“Marianna Sirca” – di Grazia Deledda

Semplicemente, donne.

“Marianna Sirca” – di Grazia Deledda

“Marianna Sirca” – di Grazia Deledda

Recensione di Lisa Molaro

 

Marianna Sirca Deledda

Marianna è ancora una bambina quando il suo buonissimo padre la manda ad accudire lo zio prete, con la speranza che un giorno, alla dipartita di quest’ultimo, la figlia possa prendere in mano le redini di una vita che, altrimenti, non le avrebbe garantito benessere.

Il padre è un pastore buono, semplice, con la timidezza sulla voce.

Non s’impone mai a nulla. In una sola occasione lo vedremo davvero alzare la voce e quasi pestare i piedi.

Ma sarà solo un attimo… poi rientrerà dentro al proprio involucro di coscienza governata dai dubbi.

Tutto quello che ha fatto, le decisioni che un tempo ha preso, sono state dettate dal buon senso e dal preparare il terreno alla figlia affinché potesse piantare belle piante sulla sua vita.

Marianna Sirca, dopo la morte di un suo ricco zio prete, del quale aveva ereditato il patrimonio, era andata a passare alcuni giorni in campagna, in una piccola casa colonica che possedeva nella Serra di Nuoro, in mezzo a boschi di soveri.
Era di giugno. Marianna, sciupata dalla fatica della lunga assistenza d’infermiera prestata allo zio, morto di una paralisi durata due anni, pareva uscita di prigione, tanto era bianca, debole, sbalordita: e per conto suo non si sarebbe mossa né avrebbe dato retta al consiglio del dottore che le ordinava di andare a respirare un po’ d’aria pura, se il padre, che faceva il pastore ed era sempre stato una specie di servo del fratello prete, non fosse sceso apposta dalla Serra a prenderla, supplicandola con rispetto:
“Marianna, dà retta a chi ti vuol bene. Obbedisci”.

Forse, però, l’averla allontanata, privandola della sua presenza paterna, non ha contribuito a garantirle quella serenità che un giorno avrebbe, invece, potuto avere!

Cos’è la vera ricchezza?

Marianna era a servizio dello zio ma non per questo ne era la serva. Questi ruoli appartenevano ad altre figure, importantissime per lo svolgersi della trama, ed è proprio durante questo periodo che fece conoscenza con il piccolo servo Simone Sole. Che bel nome!

Mi fermo qui con la descrizione spiccia della trama e “parto” con le mie elucubrazioni.

Per me è stata lettura endofasica pura (mi concedete il termine?), al cento per cento, leggevo e disegnavo, dipingevo e recitavo nella mente ogni singola scena.

Io e il libro eravamo dentro un silenzio chiuso a cerchio.

La vibrazione del cellulare al mio fianco, spesso mi faceva spaventare afferrandomi per i piedi e riportandomi alla realtà… poteri daleddiani!

Cos’è un secondo?

Può diventare eternità?

Può stravolgere i ruoli, ribaltarli, alternarli, metterli in riga o tenerli distanziati?

Quando si sa che il momento È IL MOMENTO?

Quando la passione ti brucia l’anima.

L’aria da respirare non esiste e il cuore diventa una palla di fieno pronta a incendiarsi.

Le lacrime sono gocce di fuoco e la volontà è ferro fuso rimodellato col caldo.

E scintille.

Scintille ovunque, come schegge impazzite governate da amori orgogliosi!

Mentre leggevo, ho visto donne che proteggevano il proprio amore come fosse un cucciolo.

Tigri, dagli occhi duellanti, che recintavano il piccolo con passi silenziosi ma continui; dentro un giro tondo di rabbia, di possesso, di determinazione, di lotta.

Però, ecco che subito cambia il ruolo e la tigre la vedo diventare cerbiatto dagli occhi gonfi di paura; la scorgo scappare nel bosco per andare a rannicchiarsi dentro la pietra scavata a culla.

… è ferita.

… ascolta i passi.

Il cerbiatto ha il suo orgoglio, seppur ferito,  e di lui, a tratti, si farà servo.

Sarà proprio questa sudditanza all’orgoglio, denominatore comune di quasi tutti i personaggi di “Marianna Sarca”, ad annullare i ruoli, a rendere tutti i ceti sociali uguali, a cancellare padroni e servi, onesti e banditi.

Amore di un’ossessione o ossessione d’amore.

Il desiderio, prepotente e invadente, ingestibile e indomabile, trova qui sfogo non in baci veri o in matrimoni davanti all’altare bensì in carezze come teste appoggiate sul grembo, in una notte di primavera, quando il buio circonda la casa e il battito del cuore rischia di sentirsi in lontananza.

Matrimonio d’amore, matrimonio di sangue. Infinito.

 

 

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Sinossi:

L’universo arcaico e immobile della Serra nuorese, la durezza e l’inospitalità del clima barbaricino e un ambiente rurale e montano inconciliabilmente diviso fra padroni, servi e banditi costituiscono il paesaggio geografico e sociale in cui si svolge la storia della contrastata passione fra due personaggi – la possidente Marianna e il giovane bandito Simone – che tentano di violare l’incomunicabilità fra i ruoli imposti loro dal destino. L’eroina deleddiana, pur di rifiutare le immutabili leggi e consuetudini della propria terra, è disposta a legarsi a Simone “più per la morte che per la vita”. Alla fine il protagonista più debole, votato alla promessa e all’impegno di un impossibile matrimonio, dovrà soccombere.

 

 

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