Mamma Lucia di Cava de’ Tirreni: la grandezza della semplicità

Mamma Lucia di Cava de’ Tirreni: la grandezza della semplicità

di Elvira Rossi

Mamma Lucia di Cava dei Tirreni

da Agire Notizie

Lucia Apicella nel settembre del 1951 fu ricevuta con tutti gli onori in Germania dal Presidente Theodor Heuss, che le consegnò La Gran Croce d’oro, la massima onorificenza concessa dalla Repubblica Federale Tedesca, ma soprattutto ebbe l’abbraccio riconoscente di tante madri di caduti di guerra.

Infatti Lucia Apicella dal 1944 al 1950 era riuscita a raccogliere ben settecento corpi di giovani militari morti nelle zone del Salernitano, dopo lo sbarco degli anglo americani.

Molti di questi poveri defunti erano tedeschi.

“Il giornale d’Italia” marzo del 1952 riportò queste parole, che erano state diffuse da un giornalista di Radio Stoccarda

” Un popolo che ha dato i natali ad una donna come Mamma Lucia merita tutto il nostro amore, tutta la nostra gratitudine, tutto l’amore di cui siamo capaci.”

Quel popolo siamo noi, noi che abbiamo dimenticato, noi che ignoriamo l’esistenza di Lucia Apicella.

mamma lucia

Immagine da Salerno Today

Alla gratitudine della Germania opponiamo la nostra ingratitudine.

In Germania il nome di Lucia Apicella compare nei testi scolastici, in Italia si smarrisce nel nulla.

Un paradosso e un’ingiustizia a cui porre rimedio.

In un momento storico, come il nostro, denso di contraddizioni, che oscillano in uno scontro perenne di evoluzione e regressione, rendendo fluttuante il confine tra vittorie e sconfitte culturali, la figura di Lucia Apicella merita di essere svincolata dalle strettoie del passato, per essere proiettata in uno spazio di notorietà più ampia.

mamma lucia

da Youtube

Nel libro “Salerno-Operazione Avalanche” lo storico inglese Hugh Pond così la rappresenta:

«A sessantaquattro anni, Mamma Lucia era ancora alta e diritta, nonostante tutto una vita di lavoro. I suoi occhi allora, come lo sono ancora oggi, erano neri e penetranti, e i suoi lineamenti si stagliavano aguzzi, col naso imperioso sotto la fronte alta. I capelli appena toccati di grigio, erano severamente tirati indietro. Le mani portavano i segni di un lavoro consacrato, e nell’austero lungo vestito nero essa somigliava a una suora, mentre la pace del suo volto ricordava la figura di Michelangelo».

Lucia Apicella aveva conseguito solo la terza elementare, eppure la modestia della sua istruzione non le impedì di esprimere l’altezza di una umanità profonda, capace di parlare alle generazioni di tutte le epoche.

Seppe prendere le distanze dalle azioni ordinarie e prevedibili, rendendosi protagonista di una vicenda straordinaria nella sua unicità.

La mitezza e la semplicità che spiravano dalla sua persona, pur essendo autentiche, non spiegano totalmente il carattere determinato di questa donna.

Infatti l’elementarità del linguaggio nascondeva un mondo invisibile. Una ricchezza di pensieri e sentimenti, che spesso risultano estranei a chi millantando titoli accademici finisce con il mortificare la dignità della vita.

Nel gennaio del 1952 lo scrittore napoletano Giuseppe Marotta la conobbe durante una intervista e dietro la schiettezza dei modi di Mamma Lucia percepì una interiorità più complessa:

«Un che di ibrido c’era in lei, colpivano la sua indubbia umiltà e il suo taciuto ma probabile orgoglio, la sua disinvoltura, la sua innocenza di popolana e non so che giudizio, che talento di signora».

Da youtube

La donna avvolta in una severa veste nera non faceva nessuna concessione alla femminilità, che si manifestava esclusivamente attraverso atteggiamenti e parole di amore materno. «Figl’ e mamme» e «bell’ e mamme», espressioni ricorrenti e familiari che ravvivavano ogni incontro.

Quelle parole pronunciate da lei non erano formule convenzionali, in quanto emanavano il calore di un sentimento espansivo, che equivaleva a un abbraccio.

Le sue mani prodighe di carezze non si facevano dimenticare.

Persone anziane di oggi che da bambini hanno ricevuto una carezza di Mamma Lucia la ricordano con commozione. Quel contatto lieve ha tracciato un solco incancellabile nella loro memoria, per la capacità che ella aveva di suscitare una sensazione intensa di tenerezza, destinata a durare nel tempo.

