Il Banchiere Anarchico di Fernando Pessoa

Semplicemente, donne.

Il Banchiere Anarchico di Fernando Pessoa

Il Banchiere Anarchico di Fernando Pessoa

La logica ferrea dietro la rivoluzione

di Valentina Dragoni

Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa

“Non è che ero: ero e sono. Non sono affatto cambiato. Sono anarchico.” Ritratto di Fernando Pessoa – Fonte: Wikicommons

Quando ho letto il titolo de “Il Banchiere Anarchico” di Fernando Pessoa, ho capito già dall’apparente ossimoro che sarebbe stato un viaggio interessante e aggrovigliato.

D’altronde, tutta la complessità di Fernando Pessoa è stata tratteggiata in modo brillante e incisivo da Giulia La Face nella sua introduzione a questo particolarissimo autore.

Di Fernando Pessoa conoscevo poco più il nome e la nazionalità, e ancor meno il mirabolante universo creativo e letterario nato dalla sua mente: leggendo l’introduzione ho pensato

“Mio Dio, questo o era un genio assoluto o uno sbalorditivo caso di schizofrenia”.

Nessuno, uno… e molti altri

Se propendiamo per la prima opzione, non ci sono problemi; ma facciamo uno sforzo e prendiamo in considerazione anche solo per la durata di questo articolo la possibilità che Pessoa fosse veramente immerso in un mondo dove la sua personalità fosse molteplice.
Che i vari eteronimi non fossero solo parti dettagliati della sua mente, ma entità che lui vedeva al suo fianco, alle quali faceva domande, con le quali discutesse animatamente.

Non sarebbe questo stato il più incredibile esempio di forza interiore mai visto? Non dimostrerebbe una lucidità di pensiero, una profondità e una capacità espressiva fuori dal comune?

Nel suo essere anonimo nella vita quotidiana, Fernando Pessoa ha invece trovato una scintillante esistenza letteraria, in cui le personalità discordanti trovavano ognuna una perfetta collocazione. Un incastro perfetto di opposizioni.

Una coerenza sistematica che ho ritrovato anche ne “Il banchiere anarchico”, un racconto che Pessoa firma con il suo nome e che contiene una delle più intelligenti e sottili critiche alla politica e alla società che io abbia mai letto.

L’anarchia non è quello che sembra

Lei mi ha paragonato a quegli sciocchi dei sindacati e delle bombe per sottolineare che sono diverso da loro. Lo sono, ma la differenza è questa: loro (sì, loro e non io) sono anarchici solo in teoria; io lo sono nella teoria e nella pratica.

Pensate di dover prendere un gran respiro per immergervi in acqua… ecco, la lettura de “Il banchiere anarchico” di Fernando Pessoa somiglia un po’ all’apnea. Inizia come una tranquilla chiacchierata fra due amici ad un tavolo di un bar e incalzante prosegue come la discesa dentro un abisso che è la mente e la storia del banchiere.

Come può uno che incarna il simbolo del capitalismo, della borghesia ricca e potente, essere anarchico?

Ma gli anarchici non son quelli che protestano contro il capitale, la società, il mondo così come lo conosciamo?
Sono queste le domande che l’intervistatore del banchiere si fa e esprime al suo interlocutore il quale, con una logica apparentemente ferrea e inscalfibile, lo conduce in una vivisezione dell’anarchia.

Un processo che assomiglia ad un esperimento scientifico, in cui la verità da dimostrare è proprio l’essere un autentico anarchico del banchiere.

Ora, che cos’è un anarchico? È uno che si ribella contro l’ingiustizia di nascere socialmente diseguali – in fondo è solo questo.
E da questo deriva, come vedrà, la ribellione contro le convenzioni sociali che rendono possibile la diseguaglianza.

Educazione anarchica

E la disuguaglianza è, secondo il banchiere, determinata dalla finzione della società; le differenze di ceto, ricchezza, mezzi non sono naturali, non sono congenite; sono diseguaglianze imposte dalla società, che discrimina gli uomini in base a “qualità posticce”.

Quindi l’unica società veramente egalitaria è quella anarchica, perché concepisce sistemi basati sulla finzione ma solo sulla natura. È inutile, afferma il banchiere anarchico, smantellare questo attuale sistema per sostituirlo con un altro perché anche il nuovo sarebbe una finzione… O si riesce a realizzare l’anarchia, che è l’espressione della natura, o non si riesce e quindi si continua a vivere in un mondo fatto di finzione.

A questo punto l’autore, come noi lettori, è leggermente confuso… natura, società, finzione… ma dove vuole andare a parare il nostro banchiere anarchico?

Qui inizia la vera spiegazione: il banchiere racconta della sua gioventù, di come inizia il suo percorso nell’anarchia.
Senza falsa modestia, senza impacchettare una bella favola, il banchiere racconta come da giovane venne sedotto dall’idea di una società più giusta e di come l’anarchia gli sia sembrata la più logica delle soluzioni.

