“La vita in una matrioska” di Serena Savarelli

“La vita in una matrioska” di Serena Savarelli

Recensione di Elvira Rossi

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“La vita in una matrioska” di Serena Savarelli: un romanzo ispirato a una storia realmente accaduta.

La vicenda perde ogni traccia biografica e interpreta il coraggio di chi è stato oltraggiato dal destino.

L’immagine della matrioska, che compare nel titolo e sulla copertina, assume un valore simbolico.

La matrioska come la vita presenta tante contraddizioni.

Allo sguardo offre spazi di luce e zone di oscurità. Svela e nasconde. I diversi incastri possono essere scomposti e ricomposti.

Quando si arriva al termine, si scopre un seme minuscolo di legno, che per la propria compattezza arresta l’esplorazione.

Potrà essere rigirato, palpato, stretto tra le mani, ma non aperto.

Il seme piccolo e saldo si ostina a occultare “un’anima segreta”, a cui l’uomo non può accedere.

Non resta che fermarsi.

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In quel seme, che in apparenza segna la fine, esiste, però, il germoglio di una vita nuova o rinnovata.

La sicurezza dell’essere umano è destinata a scontrarsi con una imprevedibilità, che separa e distrugge, sconvolgendo ogni progetto.

Il sentimento di una presunta onnipotenza inizia presto a vacillare e in maniera impietosa stabilisce un contatto con l’intransigente precarietà.

La consapevolezza che la vita scaturisca da un intreccio complesso di scelte volontarie e casualità dà origine a una triste rivelazione.

E la casualità, quando assume le tinte fosche della morte, si trasforma in tragedia.

La scoperta dura, amara, non segna né una resa né una fine, costringe solo a una presa di coscienza dell’inesorabilità esistenziale.

Nel prologo si legge:

“È stato necessario aprire ogni bambola di legno, dalla più grande alla più piccola, scoprendo così, che nelle piccole, semplici e umili vite, si nasconde la verità.”

La strada prescelta, anziché donare le gioie promesse, viene a essere sbarrata da ostacoli insormontabili, perdite inaccettabili, macigni che neppure un gigante saprebbe rimuovere.

Sembra essere la fine, potrebbe essere la fine, perché si rischia di essere attratti da un precipizio che ponga fine al tormento, e invece in virtù dell’amore si troverà la forza di risalire.

Tutto questo accade a Sara, la protagonista del romanzo.

Che cosa c’è di più sconvolgente della perdita della propria creatura di pochi anni e del proprio compagno?

Sara, la protagonista della storia, in ospedale stringe per l’ultima volta la manina ancora calda del proprio bimbo:

 

“Ben venuti, dolore e morte”, sussurrai tra me, consapevole che prima o poi, nella mia vita, avrei dovuto scontrarmi con questi due compagni di vita.”

 

Nelle prime pagine del libro l’incontro con il dolore è immediato e violento.

Era la prima volta, in tutta la mia vita, che mi ritrovavo scaraventata all’improvviso e senza preavviso, in un vortice di dolore acuto, come una fitta tremenda al cuore capace di resettare tutte le funzioni vitali.”

Un effetto empatico di notevole potenza s’impadronisce del lettore che, trascinato in una asettica stanza di ospedale, assiste e partecipa allo spasimo della giovane madre.

L’angoscia invade le giornate di Sara obbligandola a un percorso interiore incerto, costellato da dubbi, sensi di colpa, conflitti.

“Se per un certo periodo di tempo l’illusione di tradire i sentimenti che provavo per loro aveva cercato di attanagliarsi nel mio animo, presto mi ero resa conto di non averglielo permesso: erano state anche quelle due care anime a spalancarmi quel cammino nuovo e nel modo più dolce possibile.”

La donna resterà in bilico tra una condizione di abbandono e l’amore per la vita.

La matrioska, pur essendo accogliente, impone la sottomissione dell’uomo di fronte all’ignoto.

Una sosta non è sempre definitiva, attraverso il filtro di una dolorosa e coraggiosa rielaborazione può essere tramutata in partenza.

Già nell’esordio del libro viene anticipato lo sviluppo della vicenda.

“Osservando la bara marrone accanto a quella bianca, capii che, superato il funerale, avrei potuto metabolizzare tutto quello che era successo.”

La grandezza umana è nella capacità di sostenere l’irragionevolezza della sorte.

Non a caso la narrazione si concentra sul superamento del dolore e sulla ripresa della vita.

La drammaticità dell’incipit, tuttavia, non si lascerà dimenticare e darà un’impronta forte a tutte le pagine, anche a quelle dove la sofferenza appare alleggerita dalla speranza.

Sulla moderazione delle scelte tematiche e stilistiche prevarrà l’effetto empatico suscitato dalle prime sequenze.

E quel dolore sommesso, inespresso, che si lascia indovinare dietro piccoli gesti e abbandoni sapientemente controllati dal narratore, si prolungherà nella percezione del lettore e lo accompagnerà emozionandolo fino alla conclusione.

La tragica fatalità avrebbe potuto schiacciare Sara.

