Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares

Bernardo Soares, una canzone e l’inquietudine di Pessoa

di Paola Caramadre

Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares

 

Bernardo Soares si è presentato una mattina di dicembre, accompagnato da un mio amico viaggiatore. In effetti, aveva un aspetto del tutto dimesso e anonimo. Perché avrei dovuto notarlo? Nemmeno la presentazione così lodevole del mio amico ha solleticato l’interesse. Il signor Soares con la minuziosa descrizione di fatti insignificanti e di situazioni irrisorie non è andato via. Non ho mai avuto, in questi anni, il coraggio di regalare un libro non letto. Potevo disfarmi dei pensieri di Bernardo Soares? No, non potevo.

Il Libro dell’inquietudine è venuto con me. Casualmente occhieggiava da vari punti delle librerie di case in cui ho abitato. Ho il sospetto che in questi anni abbia osservato il disastroso caos delle mie diverse esistenze. Probabilmente avrà incontrato i miei alter ego, ho la sensazione che avrà preso il mio berretto jugoslavo una sera che mi sono fermata a prendere un caffè in Rua dos Douradores ed ero così distratta che ho dimenticato il cappello che amavo tanto. Il signor Bernardo Soares non l’avrà mai indossato di certo, ma lo custodisce insieme a tutti gli insignificanti indizi raccolti qua e là di vite altrettanto insignificanti.

Bernardo Soares è rimasto nelle case in cui ho vissuto come un ospite silente, così ben nascosto da non averlo mai nemmeno sfiorato, o di averlo fatto inavvertitamente, magari per togliergli un po’ di polvere dal dorso. E poi? E poi è arrivata la proposta di Giulia La Face, accolta da tutto lo staff di Letteratura classica, di leggere Fernando Pessoa.

In Rua dos Douradores

Una mattina, Bernardo Soares ha trovato il coraggio di bussare alla mia spalla per dirmi: “Vuole che scambiamo due parole? Sa, anche io scrivo ogni tanto”. Il primo colloquio è stato stupefacente. Che uomo singolare il signor Soares immerso nella più piccola porzione di mondo conficcata lì in Rua dos Douradores! Che uomo singolare così attento ad osservare la vita scorrere via senza fare rumore! Frammento dopo frammento, tutto si è ricomposto. E’ apparso vivido il ricordo di quella mattina di dicembre di molti anni fa in cui l’amico viaggiatore venne portando con sé le suggestioni portoghesi di Lisbona e porgendomi in dono il Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares di Fernando Pessoa. Fin dalle prime pagine di questa autobiografia interiore di nessun accadimento l’oscuro assistente contabile,

sognatore di tutti i sogni, soprattutto di quelli improbabili

mi ha raccontato di quante volte ci siamo sfiorati inavvertitamente e di quante volte abbiamo sfiorato la vita, quella vera, quella che avremmo meritato di vivere senza avere il coraggio di riconoscerla e ci siamo rinchiusi nel nostro piccolo mondo interiore ad osservare dalla finestra una minuziosa sequela di dettagli inconsistenti.

Il signor Soares mi ha rivelato una cosa importante di sé: “Ricordi quella canzone che ti piaceva tanto? quella canzone che ti faceva sospirare e a volte anche piangere perché la sentivi viva e vera?”. Ho annuito ricordando fin troppo bene “L’albero pazzo” di Andrea Chimenti e la canzone cantata insieme a David Sylvian “I Have Waited For You/Ti ho aspettato“. Che sorpresa scoprire che in parte l’aveva ispirata tanto tempo prima il signor Bernardo nel frammento 16 del Libro dell’Inquietudine:

Un giorno saremo
come due barche,
che passano nella notte
e non si salutano
e non si conoscono

Del mio berretto non ho saputo niente, ma alla fine dei numerosi incontri notturni tra me e il signor Bernardo Soares mi sono sfuggite di mano tutte le certezze imprecise che avevo di Fernando Pessoa e dell’incredibile sistema di eteronimi che aveva costruito intorno a sé e dentro la sua scrittura. Tutti quei personaggi così dettagliati e tutti quei pensieri così profondi, così autentici e così infinitamente tristi, cosa sono? La multiforme varietà di una stessa anima che volteggia tra le parole dell’estremo altro, dell’eternamente diverso nell’inafferrabile Io che sfugge ad ogni definizione:

Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere oggi il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita perduta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *