Frankenstein, la nascita dell’archetipo contemporaneo

Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley

di Paola Caramadre

Copertina Frankenstein di Mary Shelley

 

Il mostro di Frankenstein è il primo passo nella distopia della contemporaneità. Subumano, disumano, ultraumano, umanoide.

L’immaginario collettivo del 1900 è attraversato da infinite variabili della creatura non umana, disegnata, concepita e creata artificialmente dall’uomo a sua immagine e somiglianza. La creatura che diventa creatore, la più sfolgorante ribellione agli dei che la specie umana abbia potuto concepire.

Il secolo scorso è stato il secolo delle creature meccaniche di forma umana, dei robot immaginati da Karel Capek, degli androidi che hanno invaso tutta la letteratura di fantascienza, fino ad arrivare al punto più alto di una possibile poetica dell’umanoide: la scena finale del film Blade Runner. Il finale del film del 1982 diretto da Ridley Scott appare come la chiusura di un anello iniziato quasi due secoli prima da una ragazza di appena vent’anni che riesce ad anticipare il futuro.

La giovane autrice è Mary Shelley e la sua creatura letteraria è Frankenstein. Nasce in una notte, dopo un sogno, nella casa di Lord Byron per contrastare una estate particolarmente piovosa, il romanzo che alimenterà un vastissimo filone cinematografico, televisivo,  letterario, parodistico. La creatura costruita in laboratorio, il figlio artificiale assemblato e non generato, l’essere eternamente altro, infinitamente distante.

L’archetipo dell’umanoide

La creatura, che non avrà mai nemmeno un nome, realizzata dal giovane scienziato Viktor Frankestein è anche l’archetipo del diverso. Il simbolo di una alterità che la modernità non può accettare e che nega tentando di distruggerla. Avversato, additato, fonte di orrore per chiunque lo incontri, la creatura di Frankenstein è dipinta come un mostro, eppure è umana, troppo umana.

Non c’era nessuno fra le miriadi di uomini che esistevano sulla terra che avrebbe avuto pietà di me o che mi avrebbe assistito: ed io avrei dovuto provare gentilezza verso i miei nemici? No, da quel momento dichiarai perenne guerra a quella specie, e soprattutto a colui che mi aveva creato e mandato incontro a questa insopportabile sventura.

Gli incontri tra il creatore e la creatura sono rari nell’intreccio del romanzo, ma sono il fondamento della narrazione. In una caverna tra i ghiacci, il mostro si rivela capace di profonde capacità filosofiche e introspettive.

Il paradiso perduto del mostro

Il mostro, dall’aspetto orribile, è dispensatore di morte, ma è in origine una vittima. Il suo creatore, il giovane appassionato di scienze naturali, Viktor Frankenstein, sfugge alla sua creatura nell’istante stesso in cui gli dà la vita. Lo abbandona nella stanzetta in cui ha allestito il suo laboratorio dell’orrore e scappa, si allontana. Un creatore troppo fragile per assumersi la responsabilità della creazione. Che cosa ne è della creatura? Chi ne è responsabile? Nessuno.

Ricordai la suppllica di Adamo al suo Creatore. Ma dov’era il mio? Lui mi aveva abbandonato, e nell’amarezza del mio cuore, lo maledissi

Sperimenta la vita nella solitudine della natura, fino a trovare un rifugio e tre libri che diventano i suoi padri spirituali: Le Vite di Plutarco, I dolori del giovane Werter di Goethe e il Paradiso Perduto di John Milton. Di quest’ultima opera la creatura dice:

Suscitò in me emozioni diverse e molto più profonde. Lo lessi, così come lessi gli altri volumi che erano caduti nelle mie mani, come una storia vera. Mosse tutti i sentimenti di meraviglia e di timore che il ritratto di un Dio onnipotente, in lotta con le sue creature, era capace di suscitare. Spesso riferivo molte situazioni a me stesso, poiché la loro somiglianza mi colpiva. Come Adamo, io sembravo non avere legami con nessun altro essere esistente […] invece io ero infelice, disperato e solo.

Tra i ghiacci dell’estremo nord

Il romanzo si delinea e si struttura attraverso la forma epistolare. Il narratore è il capitano Walton che, diretto verso l’estremo nord, raccoglie sulla nave un uomo che appare quasi morto per congelamento. L’incontro con il naufrago dei ghiacci è raccontato, attraverso le lettere alla sorella Margareth. L’infelice raccolto sulla nave non è altri che Viktor Frankestein. Per tutto il romanzo non abbiamo che il suo punto di vista, ma per tutto il romanzo inseguiamo insieme a lui la sua creatura. Siamo affascinati dal ‘mostro’, riconosciamo in esso i sentimenti derivanti dall’esclusione, dalla sopraffazione, dalla privazione. Il mostro, autore di efferati delitti, appare meno mostro agli sguardi di una sensibilità contemporanea. Non è forse, Edward mani di forbice una versione quasi a lieto fine dell’epopea della creatura del dottor Frankestein? In fondo, chi è il creatore?  Un giovane inesperto della vita che non mostra spessore, che piange senza assumersi la responsabilità della sua creatura. E la creatura abbandonata si ribella:

Maledetto, maledetto creatore! Perché vivevo? Perché in quell’istante non ho estinto la scintilla dell’esistenza che tu mi avevi così inutilmente concesso?

Insensibile, crudele creatore! Tu mi avevi dato percezioni e passioni e poi gettato via, un oggetto per il disprezzo e l’orrore dell’umanità.

L’epilogo tra i ghiacci

Potrei morire, ma prima tu, tiranno e tormentatore, maledirai il sole che guarderà la tua miseria.

Quella tra creatore e creatura si rivela una sfida di morte. L’uno senza l’altro non possono esistere, non sono che le parti di una stessa medaglia in cui nessuno può salvarsi. La creatura sul letto di morte del suo creatore riavvolge il nastro della sua esistenza tormentata:

Una volta speravo, a torto, di incontrare esseri che  perdonando la mia forma esterna, mi avrebbero amato per le eccellenti qualità che ero capace di svelare.

ma è così: l’angelo caduto diventa un diavolo maligno. Tuttavia persino quel nemico di Dio e dell’uomo aveva degli amici e dei compagni  nella sua desolazione: io sono solo.

La voce del mostro è la voce dei reietti della terra:

No, questi non sono esseri virtuosi e immacolati! Io, il miserabile e derelitto, sono un aborto da scacciare, da prendere a calci e da calpestare.

L’altro che ci spaventa, ci inquieta diventa il frutto del nostro abbandono, fino ad arrivare allo stremo in cui la creatura si ribella al creatore, un creatore incapace di assumersi responsabilità, un creatore che resta creatura inerme di fronte alla sua creatura che ripudia, rischiando ad ogni passo di diventare uno strumento nelle mani del ‘mostro’.

 

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