“Lettera semiseria a Gesù Bambino” (Natale 2017) di Elvira Rossi

“Lettera semiseria a Gesù Bambino” (Natale 2017) di Elvira Rossi

Contest Lettere al Femminile

Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino,

quando ero piccola, secondo la tradizione, scrivevo una letterina indirizzata ai genitori, ma adesso sono diventata grande e miei genitori te li sei ripresi da un pezzo.

A chi potrei presentare i propositi di fine anno, se non a te?

In passato sceglievo una romantica letterina con i brillantini e la riempivo di promesse, che sistematicamente non mantenevo.

Non era colpa mia.

Io quelle promesse, che sapevo non avrei rispettato, non le avrei mai pronunciate.

Allora ero solo una bambina e i bambini sono seri. In verità era la maestra che mi obbligava a scrivere delle bugie.

Spero che ci perdonerai della frode, sia me che la maestra.

Certamente anche tu l’avrai conosciuta. Non so se quando è venuta a trovarti indossasse ancora il grembiule nero e le pantofole rosse, che ogni giorno furtivamente calzava dietro la cattedra, dopo essersi liberata delle scarpe infangate.

Sono passati molti anni e del suo volto non ricordo esattamente i lineamenti, però mi sono rimasti impressi i capelli bianchi come il gesso e i baffi neri come l’inchiostro, che la bidella Immacolata, zoppicando tra i banchi, ogni mattina versava nei nostri calamai da una brocca di stagno dal lungo beccuccio.

Con i gessetti colorati la maestra disegnava alla lavagna ridenti paesaggi fioriti e invitava noi bambine a riprodurli fedelmente sul nostro album.

Il mondo io lo vedevo a modo mio e a copiare quelle immagini proprio uguali, come lei pretendeva, non riuscivo. Fu così che mi persuasi che non ero capace di disegnare e sono andata avanti con questa convinzione.

La signora Antonietta non era certo cattiva, era solo una vecchia maestra. Bisogna perdonarla.

Ti prego, Gesù, non essere severo con lei!

Gesù Bambino

E poi ci leggeva tante storie, per questa virtù merita sicuramente di essere assolta.

Ogni giorno, per l’ultima mezz’ora, leggeva alcune pagine di un libro.

La sua voce avvolgente e calda aveva il potere di allontanarci da quell’aula troppo minuscola e grigia.

Ascoltandola ho imparato ad amare Hansel e Gretel e tanti altri personaggi.

Ho girovagato con Remi alla ricerca spasmodica della sua famiglia.

Con Marco ho scalato le Ande e con lui ho pianto senza ritegno.

Ho sentito i brividi della piccolina, che cercava di scaldarsi al tenue calore dei fiammiferi.

Gesù Bambino

La maestra Antonietta, però, mentre leggeva ci obbligava a una immobilità totale nei banchetti di legno. Per tutto il tempo dovevamo restare con le braccine incrociate dietro la schiena, che poggiava contro le assi orizzontali della spalliera.

Era proibito respirare forte e muovere un dito.

Era il prezzo da pagare per l’immersione incantata in un mondo, che ai buoni sapeva garantire una ricompensa.

Presto avremmo scoperto l’inganno.

Ti confesso, Gesù, che non era affatto facile

resistere in quella posizione per trenta minuti. Eravamo solo delle bambine in un’aula gelida. E non pensavamo neppure di poter ribellarci o scioperare. Non si usava e nessuno ce lo aveva ancora insegnato.

Comunque, per non sentire le ossa dolermi e per vincere il freddo, sognavo di pattinare sul ghiaccio in compagnia di Hansel e Gretel.

Gesù Bambino

Quando da bambina piccola sono diventata una bambina grande, sono salita in un lungo treno e sono partita da sola per l’Olanda.

Volevo vedere da vicino il Paese delle fiabe.

Ma Hansel e Gretel non c’erano più, eppure li ho cercati tanto.

Gesù, tu che sai tutto, sapresti dirmi che cosa è stato di loro? Li ho cercati ovunque, nei villaggi e in città, e persino nei bruin café, ma lì ho visto solo ragazzi che fumavano.

Gesù Bambino

Bambino adorato, non so perché ti stia parlando della mia maestra, non me lo spiego neppure io. Ah, forse sì, ho trovato il motivo!

Le letterine di Natale mi riportano necessariamente ai ricordi delle classi elementari e di conseguenza alla maestra Antonietta.

E a questo proposito c’è un episodio che io non ricordo affatto, ma che mi è stato raccontato tante volte da mia madre, che non mi mentiva di certo.

Quindi la storia deve essere proprio vera.

Sinceramente io non la rammento, forse devo averla rimossa per la grande vergogna.

Da mia madre ho appreso di aver scritto in un compitino in classe che da grande avrei voluto lavorare ed essere indipendente.

Avevo proprio scritto una cosa indecente!

Non avrei dovuto neppure essere sfiorata da un’idea simile.

Infatti la maestra Antonietta con il mio quaderno dalla copertina rigorosamente nera, perché a quei tempi la scuola era una cosa seria e lo si doveva già capire dai quaderni, trasmigrò in altre classi e fece leggere il mio scritto anche alle altre maestre.

Poverina, chissà come era impensierita! Aveva bisogno di allertare anche le altre colleghe per un fatto così grave. Probabilmente avrà chiesto consiglio su come affrontarlo.

In verità non so se in preda all’agitazione abbia convocato la mia mamma. Quello che è certo che si premurò d’informarla immediatamente.

Un evento così sconcertante non poteva essere certo taciuto. Meglio correre subito ai ripari.

Niente meno c’era una bimbetta che già sognava di lavorare ed essere indipendente!

