“Cartoon no stop” di Francesca Gnemmi

“Cartoon no stop” di Francesca Gnemmi

«Mio figlio guarda un sacco di scemenze alla televisione! Possibile trasmettano solo cartoni animati demenziali?»
«Anche mia figlia! Sono disperata. Non esistono più le trasmissioni di una volta. La nostra era una generazione completamente diversa.»

Eh sì. Noi rimanevamo incollati alla tv guardano soltanto programmi intelligenti e, già da piccoli, venivamo svezzati attraverso cartoni animati a misura di bambino, dai sani principi morali e vicende ricche di significato.

Qualche tempo fa, facendo zapping sulla tv a pagamento, mi sono imbattuta in un episodio di uno dei cartoon cult della mia infanzia. “Occhi di gatto”.

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Guardato senza le dovute precauzioni, dava assuefazione.

Tra Sheila e Matthew sarebbe successo quel qualcosa? E, poi, che cosa esattamente? Non ricordo quali particolari l’immaginario femminile preadolescenziale si aspettasse.

Le nozioni a riguardo erano pochine e piuttosto confuse. Quello che posso affermare, però, era che tutte volevamo essere come una delle sorelle Tashikel. Perfette.

Cristallini i messaggi che le tre ragazze volevano passare.

L’aspetto esteriore non conta.

Chi lo dice? Sembrava essere il biglietto da visita del trio. Non un capello fuori posto, un vitino da vespa che avrebbe fatto invidia a un’acciuga e tutine all’ultima moda nero smagrente al limite tra realtà e fantascienza.

Il fine non giustifica i mezzi.

Una piccola eccezione bisogna farla. La principale attività delle sorelle non era forse il furto? Chiudo un occhio e sorvolo su questo particolare, alla fine irrilevante.

La sobrietà come stile di vita.

Su questo punto potrei scrivere un romanzo o, che so, aprire un dibattito.

Passando dal neo sul volto in stile cortigiana del’700 e le labbra rosse di Kelly, poco appariscenti, al decolté appena accennato di Sheila, fino ad arrivare alle docce, o bagni che furono, con ospite a sorpresa della piccola Tati.

Con la malizia ci si va a nozze!

Non posso esimermi dallo spendere due parole per l’ispettore più imbranato della storia dei manga giapponesi.

Poveretto, tanto goffo quanto poco astuto. Non occorreva essere una cima per intuire quello che in ogni puntata a Matthew sfuggiva. Facevo anche il tifo per lui ma… niente, la volta buona non arrivava mai, sia per catturare le abili ladre che la fidanzata sfuggente.
Come avrà fatto poi a fare carriera? Io non gli avrei affidato neanche il controllo del traffico all’uscita da scuola.

Va bene il cuore tenero e l’essere un po’ svampito, ma lui era un caso patologico, anzi, un caso senza speranza.
Da ragazzina non ero in grado di cogliere nessuna delle sfumature che ora mi hanno fatto drizzare i capelli.
I casi sono due.

O sto diventando una vecchia carampana, incapace di una sana e ingenua risata, o sono gli adolescenti a essere sottovalutati dagli adulti, generazione dopo generazione.
Propendo per la secondapossibilità, con la triste consapevolezza che, neanche tanto tempo fa, ero sulla loro stessa barca.

Per i bambini invece è tutto molto più semplice, nessun doppio senso e solo storie paciose o divertenti, condite al massimo con goccio di tristezza.

Ma chi di noi da piccolo non ha guardato almeno una puntata della serie “I Puffi”?

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Non sono mai stata una mangiona da bambina ma, quando alle 20.30 trasmettevano le avventure degli amici più blu dello schermo, mi ingozzavo pur di finire in tempo.
Loro sì che erano simpatici e onesti. Il villaggio era animato solo da sentimenti nobili e buone intenzioni, proprio quelli che oggi dovremmo trasmettere ai nostri figli.

Allora sì, non ci sarebbero ragazzacci in giro a zonzo per le città a fare i prepotenti.
I puffi amavano la natura, facevano il loro dovere, si divertivano ed erano tutti amici.
Uhmmm… mica tutti.

Le denunce per bullismo non scattarono perché all’epoca il fenomeno non era esteso e poco conosciuto.

