“Il giardino di Elisabeth” di Elizabeth von Arnim

“Il giardino di Elizabeth” di Elizabeth von Arnim

Recensione di Emma Fenu

giardino

“Alla donna disse:
«Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà»”. Genesi 3,16

Il giardino di Elizabeth è il primo romanzo di Elizabeth von Arnim, edito per la prima volta nel 1898 e riproposto da Fazi, in versione integrale, nel 2017.

La mia recensione non andrà a scavare in fondo, sotto la terra umida delle parole, per trovare il significato nascosto, il rimando letterario che attraversa il romanzo.
No.

L’autrice esplicita il proprio intento.

Il giardino rappresenta l’Eden; lei è Eva; Il signore della Collera, pur essendo l’appellativo del marito, è Dio, ossia l’autorità; il serpente sono i parassiti e le zanzare.

Adamo è il figlio di un Dio buono e misericordioso, che gli uomini, eredi infedeli del primo, hanno reso “maschio”, bellicoso, sessista.

In un mondo a misura di uomini, alle donne resta lo spazio circoscritto fra le mura domestiche: non a caso l’abitazione dove soggiorna Elizabeth era, in passato, un convento di monache, fatto di celle.
Come nel Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain, assistiamo ad un confronto fra il modo di pensare e concepire le relazioni fra i due sessi, ma, in questo romanzo, il lato istintivo è legato a norme sociali, culturali e comportamentali ben codificate.

Le donne devono essere soggette alla custodia maschile, che assume i contorni di un dovere, tenute all’oscuro dalla conoscenza, limitate nella libertà e, addirittura, domate con la forza bruta.

L’imbecillitas del sesso femminile sta quindi nella debolezza fisica, nella minore argutezza mentale e la gravidanza è il segno di come esso sia stato generato per vivere in una ciclicità di pause, che ne precludono l’equilibrio.

Ma Elizabeth trova il modo di partorirsi quale primigenia madre, diventando lei stessa Eva prima della colpa, quando, libera e innocente, era padrona del Paradiso.

Ma, questa volta, la storia cambia.

Perfino ad una delle tre figlie della protagonista il racconto edenico non convince: il messaggio è chiaro.

In questo guardino mangiare dell’albero della conoscenza è consentito.
I frutti non sono mele, ma libri.

In questo giardino la Storia muta e non è la forza del pugno ad essere vincente, ma la resilienza della rosa.

Molti sono i fiori e le piante citati nel romanzo, con cipiglio e precisione botanica, ma le rose occupano un posto di rilievo.
Non a caso, le figlie di Elizabeth vengono da lei chiamate Bimba di aprile, Bimba di maggio e Bimba di giugno, in relazione al mese di nascita, ma non solo.
Fra tutte, le rose tea sono le più emblematiche: il loro cespuglio è alto e rigoglioso, si presenta ricoperto, nel tronco, di spine e i fiori che sbocciano possono essere soli o a gruppi di due o tre.
È una pianta bella, ma resistente: riesce a resistere alle basse temperature e ama la luce e l’aria aperta.

Quindi ci sono rose solitarie e rose che fanno gruppo.
Anche nel giardino di Elizabeth accade qualcosa di simile, c’è una querelle des sexes tutta al femminile, dove, come ne La Città delle Dame di Christine de Pizan, esiste un luogo deputato al solo sesso femminile, in cui confrontarsi fra eccellenze.

Sono donne diverse, queste figlie di Eva.
Sono lati diversi della stessa Donna che porta dietro di sé secoli di prevaricazione ed emarginazione, che lotta per ritagliarsi un giardino tutto per sé, che sogna un futuro di libertà, in cui liberare i propri acheni.

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Il giardino di Elizabeth

Sinossi

In fuga dall’opprimente vita di città, l’aristocratica Elizabeth si stabilisce nell’ex convento di proprietà del marito, un luogo isolato e carico di storia in Pomerania.
A vivacizzare le giornate della signora ci sono le tre figlie – la bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno –, le amiche Irais e Minora, ospiti più o meno gradite con le quali intrattiene conversazioni brillanti e conflittuali, sempre in bilico fra solidarietà e rivalità femminile, e poi c’è lui, l’Uomo della collera, «colui che detiene il diritto di manifestarsi quando e come più gli piace».
Ma soprattutto c’è il giardino, una vera e propria oasi di cui Elizabeth si innamora perdutamente.
Estasiata dalla pace e dalla tranquillità del luogo, trascorre le ore da sola con un libro in mano, immersa nei colori, nei profumi e nei silenzi, cibandosi soltanto di insalata e tè consumati all’ombra dei lillà.
Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà.

Una storia che ha molto di autobiografico narrata da una donna più avanti del suo tempo: una donna di mondo coraggiosa e irriverente che parla a tutte le donne di oggi.

Titolo: Il giardino di Elizabeth
Autore: Elizabeth von Arnim
Edizione: Fazi, 2017

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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