“Madri a Huruma in Africa: la coerenza della memoria” di Serena Savarelli

“Madri a Huruma in Africa: la coerenza della memoria”

di Serena Savarelli

Africa

La sensazione di nostalgia di chi ha visitato l’Africa e desidera tornarci viene definita mal d’Africa.
Un viaggio recente in questo paese mi ha portato a riflettere sul significato di questi termini.

Una riflessione avviata mentre l’hostess della compagnia aerea Ethiopian Airlians mi porgeva l’ultimo pasto, senza lattosio, profumato di spezie, sul vassoio bianco.

Il mio animo, in quel momento, era pervaso da questo male o, piuttosto, continuavo a chiedermi, erano malati coloro che avevamo lasciato a soffrire di una patologia che aveva origine dall’assurdità corrotta d’Africa?

È stato il viaggio di un’associazione di volontariato verso una delle tante baraccopoli dimenticate, per raggiungere numerosi orfani gravemente disabili, raccolti dalle Sisters, ogni giorno, tra le discariche o le latrine.

È stato il viaggio di madri volontarie che hanno lasciato per qualche giorno le loro famiglie numerose, composte di figli naturali, adottivi e affidatari, portando aiuto concreto ai piccoli di Huruma, vicino a Nairobi, in Kenya.

Quando l’essere madre decide di spaziare, riesce a prendere il volo e raggiungere, persino, un continente lontano.

Noi madri del quotidiano abbiamo, attraverso un viaggio, sorvolato un sogno e abbracciato l’assenza di possessione.

Abbiamo dimostrato, circondate dalla moltitudine dei bambini, costantemente sorridenti nella disperazione, che è possibile essere madri nell’essenza e proiettare questa al di là della filiazione reale.

Quando la donna attiva l’essenza femminile che incarna, quando la scintilla innesca l’ardore della propria missione, ella diventa madre e inizia a plasmare e partorire di sé là dove viene chiamata a farlo, verso coloro ai quali sente di dover dedicare il proprio operato.

È indifferente il luogo, basta che qualcuno poggi lo sguardo nel suo animo.

È stato il mio viaggio: la materializzazione di un desiderio e la consapevolezza di quanto siamo minuscoli contemporaneamente.

È stata una metamorfosi di infinite emozioni per aver raggiunto il mio obiettivo e una gestazione di profonda voragine, scavata dalle lacrime intrecciate, per l’impotenza assurda ed illusoria riscontrata.

Molti scrivono che raggiungere l’Africa è scontrarsi con il nostro lontano passato primitivo; quello che lascia poi una nostalgia impressa, che si traduce in una difficoltà a riprendere il proprio stile di vita, la propria routine colma di agi e ricchezze.

Io mi sono vista donna al centro di ciò che rende l’essere umano indifferente.

Al rientro in Italia, rabbia e sconcerto mi ritraevano allibita.

Mi guardavo allo specchio e le lacrime raccontavano agli spettatori curiosi, quello che io avevo visto, ma quello che loro continuano ad
immaginare senza comprendere.

Esiste davvero il mal d’Africa: una malattia che s’insinua là dove la ragione non trova logica o spiegazione, al come possa convivere tanta ricchezza indifferente a fianco di una povertà disarmante, entrambe divise da un solo cavalcavia di cemento.
Percepisco, tutt’ora, la potenza con cui l’assurdità si attorcigliava a tutto il mio essere, mentre la ragione, aiutata dal cuore, cercava di comprendere l’impossibilità di aiutare chi necessitava, con una varietà di mezzi e strumenti disponibili, ma non considerati utili.

Immaginate un quadro di Picasso, quelle forme geometriche nette, spicchi delineati di uno specchio frantumato.

Lì, al centro, vedrete una Nairobi che finisce di netto, prima palazzi, poi discariche, lasciando il posto alle opere di Jeff Gillette, quando dipinge nelle sue tele “Dismayland”, una raffigurazione post-apocalittica di Disneyland.

Anche lui, come me, contagiato dal virus, che inietta in tutte le cellule del proprio corpo il potente contrasto tra la realtà delle baraccopoli e il nostro occidente utopico, dove il divertimento mantiene la superficialità della massa.

A volte la memoria cancella ciò che è scomodo mantenere vivo nei ricordi; per fortuna, a volte, conservandolo vengono attivate delle strategie che conducono all’opera.

La mia mente razionale continua a congelare gli attimi di quel viaggio, di quelle immagini palpitanti.

Da una parte il brulicare rumoroso dei bambini, affetti da gravi patologie, alcuni legati a sedie di plastica, che tentano di sopravvivere alla loro disfagia.

Per ogni boccone di zuppa conficcato a forza, dall’altra la subdola realtà che striscia tra loro, portando il tanfo della corruzione e dell’inganno.

Associazione, mamme e me stessa hanno basato tutto sulla consapevolezza di essere gocce, piccolissime gocce comunque indispensabili per formare l’oceano.

Ma, talvolta, le risorse che investi in un luogo non sono sufficienti a scalfire un meccanismo che da secoli pervade i mali di un paese.

Se esiste una colpa è quella di sempre: la superbia umana che crede di avere il diritto di sfruttare l’altro secondo i propri interessi e sono sempre di origine materiale.
La convinzione di trarre profitto, in termini di denaro, ovunque, anche dalla realizzazione di un sogno proiettato verso il prossimo da sostenere.

La conseguenza è che spesso basta il solo colore della pelle per sentenziare un giudizio, o rinforzare un pregiudizio; sempre a doppio senso: bianco verso nero, nero verso bianco.

Ricco verso povero, conquistato verso conquistatore.

Nemmeno il bene materiale, apparentemente, scalfisce il male esistente.

Alcune storie cambiano l’esistenza altrui, altre rimangono lì, dove esiste sempre, in un’Africa stessa, tanti dentro e infiniti fuori.

Dei microcosmi, come l’Orfanotrofio delle Missionarie della Carità con Sister Roseclare che ci ha implorato di portare in Italia i bambini che potevano affrontare il viaggio, per dar loro amore, cure e istruzione.
Oltre quell’ambiente, dove le condizioni igieniche, ambientali, sociali sono pessime, esiste un peggio che va oltre l’immaginazione, dove ognuno è impegnato nella propria lotta per la sopravvivenza,
dove non importa vivere tra i rifiuti o vedere morire sotto gli occhi un bambino,

dove nonostante tutto c’è posto per un camion rosso che fa rimbombare musica rock ad alto volume, mentre ballerini danzano e fanno dimenticare che,

finito lo spettacolo, è possibile morire.

Il nostro e il mio mal d’Africa è il male di una realtà, che si riflette nei tanti mali dell’umanità, quella che vive di illusioni, indifferenza e soprusi, quella dove il bene fatica a costruire, mentre il male innalza grattacieli.

In questo esatto punto dove s’intersecano le due prospettive rimane un viaggio e la nostra realtà: l’Africa è il poster gigante che racchiude le afriche di ogni paese nel mondo, anche quelle presenti sotto casa di ognuno, quelle che nessuno conosce e non finiscono per fare notizia.
Noi restiamo un’associazione di volontariato, in Italia e all’estero, mamme affaccendate nelle loro vite fatte di accoglienza continua per chi vive la disabilità e non…
Io resto una goccia, ma è stato scoperto che le gocce d’acqua sono dotate di memoria e coerenza.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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