“1837: Il parlamento brucia”

“1837: Il parlamento brucia”

di Altea Alaryssa Gardini

Era stata una giornata umida, fredda, stranamente assolata.

Avevo deciso che l’indomani sarei uscita presto per recarmi dal panettiere prima che non ci fosse più nulla sul bancone. Così facendo, sarei tornata a casa ad un orario accettabile e non avrei dovuto correre per riuscire a cucinare il pranzo dei signori.

Avevo anche pensato che mi sarebbe piaciuto passare a salutare il Tamigi ma, durante la mattina, il tempo era tiranno, non avrei potuto permettermi una deviazione così lunga.

Sono perfettamente cosciente che andare a porgere omaggio al fiume può sembrare una cosa sciocca, motivo per cui non ne parlo con nessuno, normalmente, ma mio padre mi portava lì ogni mattino e, ora che non era più con noi, mi piaceva tornare dal mio vecchio amico e parlare dei tempi andati.

Non pensate che parlassi con l’acqua, il ponte era il mio luogo per pensare.

Riflettevo sui possibili tragitti che avrei potuto intraprendere per cercare di recuperare qualche minuto per concedermi quella stravaganza, lo facevo spazzolandomi i capelli prima di chiuderli nella cuffia da notte.

Non sono certa di poter affermare quale sia stato il momento esatto in cui presi coscienza che qualcosa non sarebbe andato comunque come avrei voluto: ho sentito le urla al piano di sopra, ho sentito le campane dell’abbazia e, credo, per un attimo, di aver sentito le acque urlare.

Forse presi la vestaglia prima di uscire, non posso esserne certa: tutti quei momenti, nella mia testa, ritornano confusi e vorticanti.

Ad un tratto, non so come e in quale stato, ero fuori dalla mia stanza e, poi, nel giardino.

Qualcuno mi ha urtata, forse uno degli uomini della casa. Mi ha inavvertitamente colpita con uno dei secchi, sentivo la mia gamba bruciare lievemente a causa di un graffio.

Fuori dal cancello tutti strillavano, chiedevano di partecipare ai soccorsi e pure in casa si stavano mobilitando in massa.

Il Tamigi, il mio fiume, stava urlando.

No, non era il fiume.

Voltai lo sguardo verso l’alto: l’aria era nera e non perché fosse piena notte. Il cielo aveva uno strano colore che non saprei definire: rosso, giallo, arancione, anche blu. Come se fosse il tramonto, come se fosse irreale.

Il palazzo di Westmister bruciava, da ore. Qualcosa aveva dato il via alla prima scintilla e ora tutto era diventato di fuoco; la città si stava organizzando, la gente osservava, da lontano, in lacrime, basita.

Il vento ruggiva e si avviluppava alle lingue di fuoco, i crepitii del legno erano così forti che mi convinsi si trovassero nel mio cuore andando seguendo il ritmo del battito.

Rimanevo immobile, incapace di fare un passo avanti, incapace di pensare. O, almeno, così ero convinta.

Ad un tratto, rinvenni davanti al ponte di Waterloo. Mi trovavo in un luogo casuale della fila di popolani che si passavano i secchi colmi di acqua. Cercavamo di spegnere quell’uragano di ruggiti e pioggia di rubini incandescenti.

Tentavamo ma, ad ogni secchiata, una trave veniva giù.

Provavamo ma, ad ogni passaggio, il palazzo si piegava accartocciandosi su se stesso.

La paura, il calore, gli scoppi, il terrore, il vento, i tonfi.

Le acque erano esauste di quella foga, non c’era nulla che potesse fare per salvare quelle mura.

Perchè mai il vento era così forte? Sua era la colpa, suo il merito di aver spinto le fiamme in acqua e non verso la città.

Il Tamigi ci stava salvando mentre le folate turbinavano nel loro amplesso con le fiamme.

Pensavamo tutti al Grande incendio di due secoli prima, cosa avremmo fatto se la città fosse stata rasa al suolo?

Quante altre voci strazianti si sarebbero unite a quella cacofonia di voci inquietanti?

Quell’incendio scoppiò dal fornaio del re; io pensai che l’indomani mi sarei dovuta recare dal panettiere. Ovviamente, non era colpa mia se le fiamme si erano infervorate ma la suggestione gioca strani scherzi agli animi semplici come il mio.

Avevo ancora la vestaglia, mentre la mia mente si attardava in paure inconsce, la fila si spostava, mutava. Ora avevo i piedi nel fango, le vesti completamente bagnate, avevo freddo e caldo. Ci si spingeva, eravamo una colonna convulsa, composta da gente che non voleva essere lì ma che non poteva essere altrove.

Il pane, la colazione, il pranzo, i saluti e le confidenze al fiume, a chi sarebbe più importato se la città rovinava in tizzoni spenti?

Mi risvegliai nel mio letto, la mattina dopo, non sapendo quando ci fossi tornata o come l’avessi raggiunto. La mia veste da notte era sporca di fumo, puzzava di legno bruciato ed era umida di disperazione.

Mi alzai e mi preparai a fare, comunque, quello che avrei dovuto.

La città non era bruciata, le fiamme avevano trovato requie, alla fine.

Restava un buco, restava l’odore ma i problemi sarebbero diventati presto altri, sia per me che per Londra. Avrei confidato la mia inquietudine al compagno silente di quella notte, a quello spettatore, che come me, aveva donato se stesso per affrontare quel momento.

La porta mi era di fronte, lo sciabordio lento mi cullava, la mia vita sarebbe andata avanti.

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