Le mani di Mamma Lucia non erano come le altre, erano mani consacrate, benedette da quelle ossa che lei aveva toccato con delicatezza materna, benedette dalle madri che avevano perso i figli in guerra, benedette dagli uomini superbi che almeno di fronte alla morte abbassano la testa.

Lucia Apicella seppe conservare inalterata la propria umiltà e non si lasciò confondere neppure dai riconoscimenti prestigiosi, che in seguito le furono attribuiti.

Non conosceva né corruzione né malvagità e si esprimeva senza studio. Quando nelle occasioni ufficiali veniva invitata a parlare, si limitava a una dichiarazione, sempre la stessa:

«Mai più guerre».

Lucia Apicella non affrontò mai discorsi di carattere politico. La politica non l’appassionava e non la convinceva, perché metteva gli uomini gli uni contro gli altri.

Cimitero dei caduti in Italia dell’esecito inglese nella II guerra mondiale. (wikipedia)

Per lei l’unico nemico era la guerra, che con arrogante prepotenza strappava i figli alle madri.

Un contegno sempre pacato e misurato attestava il suo spirito di tolleranza. Qualità che le apparteneva senza alcun sospetto di infingimento.

Tuttavia la bonarietà, la religiosità, l’umiltà che connotavano Lucia Apicella non andavano da sole, avevano come compagni di viaggio la generosità, il coraggio, la perseveranza, la forza.

Senza il loro concorso, Lucia come avrebbe potuto sostenere e vincere tante resistenze e ostilità?

Tali virtù, che per una sorta di pudore si mimetizzavano, agivano in sordina e risultavano poco appariscenti.

Se si fossero svelate con energia, contro di lei si sarebbero sollevate barricate. Al contrario Lucia Apicella con il suo fare dimesso era rassicurante, non generava apprensione, non alimentava scontri ideologici. Appariva una “donnetta” a tanti poveri uomini, che chiusi nelle maschere quotidiane o nelle uniformi istituzionali si limitavano a considerarla una stravagante.

Lucia Apicella, oltre a impartire una lezione di umanità, con il suo esempio ci dimostra che il mondo può essere cambiato in maniera pacifica, ascoltando solo gli imperativi della propria coscienza.

Wikipedia

La ribellione all’indifferenza non ha bisogno del frastuono ma del silenzio fermo delle proprie convinzioni.

Avvezzi come siamo all’esibizione chiassosa del potere, si rischia di sottovalutare la forza eversiva di parole e azioni non violente.

Sarebbe sbagliato definire Lucia Apicella solo attraverso la semplicità e l’umiltà della sua condotta. Non devono sfuggire le note trasgressive delle sue scelte.

In sintonia con un’epoca rispettosa di un conformismo sociale, che la fissava al ruolo di madre, Lucia Apicella era religiosa e pia. Frequentava sistematicamente la chiesa e con assiduità e fervore si dedicava alla preghiera.

La donna era sottomessa alle Istituzioni, tuttavia alle leggi esterne anteponeva il primato della propria coscienza.

Anticipava senza saperlo un concetto della cultura moderna: ”L’obbedienza non è una virtù”.

E lei sapeva disobbedire senza enfasi e senza clamore, assumendo una innocenza disarmante, che lasciava perplessi e pensierosi coloro che prima magari avevano disapprovato il suo impegno.

Alla fine le persone che le avevano rifiutato il sostegno o l’avevano ostacolata o l’avevano derisa erano spinte a ravvedersi, subivano loro una sorta di conversione e si inchinavano dinanzi a Mamma Lucia, riconoscendo in lei l’impronta di un animo sublime.

Lucia Apicella in silenzio con una caparbietà fattiva, dando sepoltura ai morti, ricordava a tutti che la ricostruzione della vita doveva iniziare dalla cessazione dell’odio verso i nemici e dal rispetto dei caduti di tutte le nazioni.

Che fossero italiani, americani, tedeschi non era significativo.

Per lei erano tutti “figl’ e mamma”.

L’atmosfera post bellica era ancora intrisa di polvere da sparo e di ostilità.

Dagli animi la miseria della guerra aveva estromesso la pietà per le misere salme in putrefazione nascoste come lerciume da pochi centimetri di terra.

L’oblio avvolgeva i giovani sventurati strappati violentemente alla vita.

La triste esistenza di luoghi disseminati di cadaveri era nota a tutti.

Non esisteva la volontà di occuparsene e, mentre venivano allontanate le brutture e le sofferenze di una guerra da dimenticare in fretta, non era stato ancora congedato l’astio che avvolgeva i nemici, vivi e morti che fossero.

Che uomini marcissero come animali non turbava affatto l’inerzia delle coscienze, che erano state raggelate dalla barbarie della guerra più ancora degli stessi morti.