È nell’implacabile costruzione, smantellamento e ricostruzione di ogni teoria e ipotesi su cosa sia e l’anarchia e cosa si debba fare per realizzarla che si mette in luce tutta la capacità dialettica di Pessoa.
Veniamo accompagnati nella mente del banchiere e quasi letteralmente vediamo il ragionamento che lui ha fatto in gioventù, domandandosi come si potesse mettere effettivamente in pratica l’ideale anarchico.

Anarchia? Facile a dirsi…

Animato dall’energia della gioventù e dall’idealismo puro, il giovane banchiere si fa attivista e si impegna nella propaganda contro la società che impone finte necessità, finte diseguaglianze, finta libertà.
Ma si rende presto conto che anche chi è animato da buone intenzioni non si sgancia facilmente dalle convenzioni: gli uomini sembrano essere “costretti” a replicare le stesse dinamiche gerarchiche anche quando lo scopo è eliminarle.

È in questo preciso istante, quando si rende conto che realizzare l’anarchia è impossibile all’interno di un gruppo (perché ciò implicherebbe la riproposizione degli stessi identici scenari della società borghese), che il banchiere anarchico elabora la sua teoria: realizzare l’anarchia da solo.

Lavorando così separati per lo stesso fine anarchico, raggiungiamo due obiettivi: quello dell’impegno e quello della non creazione di una nuova tirannia.

L’uomo solo al comando della sua vita

L’anarchia è perseguire la natura e la natura dell’uomo è quella di essere libero, quindi lo scopo è realizzare la libertà.
Ma libertà significa essere slegati da ogni convenzione sociale.

E qual è la più incatenante delle convenzioni sociali?

La più importante, per lo meno nella nostra epoca, è il denaro […]
Liberandomi della sua influenza, dalla sua forza, mettendomi al di sopra pertanto del suo condizionamento, neutralizzando la sua azione su di me.
Su di me, capisce?
Perché ero io a combatterlo [..]

Ed ecco come è diventato banchiere: accumulando tanto denaro da averne una quantità tale da non doversene preoccupare, il banchiere anarchico ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione per arricchirsi, soddisfacendo non solo un desiderio personale ma anche il suo ideale politico.

Arricchendosi, il banchiere anarchico libera sé stesso dalla prigionia del denaro e quindi anche dalla finzione della società; si pone al di sopra delle logiche borghesi, raggiungendo una libertà che, benché imperfetta perché conquistata in una società imperfetta, lo rende un autentico anarchico perché non dà vita ad una nuova tirannia.

La perfetta logica dell’anarchia

Alla fine del racconto, iniziato con lo scetticismo puro, devo ammettere che son stata quasi felice di essere d’accordo con il banchiere anarchico.
Forse, come l’autore, sono stata affascinata dall’ingarbugliata eppure inflessibile analisi del banchiere: l’unico modo per liberarsi della più grande delle finzioni sociali è abbracciarla.

E bisogna farlo da soli.

Un gruppo, anche motivato da oneste intenzioni, finisce per essere dominato dalle stesse dinamiche che ammorbano la società che si vuole sconfiggere; per questo, ogni uomo deve combattere la propria battaglia da solo, liberando in primis sé stesso.

C’è dell’egoismo in questo, e il banchiere anarchico di Fernando Pessoa ne è un brillante esempio: egli non decide di ritirarsi a vivere in un eremo, povero e solo, ma persegue una via di agiatezza e prestigio. Il suo rigore è privo di moralità, non è guidato dalla solidarietà o dall’idealismo romantico in cui tutti collaborano alla liberazione della società ingiusta.
Pensa alla sua libertà, perché è convinto che salvare tutti sia impossibile con i mezzi che questo mondo viziato dalle finzioni ci mette a disposizione.

È inutile lottare contro il sistema, perché le armi che abbiamo sono spuntate. L’unica soluzione è salvarci individualmente.

Va da sé che non tutti hanno l’intelligenza per farlo… cosa dovrebbe fare chi, sprovvisto di mezzi intellettuali adatti, si trova in una società ingiusta?
Mi sarebbe piaciuto fare questa domanda al banchiere anarchico, per vedere se sarebbe riuscito a fornirmi una risposta dipanando la sua logica cristallina.

Ma qui di cristallino c’è solo il genio di Pessoa che, da abile burattinaio della parola, ha intessuto intorno a noi una trama complessa portandoci esattamente dove voleva: a provare simpatia per il banchiere, ribaltando il gioco e mostrandoci come l’assurdo possa essere vero.

Un banchiere può essere anarchico.

E se lo scrive Pessoa che è stato in grado di vivere decine di vite, ognuna delle quali perfettamente plausibile, non possiamo che credergli.

 

Riferimenti

Vita e opere di Fernando Pessoa – Wikipedia

 

 

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