“L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

Recensione di Maria Cristina Sferra

L'Arminuta

Due sono le madri, una è la figlia.

La figlia che è stata data via ancora in fasce e restituita adolescente, ignara dei perché degli adulti, incapace di comprendere, sperduta, arrabbiata.

La bambina che ha vissuto un’infanzia agiata con la mamma e il papà in una cittadina di mare, godendo serena del privilegio di essere l’unica figlia in una famiglia benestante.

La ragazzina che, a tredici anni, viene resa senza spiegazioni alla numerosa e poverissima famiglia d’origine, che vive in condizioni di quasi totale indigenza in un paesino di montagna nell’entroterra abruzzese.

L’adolescente silenziosa, strana, diversa, che tutti chiamano “l’Arminuta”, la ritornata, nel dialetto locale.

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero.”

Il ritorno è il momento di svolta nell’ordine della vita della ragazza, il fulcro sul quale ruota la prospettiva, aprendo l’orizzonte sopra un vuoto di certezze sconfinato.

Chi è la vera madre? Quale delle due?

È colei che l’ha concepita e allattata per poi darla a un’altra donna da allevare? Oppure è colei che l’ha amorevolmente cresciuta per poi restituirla, a un certo punto e senza spiegazioni, alla prima?

Nell’immenso sconforto che deve suo malgrado affrontare, l’Arminuta trova un unico appiglio. Un solo, immediato, viscerale affetto: quello per la sorella Adriana, piccola, salda e saggia presenza, che sarà sempre al suo fianco, sin dal primo ingresso nella misera casa d’origine, al ritorno.

“Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”

L’Arminuta non ha un nome,

quasi l’autrice abbia voluto sottolineare la mancanza di un’identità precisa dovuta allo straniamento provato dalla ragazzina a causa della mancanza del punto di riferimento più importante, quello materno.

Non è un caso che, dopo la restituzione, incapace di capire i motivi per cui si trova in quella nuova situazione, con il pensiero costantemente rivolto alla donna che l’ha cresciuta, la ragazza parli della mamma naturale chiamandola in modo generico “la madre”.

Solo molto avanti nella narrazione una rivelazione, scomoda quanto ovvia, muta repentinamente la sua visione e il rapporto con le due donne, insieme al modo di nominarle.

E soltanto verso la fine del romanzo altri perché vengono alla luce completando il quadro, permettendole così di prendere coscienza di ciò che è realmente accaduto.

“Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.”

L’Arminuta è un libro crudo, intenso e commovente,

che scava senza pietà nelle pieghe dei sentimenti, per arrivare a descrivere e comprendere la maternità, l’abbandono, la perdita.

La prosa è pulita, essenziale, perfetta.

La narrazione in prima persona rafforza l’aspetto intimo del racconto e aumenta il coinvolgimento del lettore.

In alcuni dialoghi troviamo qualche parola del dialetto locale, ma anziché perdere in chiarezza, il testo assume una connotazione ancora più forte e incisiva.

Il romanzo è vincitore del premio Campiello 2017.

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L'Arminuta

Sinossi

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

Titolo: L’Arminuta
Autore: Donatella Di Pietrantonio
Genere: Narrativa
Editore: Einaudi
Pagine: 176

Maria Cristina Sferra

Maria Cristina Sferra, giornalista professionista e graphic designer. Insaziabile lettrice, scrive per lavoro e per passione. Autrice indipendente, ha pubblicato il romanzo “A mezzogiorno del mondo (una storia d’amore)”, la silloge poetica “Il soffio delle stagioni”, la raccolta di racconti rosa “L’amore è una sorpresa”.

Un commento:

  1. L’ho letto la scorsa settimana. Condivido l’analisi: straziante e bello. La figura della sorella è il baluardo che la salverà.

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