“Non fare la madre, ma essere madre”. La storia intensa di mamma Nina

“Non fare la madre, ma essere madre”.
La storia intensa di mamma Nina

a cura di Serena Savarelli

Immagine dal web

Era ancora piccina, e in una giornata di pieno inverno viene sorpresa da una abbondante nevicata. Si affretta a rincasare coperta da grossi fiocchi di neve, con la felicità che suscita nel cuore dei bimbi lo spettacolo della neve.
Ad un tratto si arresta incredula: i grossi fiocchi di neve hanno assunto stranamente la forma di tante piccole croci. Rivolge, stupefatta, il pensiero a Gesù, e quasi per incanto, le piccole croci si trasformano prodigiosamente in belle e magnifiche stelline lucenti.
Corre dalla mamma e le confida, in semplicità, quanto ha visto, e la mamma la tranquillizza: “Forse il Signore vorrà da te qualche sacrificio, ma in compenso ti darà tante gioie”.

Un pomeriggio d’inverno.

Io e mia suocera sedute di fronte al caminetto acceso.

Parlare del più e del meno, finché una domanda riporta in vita un tralcio di storia passata.

“Hai mai sentito parlare della vedova di Carpi che lasciò sei figli, per diventare madre, durante la guerra, di circa altri quattrocento figli?”

Non faccio in tempo a rispondere che Gianna afferma:

“Io l’ho conosciuta, mamma Nina. E’ nata a Fossoli, vicino a dove sono nata io. E il palazzo dove viveva era vicino a casa mia. La vedevo andare a messa con le sue ragazze, quando passava dal municipio dove lavoravo!”

Carpi, luogo di nascita di mio marito.

Lo conosco bene anche io; l’enorme piazza caratterizzata dal lungo porticato, il castello che preannuncia la vista del duomo.

Da fidanzati la passeggiata in centro con mio marito era d’obbligo ad ogni visita ai suoi parenti.

“Quando assistevo mia madre in ospedale, gli ultimi giorni della sua malattia, aveva una vicina di letto. Una signora molta anziana. Era stata una delle ragazza di Mamma Nina. Mi regalò questo libro che ho ritrovato proprio oggi!”

Gianna mi passa un piccolo libro, dalla copertina flessibile, con impressa la foto di questa donna, sorridente.

A lato, vicino alla costola, in una striscia di colore rosso spiccano le seguenti parole: “Straordinaria avventura di un’umile vedova, chiamata a fare da mamma a centinai di fanciulle abbandonate, in un clima di eroiche rinunzie”.

Nina

Le pagine sono ingiallite e profumano di antico.
Gianna continua il suo racconto ed io sto attenta a non interromperla.

“Un giorno che questa signora era più in forze mi raccontò tanti aneddoti.

Quello che più le era rimasto in mente è quello del pomeriggio che ricevette delle caramelle da una signora in visita a mamma Nina.

I dolciumi erano una rarità a quei tempi e lei, attratta da così tante leccornie, decise di non condividerle, ma nasconderle sotto l’abito. Mamma Nina aveva visto tutto, ma non disse nulla.

Si avvicinò alla bambina e le disse: “Vieni! Accompagnami a messa al duomo”.

Lei non sapeva come fare e per qualche passo, lungo il tragitto che portava al centro della piazza, riuscì a tenerle nascoste, poi cominciò a perderle, una ad una. Mamma Nina si volta e ammonisce: “Vedi? Tutto ciò che è dono, va condiviso con tutti”.
Pensai che davvero accumulare con egoismo conduce alla perdita della sostanzialità, che verrebbe, al contrario, ampliata se condivisa. Mi concentrai sul proseguo del racconto di mia suocera.

“La sera mamma Nina soleva sedersi in mezzo alle sue figliole e ascoltava in silenzio il loro chiacchiericcio e la sua presenza profumava d’affetto elargito.

Quando qualche giovanotto le chiedeva come fidanzate, incaricava le bambine più piccole di età di sorvegliare gli amanti e anche lei faceva lo stesso.

Li esortava con queste parole: “Tenetevi un taccuino e ogni volta che vi viene voglia di baciarvi annotatelo, così che da sposati potete avere il conto esatto di quelli da darvi. Pensa la compagna di letto di mia mamma ne aveva segnati più di cento!”.

Le sue ragazze, a volte, andavano ad aiutare la sorella di mamma Nina che accoglieva giovani artisti e li indirizzava verso il lavoro.

