Storia dell’editoria. Parte III. Rotocalchi e riviste culturali negli anni ’50

Storia dell’ editoria. Parte III.

Rotocalchi e riviste culturali negli anni ’50

a cura di Paola Crovi

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Continua la Storia dell’ editoria.

Oggi parliamo di Rotocalchi e riviste culturali negli anni ’50 e del caso emblematico di due grandi scrittrici: Maria Villavecchia e Natalia Levi.

Nella puntata precedente, eravamo rimasti alle Collane economiche e tascabili pubblicate nel dopoguerra e ci eravamo ripromessi di esaminare quello straordinario periodo, che va dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta.

Un periodo che può essere definito, parafrasando un termine storico risorgimentale, come il ‘decennio preparatorio’ del successivo boom economico e conseguente boom editoriale.

In quegli anni si sono affacciati sulla scena culturale un grandissimo numero di intellettuali e scrittori, che hanno riempito non solo le case editrici, ma anche la redazione della neonata Televisione, dei quotidiani (quasi tutti con Terza pagina, dedicata alla cultura) e dei rotocalchi.

Questi ultimi, venduti nelle edicole con enorme successo di pubblico, vengono esposti sui tavolini dei salotti piccolo borghesi, a far mostra della cultura di una neonata classe media aspirante al benessere.

Oltre ai rotocalchi popolari come Oggi e Gente, vi sono riviste di alto spessore culturale e di impostazione ideologica, come Il Politecnico (fondato nel 1945, edito da Einaudi) di Elio Vittorini, uno dei più attivi tra gli intellettuali Engagè, cioè impegnati politicamente.
Nel campo dell’arte nasce la rivista Paragone, (fondata nel 1950, edita da Sansoni), diretta dal famoso critico Pietro Longhi e dalla Docente universitaria e scrittrice Anna Banti.
Nel 1951 inizia Il Mulino, pubblicazione di cultura e politica, da cui nascerà l’omonima casa editrice.
Nel 1953 L’Approdo letterario, una pubblicazione a cui collaborano tra gli altri Mario Luzi e Giuseppe Ungaretti (a cui si ispirerà la Rai nel 1963 per la nota trasmissione culturale, in onda fino al 1977).
Il dibattito culturale ferve non solo nelle riviste, ma anche nei circoli e nei salotti: famosissimo è quello letterario, Gli Amci della domenica, iniziato nel 1944 e animato da Maria Villavecchia, già affermata scrittrice di romanzi storici.
Non tutto però riesce con facilità, capita anche che nell’entusiasmo e attivismo del periodo qualcosa rimanga incompiuto, come il progetto di Natalia Levi, scrittrice e traduttrice già attiva da prima della guerra che, nel 1946, progetta, insieme ad Angela Zucconi, la rivista Arianna, che non raggiunge la stampa.

Ma chi erano Maria Villavecchia e Natalia Levi?

Perché citare proprio loro, quando nello stesso periodo ce ne sono di molto famose?

Per nominarne solo alcune: Fausta Cialente, AnnaMaria Ortese, Lalla Romano, Elsa Morante, Alba De Céspedes.
Traccio un breve identikit della Villavecchia e della Levi, così il ‘mistero di Pulcinella’ sarà presto svelato:

Maria Villavecchia

Nasce a Roma nel 1902,
Nel 1947 fonda il Premio Strega insieme a Guido Alberti (produttore dell’omonimo liquore)
Le sue opere principali:
LUCREZIA BORGIA, A. Mondadori, 1939.
SEGRETI DEI GONZAGA, A. Mondadori, 1947.
MILANO VISCONTEA, Edizioni Radio Italiana, 1956.
PUBBLICI SEGRETI, A. Mondadori, 1965.
COME UN RACCONTO. GLI ANNI DEL PREMIO STREGA, Club degli Editori, 1969.
TU VIPERA GENTILE, A. Mondadori, 1972.
MARCO POLO, ERI, 1982.
RINASCIMENTO PRIVATO, A. Mondadori, 1985, (Vincitore del Premio Strega).
È stata traduttrice, da ricordare La signora delle camelie di Alexander Dumas, 1970.
Muore a Roma nel 1986.

 

Natalia Levi

Nasce a Palermo nel 1916.
Collabora assiduamente con la Casa Editrice Einaudi.
Le sue opere principali:
LA STRADA CHE VA IN CITTA’, firmato la prima volta come Alessandra Tornimparte, Einaudi, 1942
È STATO COSI’, Einaudi 1947.
TUTTI I NOSTRI IERI, Einaudi 1952.
LESSICO FAMIGLIARE, Einaudi 1963.
CARO MICHELE, Mondadori 1973, Einaudi 1995.
LA FAMIGLIA MANZONI, Einaudi 1983.
È stata traduttrice, da ricordare La strada di Swann di Marcel Proust per Einaudi, 1946
Ha scritto saggi letterari e opere teatrali.
Muore a Roma nel 1991.

