non per questo scurrili.

La mancanza di autostima cammina, ovviamente, a braccetto con la mancanza di dignità e di rispetto.

Gli occhi con cui si guarda il mondo sono filtrati da una patina fasulla, opaca, errata.

Milena Agus romanza solitudini, diverse tra loro, e di fughe da se stessi o dal mondo.

E allora si mangia, o si smette di mangiare… perché i bocconi possono riempire dei vuoti o rimanere bloccati fra esofago e stomaco, o ci si getta per terra, per giorni, e non ci si lava e non ci si alimenta. Si sbatte la testa addosso al muro o si cucinano dolci sardi, papassine, candelaus e amaretti, fino a notte fonda. Si scappa su una vespa, sfidando i burroni della strada di Villasimius, o su un aereo diretto in America del Sud.

O in cielo, senza biglietto di ritorno.

Si scappa, di guerra in guerra, costruendosi trincee e rifugi.

Ci si sente al sicuro, dentro la pancia di un pescecane che non dorme mai.

“Lì nel rifugio, una sorta di ventre di pescecane, c’erano tutte le cose che il mare vi aveva portato dopo millenni di storia, solo che la vita da sopravvissuti non dava nessuna soddisfazione. E soprattutto non capivamo che cosa avesse fatto scoppiare l’atomica.”

In conclusione: Milena Agus ci tratteggia personaggi tristemente credibili e concreti. Ci romanza tematiche crudeli e forti e sceglie di farlo, questo ho deciso, con la voce ingenua, delicata, affamata, di una ragazza in debito con la vita.

Tanto dolore incornicia la finestra da cui ammirare le navi che partono.

Non una ma tante Vite bisognose di vita, in un romanzo dove esiste un Dio ora nemico e ora amico.

È quando esci dalla bocca del pescecane che puoi sperare in una nuova Genesi.

Milena Agus. Mentre dorme il pescecane

 

 

Titolo: Mentre il pescecane dorme
Autore: Milena Agus
Editore: Nottetempo (quarta edizione giugno 2007)
Genere: Narrativa contemporanea

 

Sinossi:

La storia di una famiglia, la famiglia Sevilla Mendoza, sarda “sin dal paleolitico superiore”, padre, madre, figlio, figlia, zia e nonna. Chi narra è la figlia che ama un uomo sposato dai gusti perversi, ma di amore si parla molto, e si parla molto di sesso, e di morte, e di Dio, di cui non si riesce mai a decidere se c’è o non c’è, se vuole o non vuole, e della vita, che è come stare in bocca a un pescecane, che a volte si addormenta, e allora, se hai fortuna, riesci a sgusciarne fuori.

 

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