La foresta era ancora incontaminata. Solo Gargamella e Birba rischiavano l’arresto per disturbo della quiete euso improprio di esplosivi.

A Quattrocchi va tutta la mia solidarietà. Antipatia e noiosità non giustificano la violenza. Mai.

Era un emarginato e vittima di persecuzione. Per fortuna pare che anche i Puffi avessero l’assicurazione sanitaria, altrimenti con tutte le spese mediche che negli anni ha dovuto sostenere, invece che in un fungo, vivrebbe sotto a un ponte.
Grande Puffo, che avrebbe dovuto dare il buon esempio, sopportava appena lo sventurato Quattrocchi e, non è che ne facesse mistero. Meno male che i grandi dovrebbero essere più saggi dei giovani.
E la Puffetta? Sapeva far bene la ruffiana! Non c’era giorno in cui non si portava a casa un mazzetto di fiori o una fetta di torta. I lavori pesanti li lasciava agli altri e pensava solo a farsi bella.
Poveri Puffi, facevano quel che potevano. In fondo, nessuno è perfetto e i nostri genitori lo sapevano.

Il vero preludio delle soap opera però era Georgie, di cui non mi sento di parlare perché già allora i dilemmi amorosi infiniti mi mettevano angoscia e mi si bloccava la digestione.

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Una donna deve fare i conti tutta la vita con uomini che sfuggono, megere malvagie e sventure di ogni tipo e, già da bambina, è costretta a vivere gli stessi drammi solo per poter sognare di avere lunghi boccoli dorati e occhioni da cerbiatto, che fanno un baffo persino a Barbie… No, grazie.
Arthur, Abel o Lowell? Quando mai si sono visti tre maschi che si contendono una femmina? Forse tra i cervi in amore. Per gli umani è contro natura.

Veniamo al presente.
Nuova era dei cartoni animati. Avanguardia. Dove nulla è prevedibile. Mai visto prima.

“I Dalton” (2013) vs. “Wile Coyote e Beep Beep” (1949).

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Tra la banda di fratelli carcerati e l’ingegnoso e furbo coyote del deserto americano non ci sono poi molte differenze.

Viva la ripetitività!

Si è visto mai che uno di loro prendesse l’iniziativa per fare qualcosa di diverso.

Evasione fallita, evasione fallita, evasione fallita. Che barba, sempre se le stesse cose! E noi, sempre lì a guardarle.

Bocciato.

“Zig & Sharko” (2011) vs. “Silvestro e Titti” (1945).

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Sempre di cibo si parla. Una iena, aiutata da un paguro vuole mangiare una sirena.

Meglio di un gatto che vorrebbe avere nel piatto un canarino?

Il suggerimento è cambiare alimentazione e optare per quella vegetariana.

Bocciato.

Per fortuna c’è anche qualcosa da salvare.

“Masha e orso” (2011) e “Hallo Spank” (1982).

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Pareggio assoluto tra una pellicola russa recente e una giapponese del secolo scorso.

Spassose, spumeggianti e fresche, entrambe le storie meritano punteggio massimo contro le molte altre da gettare nel dimenticatoio.

Giro di boa con gli intramontabili “Barbapapà”, prodotti nel lontano 1977 e che ancora vengono trasmessi e amati da grandi e piccini di tutto il mondo.

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Che si rida, si pianga o si fantastichi, c’è un valore che sopravvive, sempre attuale nel tempo e nella società: la famiglia.

Qualunque essa sia.
Responso finale: non tutto è perduto.
All’epoca eravamo fanciulli ingenui, incapaci di vedere al di là del naso e, come i ragazzini di oggi, accettavamo tutto quello che veniva proposto con entusiasmo, senza malizia o meschinità.
Cicli che si ripetono, realtà simili anche se rivisitate in chiave moderna.

La minestra, insomma, è sempre la stessa, riscaldata ma, per lo più, buona.

Credetemi, a essere differenti tra allora o oggi non sono tanto i cartoni animati quanto le mamme.

Ci lamentavamo delle nostre, ignari che il nuovo millennio avrebbe sfornato rompiscatole al cubo, se paragonate alle pacifiche madri degli anni ‘80.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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