La giovane donna riuscirà a trovare la via, che la condurrà verso la salvezza.

La sua voglia di vivere saprà resistere allo strazio, perché non sarà lasciata sola.

La vicinanza degli amici e l’amore di un uomo l’accompagneranno attenti e rispettosi di un passato, che non chiede di essere cancellato e dimenticato, ma accolto nella memoria come un bene prezioso da salvaguardare,

“ Nei momenti di massima serenità, li percepivo vivi e accanto a me.”

Resta il mistero del dolore:

“Mi ritrovavo lì alla finestra, convinta che, nella vita di tutti prima o poi succeda qualcosa di inafferrabile, di indescrivibile, che obbliga l’animo della persona a rispondere a tante domande.”

Esiste un antidoto al dolore?

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A tale interrogativo il romanzo cerca di rispondere andando in soccorso di chi nei momenti di massimo sconforto è tentato di abbandonare la speranza e di lasciarsi travolgere dalla disperazione.

Sono rimedi potenti: la fede, l’amore, la casualità.

Sì, proprio la casualità, quella stessa casualità che talvolta devasta con arroganza può intervenire in maniera benevola attraverso delle opportunità, che vanno riconosciute.

L’imprevedibilità dell’esistenza opera in tutte le direzioni, assegnando in maniera capricciosa e insensata il male e il bene.

E in questo è il significato del libro, che pone l’accento sul viaggio difficile della rinascita di una donna, che è stata costretta a riprendersi la vita dopo una delle prove più atroci.

A sostenerla saranno il coraggio, la voglia di vivere, la solidarietà, ma soprattutto la fede in Dio e l’amore di una persona straordinaria, che le circostanze porranno accanto a Sara già dai primi tragici istanti e che l’accompagnerà fino a quando insieme torneranno a riaprire lentamente la matrioska per una nuova vita.

Nel libro le voci narranti sono due, quella di Sara e quella di Leo: due punti di vista, ben distinti, due visioni che s’incrociano e che alla fine di un cammino si uniranno in un unico accordo.

Leo saprà rispettare il dolore di Sara, lo condividerà e non le chiederà mai di staccarsi dal passato, Entrambi si sentono figli di un passato prodigo e avaro, che ha donato e sottratto.

A metterli uno accanto all’altro era stato proprio il passato.

La casualità con il volto di Leo era intervenuta con amorevole sollecitudine proprio quando Sara aveva rischiato di scivolare nel vuoto.

Ricominciare non significa dimenticare o cancellare il passato, ma custodirlo nell’animo come un bene incommensurabile.

E le presenze, che hanno arricchito un’esistenza, vanno custodite con gratitudine.

Se il passaggio delle persone amate è stato breve tanto più alta sarà la loro impronta.

A far parte della vita non è solo il visibile ma l’invisibile, che non è meno vivo e reale.

“Ricominciare non significa abbandonare ciò che è stato, ma proseguire partendo da quella che sei adesso e continuare, senza paura , a crescere te stessa con chi il cielo ti ha messo accanto”

L’amore, sia quello che parla dal passato sia quello che accompagna il presente, allevia, conforta, sostiene.

Questa è la grande lezione che viene dal romanzo.

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Sara osserva:

“La vita non è bella perché è nostra, ma perché possiamo decidere di donarla, di trasformarla in un’opera assidua, che possiamo condividere.”

“La vita in una matrioska” di Serena Savarelli è un libro che non lascia indifferenti, comunica il dolore e la speranza.

Con generosità si offre alla riflessione sul significato profondo dell’esistenza umana.

La struttura della storia, costruita sulle due voci che alternandosi scorrono in parallelo, non viene mai meno alla coerenza logica, assicurando al racconto continuità e scorrevolezza.

Le parte dialogate alternandosi alle sequenze dinamiche concorrono sia a equilibrare il ritmo narrativo che a elevare il livello di verosomiglianza.

Il linguaggio, privo di ricercatezze letterarie, decisamente moderno è sempre curato e incisivo.

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 Sinossi

“La vita in una matrioska” è la storia dell’ostetrica di nome Sara e di Leo infermiere del pronto soccorso. L’esistenza della giovane donna è improvvisamente stravolta da una tragedia familiare. L’incontro con Leo la aiuterà a ricostruire una vita che sembrava distrutta. Essi si troveranno inaspettatamente costretti a guardare nel profondo delle proprie anime. I due protagonisti comprendono come l’esistenza umana sia frutto dell’unione di gioia e dolore, di affanno e speranza, di finito e di infinito. Leo sarà catapultato in una dimensione in cui la superficialità e l’apparenza verranno sostituite dal vero senso dell’amore e dalla dedizione al prossimo, Sara scoprirà invece come nel dolore possa risedere la meravigliosa e commovente realtà di se stessi, intesi come anime immortali, ripetutamente in cammino e in evoluzione.

 

Titolo del libro: La vita in una matrioska
Autore : Serena Savarelli
Genere: romanzo
Editore: Montecovello (14 maggio 2017)
Pagine: 260

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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