“Cara Speranza” di Marchesa Colombi

“Cara Speranza” – di Marchesa Colombi

Recensione Lisa Molaro

Marchesa Colombi

Marchesa Colombi è lo pseudonimo letterario di Maria Antonietta Torriani.

Nata all’inizio del 1840, in seguito al matrimonio con Eugenio Torelli Violler, fondatore e primo direttore del Corriere della Sera, si trasferì a Milano.

Non cambierà città in seguito alla fine del loro matrimonio.

Proprio in quel periodo farà la conoscenza di Anna Maria Mozzoni, una protofemminista (tradizione filosofica che anticipa il femminismo) molto attiva nel suo impegno sociale e, dalla loro amicizia nascerà una forte collaborazione nell’impegno femminile lombardo.

Lo ammetto: io non sapevo chi fosse, la Marchesa Colombi, prima di iniziare a leggere questa sua raccolta di novelle.

 

Ora la “conosco” e, di certo, ancor più ne farò la conoscenza.

Marchesa Colombi Speranza

Dall’inizio alla fine, sono stata sull’altalena dei patimenti di cuore e delle gioie anelate.

Ogni novella, un soggetto – non solo, non sempre, femminile –  dal profilo e dal retaggio culturale, diverso.

L’amore è il tema centrale, ma sebbene il punto di vista da cui lo si affronta è, quasi prevalentemente, quello dell’immaginario femminile, ciò non significa che le figure maschili non siano prese in considerazioni o siano ridotte a cornici graffiate.

Con una vena di ironia pariniana – elegante ma non rivoluzionaria, neppure linguisticamente – ci ritrae personaggi vivi e credibili al punto che par quasi di poter allungare le dita riuscendo a sfiorarne i contorni.

Ecco, se dovessi riassumere, con un solo aggettivo, lo stile narrativo della Marchesa Colombi, direi: Onesto.

Ho provato pena per molti protagonisti, in effetti quasi per tutti, ma, sempre,

nascosto dietro lacrime di malinconia, c’era il sorgere di un sorriso di speranza.

Anche nei casi in cui la morte sopraggiungeva, le scene vissute fino all’attimo prima, ridondavano davanti agli occhi.

Sul volto di Speranza, un sorriso beato.

Questo è l’incipit della prima novella:

“Si chiamava Amalia. Però, malgrado quel nome gentile, era una fra le più rozze campagnuole delle risaie, quando si presentò in casa nostra ad offrirsi come serva. S’era messa le scarpe per la solennità della circostanza, ma, appena vide il pavimento lucido del nostro gabinetto, rimase sbigottita e si curvò come per levarsele. Ci volle di molto a persuaderla d’entrare calzata com’era. Tuttavia non era timida nè selvatica, come sono, per lo più, le contadine; le pareva soltanto una mancanza di rispetto mettere sul nostro pavimento le scarpe che aveva strascinate, per una lunga camminata, nella polvere della strada maestra da Momo a Novara. Ignorava ogni elemento di civiltà, e, nella sua cortesia istintiva da persona buona, inventava una civiltà a suo modo, che riesciva grottesca, sebbene, a conti fatti valesse forse quanto la nostra.”

 

Per tutto il libro aleggia questo sentimento di melanconica e struggente dolcezza, tipica delle novelle veriste.

Infatti, di staffetta in staffetta:

Attendiamo lettere dalla lontana regione cicilia. 

Assecondiamo il bisogno di maternità adottando un bambino solo al mondo, rinunciando alla vita da monaca.

Ci ritroviamo vivi in un corpo morto.

Veniamo imprigionati dentro un’educazione i cui dogmi si fanno barre di ferro indistruttibile.

Sfideremo la morte, per mano della difterite, con consapevolezza e volontà, pur di fuggire da un amore sognato.

“Avrebbe preferito morire.

Ma non si muore quando si vuole.”

Vivremo l’amore gaio e l’amore rubato.

Canticchieremo:

“O mamma famm el lett,

Che mi faroo la cuna,

L’amor del bersaglier

L’é sta la mia fortuna”

Assisteremo alle diatribe, divertentissime, tra un artista di canto e una contessa.

“La vita è solitudine

senz’amor, senza sogni e senza Dei.”

E, alla fine, leggeremo la spiegazione sull’amore, detta dal possidente di Tronzano alla piangente Carmela:

“L’amore, figliola mia, il buono, il vero, non si accontenta di quelle lunghe separazioni mute, senza una manifestazione, senza uno sfogo. L’amore non bada alla laurea dell’uomo, alla dote della donna, a nessuna considerazione d’interesse. Un uomo che ama arde tutto, freme, desidera con forza, con passione; va direttamente al suo scopo, e domanda francamente, impaziente alla donna che ama: «Vuoi essere mia?»”

Cosa posso aggiungere?

Che, com’era prevedibile sin dalle primissime pagine, ora, della Marchesa Colombi, voglio leggere molto di più.

Lisa.

 

Titolo: Cara Speranza
Autore: Marchesa Colombi
Formato: Questo ebook è un testo di pubblico dominio. Potete trovare il testo liberamente sul web.
Cartaceo: editore Interlinea (28 marzo 2003)
Marchesa Colombi

https://www.amazon.it/Cara-Speranza-marchesa-Colombi-ebook/dp/B004UJHZHS/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1510158640&sr=1-1&keywords=cara+speranza+libri&dpID=41GTKzKVYNL&preST=_SY445_QL70_&dpSrc=srch

Sinossi:

La Marchesa Colombi (Maria Antonietta Torriani Torelli-Violler), nata a Novara nel 1840 e morta a Torino nel 1920, è stata una scrittrice di successo e una delle prime ad affrontare tematiche femminili “dalla parte delle donne”. I racconti vari della Marchesa Colombi riuniti nel volume “Cara Speranza” sono un riassunto della sua gamma espressiva atta a divertire, commuovere, informare.

 

 

 

 

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