Il mistero è facilmente svelato, si sta parlando di Maria Bellonci e Natalia Ginzburg.

Perché hanno utilizzato il cognome del marito?
Al di là delle considerazioni tecniche normative, che per esempio imponevano alle insegnanti il cognome assunto con il matrimonio, in questo contesto ci si interessa di comprendere le ragioni personali delle due scrittrici.
Le loro storie sono molto diverse.

Maria Bellonci, proveniente da una famiglia benestante, intraprende gli studi classici e ben presto si cimenta in prove di scrittura con il romanzo Clio e le amazzoni del 1922, che sottopone al giudizio di Goffredo Bellonci, un noto critico letterario, redattore del Giornale d’Italia.

Nasce un connubio intellettuale e sentimentale e i due si sposano nel 1928.
Goffredo Bellonci è più anziano di Maria di vent’anni e dopo il matrimonio assume il ruolo di vero e proprio mentore culturale.

Si instaura tra loro un rapporto maestro-allieva.

La Bellonci vede in lui una guida e accetta l’uso del cognome, oltre che per convenzioni borghesi, per una ricerca di protezione e un sentimento di gratitudine.
Il marito si prodiga per presentarla alla Mondadori, con cui Maria inizierà una collaborazione duratura nel tempo.
Maria Bellonci anche se per ragioni funzionali all’organizzazione e promozione del Premio Strega conduce una brillante vita di società, intraprende un percorso intellettuale molto serio e scrupoloso.
La scintilla nasce da un incarico che riceve nel 1930 dal prof. Giulio Bertoni, illustre filologo, che desidera conoscere la storia di una raccolta di gioielli rinascimentali di cui sta studiando la provenienza.

Incarica la Bellonci per questa ricerca e da essa nasce il romanzo-documento Lucrezia Borgia e il suo tempo, pubblicato da Mondadori nel 1939.

Nel corso degli anni il suo stile si evolve fino a raggiungere un livello narrativo molto alto in Rinascimento Privato, l’opera che viene considerata il suo capolavoro.

Si parla di Isabella d’Este Gonzaga, duchessa di Mantova, signora indiscussa delle corti rinascimentali.

Una delle intelligenze più chiare e lungimiranti del periodo, che nulla ha da invidiare a un Medici, a uno Sforza o ad un Aragona.
L’escamotage narrativo consiste nell’inserimento di un personaggio immaginario, il prete inglese Robert de la Pole, diplomatico di re Enrico VII d’Inghilterra presso il Vaticano, che scrive alla Duchessa svariate lettere, dando il pretesto per scandire temporalmente gli avvenimenti storici.

Natalia Ginzburg è figlia di un ebreo triestino, professore universitario. La madre è cattolica.
Per lei la religione non consiste una scelta di campo assoluta.
Nel 1933 scrive un breve racconto intitolato Un’assenza.

Viene letto da Leone Ginzburg, amico di famiglia, che lo propone senza successo a una rivista, Solaria, che, in seguito accetta un secondo racconto della Ginzburg, I bambini.
Si sposa con Leone a Torino nel 1938.

Il marito, anch’egli di origine ebrea e antifascista, inizia la sua collaborazione con la Einaudi, che propone a Natalia la traduzione del La Recherche di Proust.

Hanno tre figli.
Nel 1943 Leone Ginzburg viene arrestato e muore in seguito alle torture.
È un colpo durissimo.

Dal 1944 in poi Natalia firma i suoi scritti con il cognome Ginzburg.
È il segno di un’identità dimenticata.

Dopo la guerra si stabilisce a Torino, dove lavora presso Einaudi e inizia la sua intensa e travagliata amicizia con Cesare Pavese.
Nel 1950 sposa Gabriele Baldini, docente universitario presso il Magistero di Roma.

Hanno due figli.

Il periodo più difficile e complesso della sua vita è narrato in Lessico Famigliare, il romanzo che i critici giudicano il suo capolavoro. Vince il Premio Strega nel 1963.

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È la storia di una famiglia ebrea torinese durante il periodo fascista.

Si tratta della ricostruzione ella vita della famiglia Levi, intessuta di uno straordinariamente umano lessico famigliare.
Un intreccio tra vita quotidiana e storia, tra la realtà e la finzione, che penetra nella sfera intima delle persone unite dal lessico dei sentimenti famigliari.

Maria Villavecchia Bellonci e Natalia Levi Ginzburg: due donne, due scrittrici, due figure femminili primarie per ingegno e sentimenti.

Due scelte uguali con due motivazioni diverse: la prima di riconoscenza quasi figliale, l’altra di identità orgogliosa.

Comunque sia l’interpretazione della loro decisione, resta il fatto che in noi vive la conoscenza della grandezza di Maria e di Natalia.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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