Alla presenza fastidiosa delle spoglie sparse nelle aree delle battaglie, la soluzione era stata trovata: bastava evitare certe strade e se questa precauzione non fosse stata sufficiente, esisteva sempre la possibilità di volgere lo sguardo altrove e affrettare il passo.

Lucia Apicella seguì un diverso percorso, si ribellò e con la naturalezza dei giusti scompigliò la placida apatia della gente.

Giovani soldati inglesi (immagine di repertorio). Mamma Lucia in tutti i soldati vedeva esseri umani e nei caduti i figli, che non sarebbero tornati a casa dalle loro mamme.

Dopo il settembre del 1943, quando nell’area salernitana fu spento il rumore delle armi, Lucia non riusciva a dormire.

I due figli erano tornati dal fronte della guerra, ma ad agitare le sue notti c’erano i volti dei giovani soldati, che aveva visto sfilare davanti la sua povera bottega di fruttivendola. Plotoni di tedeschi e anglo americani, tutti terribilmente giovani sembravano andare incontro alla morte.

Aveva interiorizzato dentro di sé quelle immagini. Non aveva visto una massa di soldati, ma singoli volti di ragazzi dalla carnagione chiara o scura, dai capelli biondi o castani. Li aveva osservati a uno a uno e non li aveva dimenticati.

Accolti nel suo animo, non ne erano più usciti.

E quando vide dei ragazzi prendere a calci un teschio come se fosse stato un pallone, il dolore in Lucia divenne più acuto.

Il suo progetto di dare sepoltura ai poveri defunti, abbandonati alle intemperie e agli animali randagi, prese corpo dopo un sogno che era la proiezione del suo pensiero fisso.

Sognò sette croci rudimentali di legno conficcate in un campo. Le croci si sollevarono e da ciascuna croce emerse un soldato, sette militari che in un italiano stentato le chiesero di riportare le salme alle madri.

Da quel momento iniziò la ricerca dei cadaveri nei territori dove si era combattuta la guerra. Inizialmente fu circondata dalla diffidenza, dai giudizi irridenti, dall’opposizione delle autorità locali. Costretta a chiedere un permesso, che le fu concesso, ottenne anche l’aiuto di due becchini, che presto fecero venir meno ogni collaborazione.

Percorrere valli e monti alla ricerca dei morti per loro era un compito al di fuori delle proprie mansioni, una fatica immane e rischiosa per la presenza di ordigni inesplosi.

Lucia continuò la ricerca da sola. Non era una prezzolata che valutava il costo del lavoro.

Era una madre che cercava i propri figli e le madri non contano le ore, ignorano la fatica e i rischi.

Lucia da sola con l’aiuto occasionale di una cugina e di qualche volontario riuscì ad assicurare la sepoltura a settecento salme di soldati, a molti dei quali fu restituita anche una identità. Infatti Lucia raccoglieva meticolosamente tutti gli oggetti che avrebbero potuto consentire il riconoscimento delle vittime.

Scavava nella terra con le proprie mani e a quelle ossa martoriate donava le carezze, le lacrime, le preghiere di una madre.

Spesso era accompagnata da una nipotina vestita di bianco. La bimba raccoglieva i fiori di campo e ne faceva un mazzolino da deporre accanto ai poveri morti.

Lucia con i propri risparmi comprava le cassette di stagno in cui racchiudeva i miseri resti. E per tale scopo vendette anche la lana dei materassi.

Inizialmente custodì nella propria abitazione le cassette, trasferite successivamente nella chiesa di San Giacomo, che divenne una sorta di sacrario e lì rimasero fino al 1951, quando una legge della Repubblica Italiana istituì i cimiteri di guerra e stabilì delle convenzioni con i Paesi a cui restituire le salme dei soldati.

Lucia Apicella oggi non avrebbe ragione di arrampicarsi sulle montagne alla ricerca dei caduti di guerra.

La vedremmo, però, seduta su una spiaggia a piangere e pregare per i poveri morti, che numerosi giacciono in fondo al Mediterraneo.

Se potesse, li pescherebbe a uno a uno nel mare, come ha scavato nella terra portando alla luce le salme di tanti sventurati.

A lei non interesserebbe sapere se quei poveri corpi di uomini, donne, bambini siano fuggiti dalla guerra o dalla fame, siano profughi o semplici immigrati, per lei sarebbero solo “figl’ e mamme”.

 

Lucia Apicella, madre universale, spentasi nel 1982 riposa con accanto uno dei suoi amati figli.

Un commento:

  1. “Figl’ e mamme”, figli di mamma. Quanto amore in questa frase. Quanto coraggio in questa piccola donna.
    Un grazie a Elvira Rossi per averci raccontato la storia di una donna eccezionale nella sua semplicità.

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