Passi pure il lavoro, ma l’indipendenza no! Che oscenità era questa!

Sicuramente a sconvolgere era stata la seconda affermazione.

La maestra lavorava, quindi la mia aspirazione a imitarla non credo l’abbia turbata così tanto.

A metterla in allarme sarà stata la parola indipendenza.

Come può una bambina di nove anni nutrire un’aspirazione del genere? Che sfacciataggine!

Una donna poteva pure lavorare e portare i soldi a casa, ma essere indipendente proprio no, non era ammissibile.

Credo bene che la povera maestra sia andata in apprensione!

Bisognava intervenire rapidamente: il caso era davvero disperato.

«Chi aveva corrotto la scolaretta?», si sarà chiesta sconfortata.

«Forse era stato il cattivo esempio di Carmela, quella ragazzetta analfabeta, che da un misero paese di montagna, abbandonando la famiglia numerosa, era andata a fare la “servetta” in quella casa di gente onesta.»

È vero che anche nelle buone famiglie talvolta capita una pecora nera.

E io evidentemente avevo preso quel colore.

Gesù Bambino

Caro Gesù, mi conforta pensare che tu ami tutte le pecorelle, anche quelle nere e quelle smarrite.

Nel tuo presepe c’è uno spazio vuoto. So che lo hai riservato alle pecore nere. Per piacere, conserva un posticino anche per me. Prima o poi arriverò da te e ti chiederò perdono di aver desiderato e combattuto per essere una bimba indipendente, da giovane e da vecchia.

Sulla tua comprensione sicuramente posso contare.

E poi se non mi comprendi tu che abbandonasti la Sacra Famiglia e senza informare nessuno te ne andasti a predicare nel tempio tra i dottori, chi potrebbe giustificarmi?

Quella volta, scusami la confidenza, l’hai fatta grossa. Potevi lasciare almeno un bigliettino a Giuseppe e Maria, che poverini chissà come sono stati in pena.

Adesso fortunatamente per un po’ di giorni sarai costretto a startene buono buono nella mangiatoia e finalmente Giuseppe e Maria tireranno un sospiro di sollievo e godranno un po’ di quiete.

Magari verrò a trovarti. So di poterti facilmente rintracciare in qualche presepe.

Però ti avverto: ti raggiungerò quando la tua casa è poco affollata o vuota. E ti cercherò nella tacita penombra. In silenzio ci racconteremo di noi.

Gesù, a questo punto, dopo tante infantili divagazioni, dovrei farti qualche promessa solenne, come mi ha insegnato la maestra Antonietta, altrimenti non avrebbe avuto senso scriverti a Natale.

Aspetta un po’ che mi concentro, perché questa volta vorrei provare a promettere e mantenere con la serietà di una bambina grande.

Gesù Bambino

Ecco, incomincio:

Ti prometto che continuerò a non vedere né il Grande fratello e né Uomini e donne.

Ti prometto che in casi eccezionali mi sforzerò di essere generosa e di prestare qualche libro. Però me lo dovranno restituire dopo tre giorni.

Ti prometto che non mangerò la carne di venerdì. Veramente non la mangio neppure gli altri giorni, sono vegetariana.

Ti prometto che quando torno a casa in metropolitana, starò attenta a scendere alla fermata giusta. Non farò come quella volta che per leggere un libro sono andata avanti indietro due volte.

Ti prometto che quando impartisco qualche lezione di francese al mio nipotino, non mi darò tante arie, come se sapessi conversare in francese.

Ti prometto che quando incontro qualcuno di cui non mi ricordo il nome, non gli sorriderò come un ebete, gli chiederò semplicemente come si chiama.

Ti prometto che mi impegnerò a non dimenticare, una volta sì e una volta no, la pentola sul fornello, come mi succede sempre quando scrivo.

Ti prometto che mi sforzerò di non fare raccomandazioni ai nipoti. Tanto si infastidiscono e in ogni caso non mi danno ascolto.

Ti prometto, e questa è davvero molto complicato, che mi impegnerò a volermi un po’ più di bene.

Come si fa a volersi bene? Questa è una cosa molto difficile.

Gesù, scusami, ho rivolto la domanda alla persona sbagliata. Mi hanno raccontato che sei morto sulla Croce per gli altri.

Non sei la persona giusta a dare consigli del genere.

Facciamo finta che questa domanda impertinente da me non ti sia stata mai rivolta.

Azzeriamola e torniamo da capo a parlare d’altro.

Aggiungo solo che mi piacerebbe vivere in un mondo dove fosse possibile voler bene solo agli altri, senza la necessità di voler bene a se stessi, perché tanto a volerti bene ci pensano gli altri.

Io le mie promesse te le ho fatte anche quest’anno. Se tu potessi far qualcosa per migliorare questo mondo un po’ bruttino, te ne sarei grata.

Ti raccomando, salutami la maestra Antonietta. Bisogna capirla. Erano solo altri tempi.

Ciao, Bimbo mio, buon Natale pure a te, alla Sacra Famiglia, al mondo intero, e a tutte le pecorelle bianche e nere che siano.

Elvira

Maria Cristina Sferra

Maria Cristina Sferra, nata a Novara nel 1965, vive a Milano. Giornalista professionista e graphic designer, scrive per lavoro e per passione. Diversi suoi racconti e poesie sono inclusi in antologie. Autrice indipendente, nel 2014 pubblica il romanzo "A mezzogiorno del mondo (una storia d'amore)", nel 2016 la silloge poetica "Il soffio delle stagioni" e la raccolta di racconti "L'amore è una sorpresa", nel 2017 la silloge poetica "Ombra di luna".

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