Donne scrittrici, mogli di scrittori e pseudonimi

Donne scrittrici, mogli di scrittori e pseudonimi.

a cura di Isabella Grassi.

Natalia Ginzburg e Maria Bellonci, due donne, due scrittrici, accumunate dall’essere mogli di scrittori.

La letteratura è piena di pseudonimi, in passato utilizzati soprattutto dalle donne, per lo più maschili.

Qual è la verità odierna? Quanto c’è di attuale in questi esempi femminili del passato?

Ho recentemente letto un articolo sul Corriere della Sera, a firma della inviata a Londra Sara Gandolfi, dove la giornalista, partendo da premesse storiche come le sorelle Bronte che si firmavano Currer, Ellis e Acton Bell in luogo di Charlotte, Emily e Anne o come Joanne Rowling che nascose il suo nome con le iniziali J.K., afferma che “i tempi cambiano, i pregiudizi pure” oggi sono gli uomini che celano la propria identità dietro sigle e pseudonimi.
Viene portato ad esempio il caso recente che risale al 2005 quando si scoprì che dietro Yasmina Khadra era in realtà Mohammed Moulessehoul, il marito considerato fino ad allora dalla critica “l’autentica voce della donna araba”.

L’articolo breve ma ben documentato cita dati statistici e fonti giornalistiche che porterebbero a preferire il genere gender e quindi le sigle per celare il sesso dell’autore, sia esso uomo o donna.

Donne scrittrici, mogli di scrittori e pseudonimi

a cura di Isabella Grassi

Natalia Ginzburg e Maria Bellonci, due donne, due scrittrici, accumunate dall’essere mogli di scrittori.

La letteratura è piena di pseudonimi, in passato utilizzati soprattutto dalle donne, per lo più maschili.

Qual è la verità odierna? Quanto c’è di attuale in questi esempi femminili del passato?

Ho recentemente letto un articolo sul Corriere della Sera, a firma della inviata a Londra Sara Gandolfi, dove la giornalista, partendo da premesse storiche come le sorelle Bronte che si firmavano Currer, Ellis e Acton Bell in luogo di Charlotte, Emily e Anne o come Joanne Rowling che nascose il suo nome con le iniziali J.K., afferma che “i tempi cambiano, i pregiudizi pure” oggi sono gli uomini che celano la propria identità dietro sigle e pseudonimi.
Viene portato ad esempio il caso recente che risale al 2005 quando si scoprì che dietro Yasmina Khadra era in realtà Mohammed Moulessehoul, il marito considerato fino ad allora dalla critica “l’autentica voce della donna araba”.

L’articolo breve ma ben documentato cita dati statistici e fonti giornalistiche che porterebbero a preferire il genere gender e quindi le sigle per celare il sesso dell’autore, sia esso uomo o donna.

http://27esimaora.corriere.it/17_luglio_25/addio-pseudonimi-maschili-ora-scrittori-si-fingono-donne-vendere-piu-thriller-libreria-56a2e790-717a-11e7-97e0-849a9c15ef13.shtml

Ma qual è dunque l’atteggiamento delle donne scrittrici di questi giorni?

Stimolata da Paola Crovi e da questo articolo cui sono incappata per pura casualità, ho contattato una scrittrice che ho avuto l’occasione di conoscere durante una presentazione congiunta di un suo libro e del libro del suo attuale marito, anche lui scrittore.

Ho quindi girato ad Anna Serra, nata a Torino nel 1981, insegnante di spagnolo con due romanzi pubblicati da Spunto Edizioni. Sospetti sul lago  e I colori di Viola), moglie di Daniele Mosca anche lui scrittore, la seguente domanda:

“Può essere attuale per una scrittrice utilizzare il cognome del marito, anche lui scrittore?”.

pseudonimi
La risposta di Anna lascia pochi dubbi.

“Secondo me oggigiorno per una donna che scrive non ha più senso acquisire il cognome del
marito.

Una volta le donne che scrivevano erano in netta minoranza e la scrittura era vista come una
pratica pericolosa, che andava contrastata.”

Anna cita Madame Bovary e un romanzo spagnolo di fine 800 in cui la scrittura femminile viene vista come un veleno per l’anima e va estirpata sul nascere.

Accanto a considerazioni legate alla condizione della donna nel passato che la vedevano sottomessa al marito non può, secondo la mia interlocutrice, non considerarsi che l’Europa attuale è fondamentalmente diversa e non vi sono più censure che impongano alle donne limitazioni di argomenti.

La scrittura è anche questo: liberazione, sfogo”, afferma Anna, che non vede “perché una donna scrittrice sposata dovrebbe pubblicare un libro con il cognome del coniuge, anziché con il suo”.
Arriva a dire che, se dovesse utilizzare Anna Mosca in luogo di Anna Serra, si sentirebbe “espropriata della sua identità” e non sarebbe se stessa, per quanto ami suo marito.

Sul contenuto dell’articolo da me citato sull’utilizzo degli pseudonimi, ho chiesto poi una breve considerazione e una valutazione delle conclusioni finali cui perviene la giornalista.

Anna non si è tirata indietro e senza mezzi termini ha freddamente analizzato l’utilizzo di pseudonimi, in particolare le iniziali, come principalmente di settore e per scopi commerciali.

Romance o romanzo erotico si prestano al mistero e le opere di denuncia possono giustificare l’utilizzo di pseudonimi.

Deciso il suo giudizio “se parliamo di narrativa” dove le storie sono inventate per quanto si peschi dal proprio vissuto. “Perché nascondersi?”, un tale utilizzo equivale secondo Anna al vergognarsi delle proprie parole.

Conclude infatti così:

“Non so, io lo pseudonimo lo vedo come un nascondiglio, uno scudo per non svelare nulla di noi, una mancanza di responsabilità. Il timore di mettersi in gioco.”

Presa da questa gioco ho allargato l’indagine, spostandomi nel mondo editoriale, chiedendo a editrici indipendenti la loro opinione in merito.

Solo da due ho avuto risposta
La prima risposta, ricevuta parte dall’analisi della sua personale esperienza e per tale motivo ha chiesto di non essere citata, è perentoria:

“Facendo riferimento al nostro catalogo, posso dirti che, almeno per ora, nessuna delle nostre autrici pubblica utilizzando il cognome del marito.
Per quanto riguarda le coppie di scrittori/artisti, il fenomeno che osserviamo maggiormente è quello della collaborazione: autrici o autori che illustrano l’opera del consorte, romanzi scritti a quattro mani usando un unico pseudonimo.”

Quello che invece mi fa ben sperare è la considerazione finale:

“in ogni caso, un buon libro resta un buon libro, indipendentemente dal nome sulla copertina… come la rosa shakespeariana!”

La seconda risposta ricevuta è parimenti perentoria:

“Non credo che oggi una donna sia disposta a pubblicare col nome del marito.

Sarebbe assurdo. Per un discorso di autonomia e di identità.”

La mia interlocutrice sposta o meglio fa rivivere il femminismo.

Alla mia domanda se ritenga attuale il femminismo nel settore della cultura la risposta non si fa attendere:

“Attualissimo! Nella cultura come nella scienza, come in qualsiasi campo le difficoltà di affermazioni sono ancora grandi, nonostante tutto quello che è già stato fatto.”

Spostando poi il tema sulla sua personale esperienza di editrice anche lei mi ha confessato che:

“è accaduto anche a noi di pubblicare il testo del marito con le foto della moglie.

Penso che bisogna andarci cauti.

La scelta non deve essere opportunistica (la soluzione a portata di mano o, peggio
ancora, da interesse economico) ma dettata da criteri filologici, di coerenza, ecc.”

Si chiude poi con una luce di speranza:

“Laddove il connubio è appropriato non vedo che problema c’è”.

A ben vedere, quindi, al giorno d’oggi assistiamo anche nel mondo culturale, al riemergere delle problematiche uomo-donna, ma le motivazioni di base appaiono più legate ad una logica commerciale che di appartenenza di genere o di affermazione di principi.

Sul punto mi sono confrontata con una giovane lettrice cui ho chiesto una sua personale analisi delle problematiche testé analizzate.
La risposta appare in linea con i miei ultimi pensieri.

La ragazza ha senza mezzi termini chiaramente relegato a scopi commerciali l’utilizzo da parte di una donna di un cognome importante quale quello del marito ed allo stesso scopo l’utilizzo di uno pseudonimo.

La mia interlocutrice dichiara però che il termine femminismo è ora abusato e come tale ha perso di significato.

Quello che, uomini o donne che siano, è da comprendersi è che non deve parlarsi di uguaglianza, perché le persone sono diverse, ma semmai si deve lottare per le pari opportunità.
Un libro però se nasce dalla mente dell’autore e passa dalle case editrici per arrivare al lettore, per poter essere ammirato, sfogliato, scelto deve arrivare nelle librerie.

Ho quindi ritenuto utile, per concludere questo mio breve excursus, raccogliere anche l’opinione di Alice e Rossella, due libraie di Parma.

Alice segue per così dire il discorso dell’emancipazione femminile, almeno per quanto concerne l’utilizzo del cognome del marito quando questo è di un certo rilievo. Non nasconde infatti come ciò sia facilmente interpretabile come una provocazione dell’emancipazione della donna.

Diverso invece il caso in cui i coniugi scrittori decidano di utilizzare un unico pseudonimo, ma anche in questo caso occorre molta cautela, operando scelte dettate solo da ragioni editoriali e non per cause opportunistiche.

Rossella preferisce invece partire dai casi analizzati: Natalia Ginzburg e Maria Bellonci, valutando che per entrambe le scrittrici il cognome del marito ha apportato loro profondità e senso all’orizzonte culturale, contribuendo per così dire alla loro emancipazione alla luce della società nella quale esse stesse si muovono.

Circa l’utilizzo di nomi d’arte, a Rossella viene in mente Natzue Kirino, della quale adora i romanzi.

Lo pseudonimo è volutamente ambiguo per poter scrivere liberamente.

La scrittrice del sol levante ha sovente giustificato tale scelta lamentando un uso “coercitivo” del femminile in ambito critico e letterario.
Altro esempio citato è quello di

Simonetta Agnello Hornby che aggiunge il cognome del marito al proprio sottolineando orgogliosamente l’identità di donna e autrice.

La considerazione finale di Rossella attualizza il discorso differenziando dalla vita reale dove a suo giudizio è sempre complicato valutare le scelte altrui, spesso arbitrarie e/o dettate da consuetudini, dalla letteratura.
In quest’ambito infatti dichiara di aver

“constatato negli anni e continua a pensare che la firma in calce a un’opera letteraria racconti più che non il nome o il cognome su un documento.”

Vi lascio quindi con quest’ultima riflessione, e termino così la mia analisi tutta femminile, affermando che quando l’utilizzo del marito sia dettato da scelte non economiche ma di unità intellettuale, questa sia una scelta possibile e che nulla tolga alla emancipazione femminile, ma semmai aggiunga all’unità famigliare.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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