Le ragazze preparavano e servivano il pranzo.

Una di queste s’innamorò di un pittore che la corteggiava, perché davvero bella.

Mamma Nina non consigliò nulla a questa giovane, ma l’accompagnò a vedere la casa dove abitava l’artista e le due donne furono accolte alla soglia di casa da una donna truccata e agghindata da musa.

La ragazza capì da sola che quell’uomo non era quello che voleva dalla vita.”

Gianna si soffermò per qualche secondo, per riprendere fiato e finì il suo racconto descrivendo le due vicende che la donna aveva vissuto insieme alla figlia Maria.

La figlia di mamma Nina andava spesso a trovare la madre e in una di quelle occasioni, le ragazze prepararono la minestra con brodo di carne, vivanda occasionale. “Non ce ne è per tutte, mamma Nina. La offriremo solo a tua figlia”.

Mamma Nina scrollò la testa e disse che avrebbero condiviso quella poca minestra tutte insieme.

Alla fine del pranzo fu sufficiente per tutte e nella pentola rimase in eccesso.

“Mamma Nina accompagnò all’altare sua figlia Maria e insieme a lei una delle sue figliole, con commozione. A tutte preparava il corredo e l’abito da sposa bianco. Nessuna disparità e riuscì a sistemare i suoi sei figli nel migliore dei modi.”

Rigirai tra le mani il libro e osservai attentamente il volto di questa grande donna, che percepivo così vicina nelle scelte e nei valori, prima di immergermi nei dettagli della sua storia.

Marianna Saltini nasce in provincia di Modena nel 1889, terza figlia di Cesare e Filomena Righi, ricca famiglia di coltivatori diretti.

Marianna viene chiamata Nina da tutti i membri della sua famiglia.

Fin dall’infanzia era utile in casa, nell’accudimento dei fratelli minori, assennata, molto bella, giudicata scontrosa dalle coetanee frivole e dedite ai pettegolezzi, che tanto lei disprezzava.
All’età di vent’anni sposa Arturo Testi, giovane povero ma onesto, dopo essere fuggita da casa in risposta all’ostinazione del nonno che non ammetteva tale unione.

Il parroco della Cattedrale di Carpi intercederà in favore dei due, placando l’ira del nonno.
Da quell’unione nascono sei figli: Sergio, Vincenzo, Enzo, Maria, Francesco, Gioacchino. Con la loro nascita, Nina si dedica al loro accudimento di giorno e di notte a quello degli ammalati poveri della città.

Nel 1929, all’età di trentanove anni, Nina rimane vedova e costretta a fronteggiate le innumerevoli difficoltà economiche che investono l’intera famiglia.

La sua determinazione la porta a scegliere con lucidità e sicurezza il futuro di ogni figlio in modo egregio.

“Gesù mi faceva sentire una forte vocazione mai avuta neppure da ragazza!”

Nina impara a vivere la carità aiutando il fratello Don Zeno, impegnato nell’accoglienza dei figli dell’abbandono.

In quel periodo, mentre si trova in cucina, ha una visione di Francesco d’Assisi. La sua missione inizia a delinearsi.

“Quella di ubbidire a quell’insistenza di Dio che da anni mi faceva sentire”: salvare le bambine abbandonate e in pericolo morale.

A Carpi inizia a raccogliere le figlie delle prostitute, quelle che, d’estate, vivevano di espedienti e dormivano all’aperto, sotto i portici dell’enorme piazza della città.

La gente intorno inizia ad insultarla:
“Guardala lì, pianta i suoi figli per sbaciucchiare le sue mocciose!”

I parenti iniziano a trattarla male, a darle della pazza.

Nina soffre, ma non desiste nella sua missione.

Riunisce le prime tre bambine e le nutre svaligiando la casa dei suoi genitori, sempre più sospettosi dei furti alimentari.

“Io portavo via roba, ma sapevo chi pensava a rimpiazzarla!”
“Dio sollevava (cioè, faceva aumentare farina e legumi) i secchi e la mia mamma non se ne accorgeva!”, scrive Nina.

Il Palazzo Molinari diventa rifugio per le sue figlie, che iniziano a chiamarla mamma Nina e da allora sarà sempre chiamata in questo modo.

“Andai in tre camerette con niente: avevo in tasca sette lire e cinquanta centesimi, un materasso e basta […]

Il Signore mi aveva chiamata sul serio. Non mi lasciava mai sola, mi stava accanto, giorno per giorno mandava il necessario!”

