“05615” di Altea Alaryssa Gardini

05615

di Altea Alaryssa Gardini

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Non sono sempre stato qui, io non ci volevo nemmeno venire.

Prima ero anche diverso, non ero sbiadito e spento come ora. In un’altra situazione potrei dire di sentirmi offeso, più brutto e che lo specchio non mi renda giustizia.

Non posso e non voglio farlo.

Se potessi eviterei anche agli animali di portarmi in giro, chi diamine sono io per arrogarmi il diritto di marchiare qualcuno con la mia sola presenza?

Io, nello specifico, non posso nemmeno dire di aver viaggiato o di aver visto il sole nascere o sparire. Non ho fatto nulla di eclatante io, solo essere il mezzo per cui qualcuno smetteva di essere se stesso e diventava un’altra cosa.

Come un maiale, che smetteva di essere una vita e iniziava ad essere un prosciutto. Cosa mai ho scatenato, tutto questo è andato totalmente fuori controllo.

Ci tengo a sottolineare che non credo di essere meno colpevole di coloro che mi hanno messo qui, perché io non ho avuto una punizione?

Che io sia sbiadito è un bene per chi mi porta non certo una punizione per me, mi vergogno anche a vedere tutte le albe che mi sono concesse: sono felice di svanire.

Al giorno d’oggi si parla tanto di igiene ma nessuno sa in quali condizioni, quelli come me, venivano incisi. Gli aghi erano sporchi, erano sempre gli stessi. Quello che si è adoperato per me ne aveva disegnati numerosi e, dopo di me, probabilmente, altrettanti.

Anche lui è colpevole, lo so io e lo sa lui.

Poter raccontare di essere qui, vuol dire che non ho causato una setticemia, non è che io abbia portato benessere avendola evitata.

Quando è iniziata la mia vita, eravamo poche centinaia. Due anni dopo eravamo migliaia, milioni.
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La forma era sempre quella: numeri. La lunghezza cambiava, non che avere una cifra in più o in meno avrebbe cambiato qualcosa. Semplicemente eri arrivato prima o dopo.

È difficile rendersi conto del perché si esiste, di chi sono i tuoi genitori. Non so immaginare cosa si possa provare ad essere partorito da una donna, anche se ho visto bambini nascere: prima ero inchiostro e ora sono un marchio.

Sono passati tanti anni e mi si guarda con pietà, come se fossi un povero cucciolo spaurito, se non sapessi dove andare e mi fossi perso sotto la pioggia.

Io, con chi mi porta sul braccio, non mi sono smarrito.

Non io, ma voi o chi vi ha preceduto.

Ho provato a guardare tutto da una prospettiva diversa ma il risultato è stato solo che mi sono visto rovesciato.

Eravamo tanti ma soli. Tutti uguali e ognuno diverso.

Nella polvere e nella sporcizia, su vene stanche e pelli non più elastiche del cuoio conciato. Ricordo quando i medici ci guardavano per prendere nota su dei fogli, ricordo anche le facce dei soldati che guardavano i miei simili sugli arti di coloro che non c’erano più.

La nostra stessa natura è stata un sopruso.

Di fianco a me dormiva una ragazzina, sognava di tornare a casa e di rivedere suo fratello e il ragazzo che tanto le piaceva. Era alto e tedesco, peccato sia stato lui a denunciarla.

Quella ragazzina si chiamava Maria, scherzava sul fatto che i suoi numeri ricordavano il suo nome in una lingua di uno strano mondo di fantasia.

Quando è morta, mi copriva con la sua mano, stringendo il braccio su cui sono. Non ho mai desiderato così tanto avere delle lacrime mie da spendere. Neanche questa possibilità ho avuto.

Sono vivo senza potermi muovere, parlo senza avere bocca e grido senza avere polmoni.

Sono stato il testimone inascoltato di molti processi, anche io avrei voluto essere, che ne so, abraso per esempio.

Non so quante volte ho implorato di essere portato via.

Ho saputo che, qualche anno fa, qualcuno cercava il fautore di tutto questo dicendo che fosse suo padre. Quell’uomo voleva dirgli che lo amava nonostante la presenza di tanti altri come me, desiderava averlo conosciuto.

Perchè?

Se lo avesse incontrato, lo avrebbe fermato o gli avrebbe forzato la mano?

Ammettendo che sia la verità, pensava che lo avrebbe abbracciato e tutti noi avremmo dimenticato?

Ho visto tanti figli cercare i loro padri e tanti padri non trovare più i loro figli. Sono quasi sicuro che non era la sua prole quello che quell’uomo cercasse, gli avrebbe preso l’anima marchiandola come tutte le altre.

Forse non avrebbe avuto uno come me, ma un cognome, a volte, può essere ben peggio.

Entrambi sono morti, io sono ancora qui.

Quale fantastico dono può essere un cuore che batte, prima o poi smette e si può andare via.

Quando chiusero quei cancelli in cui, almeno, la mia presenza serviva a qualcosa, ho smesso di essere qualcosa e sono rimasto io: 05615

 

 

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