“Grande Fratello Vip” di Pier Bruno Cosso

“Grande Fratello Vip”

di Pier Bruno Cosso

Fratello

Quando ero ragazzo spesso sognavo di trovarmi in un ambiente estraneo.

No, non erano fobie, era un’atmosfera nebulosa, con la sola paura di non poter più tornare indietro.

Restare lì, immateriale ma osservando tutto senza possibilità di uscita. Profondo senso di smarrimento.

Ecco, guardando il Grande Fratello Vip mi sono ritrovato esattamente dentro quella stessa sensazione, di restare sospeso in una palla di vetro irreale.

Sono sincero, pensavo che avrei avuto una reazione di rabbia, non di sbigottimento.

Che i meccanismi per attrarre l’attenzione degli spettatori sarebbero stati talmente scontati da risultare irritanti.

Che ci sarebbero stati bisticci urticanti, solo per catturare i dati Auditel.

E invece, il niente. Non un’emozione, neppure di rabbia.

Follia. Anzi no, neanche quella.

Tv spazzatura? Neppure, sarebbe già qualcosa di più di quello che in realtà è.

È una nuova categoria: Grande Fratello Vip.

Più che una categoria, una sindrome.
Una sindrome che inebetisce una generazione di spettatori, anzi, di teledipendenti.

La trasmissione più seguita, da più di cinque milioni e mezzo di persone. Ma perché?

Massimo rispetto per tutti quelli che la guardano, giustamente.

Ognuno ha diritto di inebetirsi come vuole: cioccolato, fumo, grande fratello, Vecchia Romagna.

Massimo rispetto, veramente, per chi cerca un’evasione fasulla e alla fine insoddisfacente.
Ma come si fa a proporre una trasmissione truffa così, che promette almeno evasione leggera, e lascia più esterrefatti che delusi.

Leggeri bisticci artefatti ogni venti muti circa, e un pianto ogni quarto d’ora. Tutto qui.

Anche il pianto, poi, non riesce a far decollare nessun brivido.

Incredibilmente quello piange, e tu non riesci a rifletterti in quel dispiacere.

Sembra quasi un pianto di silicone, come i visi di quelle che sono lì.

E ti senti cinico a sghignazzare davanti a una o uno, almeno c’è parità di genere, che piange dentro il teleschermo.

Non c’è dramma umano dietro quelle lacrime. C’è dramma letterario in quel tentativo di effettaccio a tutti costi. E l’effettaccio lo mancano in pieno.

Lo mancano in pieno… Quasi un ossimoro, come tristezza televisiva. Ecco toccato il fondo.
Ma come hanno fatto ad imbrogliare cinque milioni e mezzo di persone?
Dov’è la molla che rende una patacca così accattivante?
Magari perché quello lì, ricco e famoso, piange e forse verrà eliminato in diretta.

Strappato dalla “casa”, mentre io, no. Consolatorio; non arrivo a fine mese ma sono contento così.
Forse la patacca è che mi devo ubriacare.
Vanno le immagini a ritmo serrato.

Sequenze di pochi secondi, tre, due, uno, altra scena.

Altra battuta che dimentichi come termina.

Il ritmo è incalzante, con stacchi decisi della telecamera, e ci si trascina avanti senza un minimo di struttura. Manca molto a finire?

Guardo l’orologio, la lancetta dei secondi fa solo uno scatto alla volta. Mentre quelli sempre tutti lì, nello schermo, come pupi a cui tirano i fili.
Un gettone, parte la musica e la scimmietta balla. Ah, però! Fine: non ce la fai, né a divertirti né ad arrabbiarti.

Ma poi, che vip sono?

Malgioglio, con intelligenza e tanta autoironia mi stappa un paio di sorrisi.

Ma gli altri vip, chi sono?

Hanno fatto teatro, musica, cinema d’arte, o sport ad alto livello? Forse, solo forse.

Anche loro, presunti vip in disarmo, o giovani senza nessuna arte che sgomitano per apparire.

Ma lo sanno che sono anche loro vittime di questa micidiale macchina del divertimento forzato?

Sembra lo spettacolo dell’arena degli antichi romani: leoni contro cristiani.
I leoni sono i vip, che fanno finta di ruggire per sbranare i cristiani-spettatori.

Scorre il sangue, senza pietà.

Tanti spettatori uccisi dopo due ore e mezza di trasmissione senza un guizzo, senza un’idea.

Panem et circenses: lo dicevano i romani senza finti pudori.

Qui il sospetto è che stia cercando di creare una platea inebetita di tv.

Perché quelli inebetiti non capiscono, non giudicano, non dubitano di chi urla slogan, o imbroglia di bugie.

C’è dietro un piano? Se fosse, la televisione sarebbe potente e pericolosa.

Non ci caschiamo ragazze e ragazzi, nutriamoci di libri, film d’autore, musica vera e ogni altra forma d’arte.

Nutriamoci di parole, di immagini e di pagine per capire, per salvarci da questo fuoco devastante alla fahrenheit 451, che brucia la capacità di pensiero.

Fratello

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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