Ogni giorno la sua vita diventa l’esempio di una Provvidenza palpabile e tangibile, che non l’abbandona in nessun momento di difficoltà.

Se arriva una bambina nuova e i letti non sono sufficienti, lei le cede il suo, andando a dormire nella cappella sulla predella dell’altare. I suoi sei figli si trovano sistemati ognuno nel migliore dei modi.

La storia della figlia biologica Maria dimostra l’umile determinazione che dà esito positivo.
Maria entrerà nel Collegio delle Suore Orsoline, nonostante la lettera di diniego scritta, spedita, ma ritrovata all’interno del collegio stesso, che porterà la madre superiora ad accettare senza compenso mensile Maria.

“Madre, sono vedova di sei figli piccoli.

Gesù mi ordina di accogliere e di educare le bambine che vivono in ambienti malfamati o che sono state abbandonate, per portarle in matrimonio.

Dovrete prendere mia figlia Maria nel vostro collegio, che è il migliore di Modena, così i miei parenti non potranno dire che la trascuro.

Le mie possibilità economiche sono zero, perciò dovrete tenerla gratuitamente, come faccio io con le bambine che il Signore mi affida!”

Mamma Nina passa in sedi sempre più vaste e nel marzo 1938 riceve l’abito religioso dal figlio Vincenzo (Don Samuele).

Diventa un’istituzione che non viene definita collegio o orfanotrofio, ma casa famiglia, dove le bambine vivono seguite con affetto materno da Nina e dalle sue compagne.

Diventano oltre un centinaio nella Casa della Divina Provvidenza che, in tempo di guerra, ospiterà anche molte donne ebree.

“Par mè a si tut fioi. Me a go ‘na bandera sola, quela dl’amor!”
(Siete tutti figli miei. Ho una sola bandiera quella dell’amore)

Mamma Nina diventa una goccia di umiltà, pazienza e fiducia; un esempio di buona volontà, quella che riporta in superficie quel fondo nascosto di bontà insito in ogni essere umano.

Anche Anna Frank scriveva:

“In fondo tutte le persone sono buone”.

Il suo bene prevale sempre sul male.

Una donna simbolo di quell’amore, quell’energia potente e vibrante che esprime la Verità del vivere.
Muore nel dicembre del 1957.

Una vita faticosa e travagliata, ma spesa nell’amore materno al suo grado più elevato.

“Senta, lei ci parla sempre del Paradiso, che lo dobbiamo meritare, che è tanto bello. Ma lei, lo ha visto il paradiso?”
Mamma Nina rimane assorta qualche secondo e poi risponde:
“Non per niente ho lasciato i miei bambini!”

Padre David Maria Turoldo ha conosciuto mamma Nina e nel 1982 scrive:

“Era il suo modo di vivere, di sentire la maternità, che era proprio il modo santo di vivere la propria vita. […]

È quella che ha sentito la maternità e la paternità, non è madre, padre […] è qualcosa di enorme! […] Lei non ha mai rinunciato alla maternità del suo sangue, l’ha completata con la maternità dello spirito.

E questo è il suo veramente grande messaggio. [..]

Lei è passata dal fare all’essere. Lei non faceva la madre, lei era la madre!”

È ancora così in via Matteotti, a Carpi nella Casa della Divina Provvidenza, dove guardare dietro le azioni umili di ogni giorno, mi ricorda anche la mia vita.

Quella nella quale spesso molti credono che le mie scelte vanno a togliere del tempo o delle risorse ai miei figli biologici. La verità è che gli altri non devono arrivare ad accettare o acconsentire la missione di qualcun altro.

Ognuno ha diritto alla propria opera e non è automatico che quello che faccio io lo debbano fare gli altri.

È tutto l’opposto.

Ogni essere umano è chiamato ad un’opera e la semina è necessaria per aiutare il prossimo ad individuare tempestivamente la sua strada.

Non esiste nulla di più importante che realizzarsi nella fede, nel saper vivere, anche quando la folata di vento altrui fa barcollare indecisi.

Ognuno di noi deve aggrapparsi alla corrente che sfiora, in un determinato e preciso momento, e da questa lasciarsi trascinare, fidandosi e affidandosi … coma mamma Nina, lasciandosi guidare da quell’energia che è “l’amor che muove il sole e l’altre stelle” .

Immagine dal web

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *