“Vi racconto la mia vita in Nigeria” di Leonardo Di Cecio

“Vi racconto la mia vita in Nigeria”

di Leonardo Di Cecio

(14 anni)

Nigeria

Fa strano ripensare alla Nigeria.

È un’avventura successa molto tempo fa, però ho ancora freschi i ricordi di quel posto, che a volte sembrava un paradiso ed altre no.

Mi ricordo distintamente il traffico pazzesco sulla strada per andare a scuola.

Normalmente per uscirne ci mettevi un’ora o due.

Almeno, questo era la condizione per la prima casa in cui abbiamo vissuto.

Era enorme, pagata dall’azienda, ovviamente, poiché era un espatrio, ma un bambino di 7 anni non si rende conto di tutto questo e francamente non gliene importa nemmeno tanto.

 

Ciò che gli importa è avere una bella casa, tanto grande che ci puoi giocare dentro, una scuola per andare a imparare tutti i giorni e, più di tutto, una famiglia che lo ama.

Tutt’e due le case in cui abbiamo vissuto erano già arredate.

Nel primo compound c’erano quattro torri, ognuna alta cinque piani: le prime tre contenevano abitazioni, invece nella quarta c’era l’azienda di papà, per cui, dopo essere rientrati da scuola, era sempre divertente andare a visitarlo, anche perché potevamo disegnarli sulla lavagna, se era libera.

Avere una piscina era un bel privilegio.

Per il compleanno dei tre anni di mio fratello avevamo fatto una grande festa, con una bellissima torta, adornata da figurine in plastica dei personaggi del suo film preferito, Madagascar.

Per quelle cose la vita era lussuosa, erano momenti bellissimi, pieni d’emozione, felicità e divertimento.

Quando racconto di questa esperienza, le facce sorprese che mi guardano sono tante, tutti increduli che un ragazzino abbia vissuto qualcosa del genere.

Poi, quando racconto che avevamo un cuoco, una donna delle pulizie ed un autista, allora mi prendono tutti come un riccone. NO!

Erano brave persone che lavoravano per noi, pagate da papà.

Per di più era necessario averli con noi, conoscevano il posto molto meglio ed eravamo al sicuro se ci stavano accanto.

Il cuoco si chiamava Robert, un omone simpaticissimo, molto educato, che parlava francese.

Era bravissimo a cucinare, preparava sempre pasti squisiti e trovava i posti migliori per comprare prodotti tipici.

Poi c’era Jide, il miglior autista del mondo. Era molto alto e forte.

Poteva guidare letteralmente dappertutto, nelle strade accidentate, nelle strade allagate con un livello d’acqua che arrivava fino alla ruota dell’auto e quelle auto erano dei 4×4 alte.

Per di più era anche molto simpatico. S

Sfortunatamente, Robert e Jide erano costretti a vivere dentro camere grandi come sgabuzzini in una parte separata dagli appartamenti del compound.

Papà si era attivato in azienda, affinché tutto il personale dei dipendenti ricevesse almeno il minimo indispensabile per arredare le proprie stanze.

Di quel paese onestamente poteva sorprenderti tutto.

Anche il fatto che un giorno era risplendente di sole ed il successivo poteva scendere il diluvio universale.

Non sto scherzando.

Una mattina, si era messo a piovere talmente forte, che mi era venuta una paura matta di andare a scuola, forse credevo che sarei morto durante quella tempesta.

Appena usciti dal nostro edificio, apparvero alla vista le guardie del compound, con delle mantelline gialle e catarifrangenti. Presero in braccio me e mio fratello e ci condussero fino all’auto che ci aspettava già fuori dal cancello.

Mio padre era davanti accanto a Jide, mamma invece con noi, dietro. La strada era inondata d’acqua sporchissima. Nonostante ciò, continuavamo ad andare perché il nostro coraggioso e fortissimo autista non si sarebbe fermato davanti a niente.

Arrivati davanti a scuola, non volevo scendere, volevo stare in auto dove ero al sicuro, volevo tornare a casa e andare a scuola il giorno dopo.

Papà era sceso dalla macchina e mi stava portando nelle sue braccia, camminando molto calmo, con l’acqua che gli arrivava fino al ginocchio, mentre io mi dimenavo e facevo i capricci per la paura di andare a scuola.

A proposito della scuola, era una scuola francese, che includeva le elementari, le medie ed il liceo.

Era un bell’edificio, c’erano due piani, un bel cortile, una caffetteria, una palestra, una piccola libreria con un tettuccio di paglia e bravi professori.

C’era un’area in mezzo al cortile attrezzata di uno scivolo, una scala di corde, una scala a pioli, un mini parco giochi insomma. Una volta alla settimana, una classe aveva il diritto di entrare e giocare.

Nella caffetteria della scuola, a ricreazione, compravamo sempre panini molto buoni.

Poi c’erano le lezioni.

Il mio maestro era un po’ particolare. Diceva sempre che se alla fine dell’anno fossimo stati bocciati, si sarebbe trasformato in un orco e ci avrebbe mangiati, allora, tutti terrorizzati all’idea, ci impegnavano più che potevamo per prendere bei voti.

Era un buon metodo per stimolare i propri allievi ma forse un po’ eccessivo!

Una volta, il nostro direttore fu sfigurato da un altro uomo con dell’acido per colpa di una storia tra un familiare dell’aggressore ed il direttore. Sì, questo genere di cose accadevano spesso in Nigeria.

Una cosa che facevamo sovente era andare al mare oppure nei compound degli amici per visitarli.

Tutte le domeniche prendevamo l’auto, viaggiavamo fino al porto, dove noleggiavamo la barca per arrivare ad una spiaggetta privata di proprietà dell’azienda.

Normalmente portavamo tanto cibo da grigliare così che potessimo darne un po’ anche ai poveretti che vivevano lì, nelle catapecchie e che dormivano su materassi sporchi.

In quel paese, come in molti altri in Africa, c’era e c’è tanta povertà.

Catapecchie dappertutto, mendicanti per le strade, gente che si era costruita un piccolo letto sotto un camion.

Quello che mi sorprendeva di più era che per le strade vendevano dalla frutta alle micro SIM per i telefoni.

Un paio di volte mamma le comprava, perché, anche se vendute per strada, funzionavano alla perfezione.

Per sicurezza, io avevo un telefonino portatile di quelli indistruttibili.

Lo usavo solo per chiamare mamma, per avvisarla che avevo finito scuola o per dirle che ero in auto con Jide e che stavo tornando a casa.

C’erano dei posti di lusso a Lagos, dei ristoranti di hotel in cui si mangiava benissimo oppure dei resort con degli scivoli e una grande piscina. Quella parte di vita era bellissima.

Mio fratello era stato malato per tutto il tempo in cui abbiamo vissuto lì.

Una volta, non smetteva di tossire di notte, stava malissimo poverino.

Allora i miei genitori decisero che era tempo di andarsene. Finimmo in pace l’anno scolastico: ricevemmo tutti e due dei bei voti e ce ne andammo.

Papà chiuse il suo contratto laggiù, cercò un nuovo lavoro e ci trasferimmo in Svizzera.

Questa è stata la mia esperienza come bambino di sette anni a Lagos.

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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