“Cari genitori” di Sara Wood

“Cari genitori” di Sara Wood

Contest Lettere al Femminile

Cari genitori

Mamma, papà…

Sono passati più di dieci anni dal giorno in cui me ne sono andata.

Si dice che il tempo aiuta a sopportare le distanze, agisce come l’acqua dei torrenti in piena quando alliscia gli spigoli dei sassi. Ma non è vero quello che si dice. Talvolta il tempo agisce come le spine delle rose quando crescono e soffocano tutto ciò che si trova intorno.

Me lo ricordo come se fosse ieri.

Era il giorno della mia partenza. La stazione Termini era molto affollata ma io quella folla non la vedevo. Ero euforica, allegra. Andavo a vivere da sola per la prima volta, a Milano. Avevo 25 anni. La mia valigia era grande, più grande di me che sono sempre stata gracile e bassa di statura. La portavi tu, papà, e per sollevarla sul treno ti sei dovuto piegare in due per lo sforzo. Mi sono affacciata dal finestrino e voi eravate lì sulla banchina, stretti l’un l’altro, e mi guardavate sforzando un sorriso storto, innaturale.

Stavate soffrendo ma io non riuscivo a vederlo.

Da Milano poi sono andata all’estero. Sono diventata quello che oggi va di moda chiamare un “cervello in fuga”, ovvero quel tipo di persona che va in un’altra nazione per avere quel rispetto che non ha ottenuto nella sua nazione di origine.

Man mano che gli anni passavano un senso di vuoto ha incominciato a crescere dentro di me, un vuoto a cui non riuscivo a dare nome. Ho cominciato a viaggiare per il mondo e a provare tutti i tipi di sport, anche quelli molto pericolosi. Tutto pur di colmare quel vuoto, quella sensazione di malessere di cui non comprendevo l’origine. Ma quel vuoto cresceva, cresceva, cresceva… Finché un giorno è diventato tutto: tutta me.

A quel vuoto ora so dare un nome: siete voi.

Perché una casa si può sostituire con un’altra e così pure le amicizie e gli hobby. Ma voi no, di voi non ho trovato un sostituto in nessuna delle innumerevoli nazioni dove ho lavorato. Il tempo che non ho trascorso con voi, quello non lo potrò mai avere indietro.

Ogni volta che scendo a Roma ritrovo quel tempo che ho perduto nelle nuove rughe che sono comparse sui vostri volti, nei piccoli acciacchi che sopraggiungono con la vecchiaia.

E quel vostro sorriso, storto e innaturale, è sempre presente ogni volta che vi saluto per ritornare su. Solo che ora lo vedo, lo guardo e mi chiedo perché… perché ho dovuto scegliere tra voi e il rispetto per la mia persona. Perché non ho potuto essere chi volevo essere senza dover rinunciare alla cosa a cui tengo di più al mondo: voi.

Spero un giorno possiate perdonarmi…

Sara

 

Maria Cristina Sferra

Maria Cristina Sferra, giornalista professionista e graphic designer. Insaziabile lettrice, scrive per lavoro e per passione. Autrice indipendente, ha pubblicato il romanzo “A mezzogiorno del mondo (una storia d’amore)”, la silloge poetica “Il soffio delle stagioni”, la raccolta di racconti rosa “L’amore è una sorpresa”.

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