“Alle donne piace soffrire?” di Betty Argenziano

“Alle donne piace soffrire?” di Betty Argenziano

Recensione di Emma Fenu

 soffrire

Alle donne piace soffrire? di Betty Argenziano è un saggio autopubblicato nel 2017.

Una volta le donne erano dee.

Tempi di cui non si ha memoria, ma che si perdono nel ventre e nel latte del Mito.

Detentrici di una “porta celeste”, ossia di una vagina capace di offrire orgasmi e di essere tramite fra mondo umano e mondo divino, le donne erano consapevoli del proprio privilegio, insito nella loro stessa natura.

Con l’avvento della cultura patriarcale e della paura del misterioso potere femminile, si volle accentuare il dimorfismo sessuale tramutandolo il dimorfismo culturale.

Le dici magra, si sente grassa
Son tutte bionde, lei è corvina
Vanno le brune, diventa albina
Troppo educata, piaccion volgari
Troppo scosciata per le comari
Sei troppo colta preparata
Intelligente, qualificata
Il maschio è fragile, non lo umiliare
Se sei più brava non lo ostentare
Sei solo bella ma non sai far niente
Guarda che oggi l’uomo è esigente
L’aspetto fisico più non gli basta
Cita Alberoni e butta la pasta
Troppi labbroni non vanno più
Troppo quel seno, buttalo giù

Bianca la pelle, che sia di luna
Se non ti abbronzi, non sei nessuna
L’estate prossima con il cotone
Tornan di moda i fianchi a pallone
Ma per l’inverno la moda detta
Ci voglion forme da scolaretta
Piedi piccini, occhi cangianti
Seni minuscoli, anzi giganti
Alice assaggia, pilucca, tracanna
Prima è due metri, poi è una spanna
Alice pensa, poi si arrabatta
Niente da fare, è sempre inadatta
Alice morde, rosicchia, divora
Ma non si arrende, ci prova ancora
Alice piange, trangugia, digiuna
È tutte noi, è se stessa, è nessuna.”

Lella Costa, Prefazione ad Alice nel Paese delle Meraviglie

 

In sintesi, uomini e donne non sono molto differenti fisicamente, se si è eccettuano i caratteri sessuali primari e secondari: è stato un processo coercitivo ad imporre canoni estetici femminili che, per essere perseguiti, richiedono dispendio di tempo e di energie, spesso danneggiano la salute e confinano metà del mondo in una condizione di eterna infanzia, ossia di negata indipendenza e facoltà decisionale.

Troppi peli.

Capelli troppo lisci o troppo ricci.

Pelle con pori dilatati o rughe.

Piedi costretti alle scarpe con il tacco.

Seni troppo grandi o troppo piccoli, a seconda delle moda del momento.

Glutei troppo mascolini o troppo mediterannei.

Unghie laccate.

Gonne a tubino o pantaloni strettissimi.

Borse pesantissime che gravano su una spalla.

Troppo magre o troppo grasse.

Troppo vecchie.

TROPPO BRUTTE.

Attraverso uno studio puntuale e ben argomentato e con, in preziosa aggiunta, un’ironia, anzi, un’autoironia acuta e matura, senza mai scivolare nell’offesa gratuita, Betty Argenziano ci comunica una verità scomoda.

Noi donne occidentali siamo schiave di stereotipi femminili che ci vogliono diverse da ciò che siamo per rispondere ad aspettative maschili figlie di una cultura sessista che ci vuole e ci pretende arginabili in tacchi che non ci permettono un’andatura sicura e con mani che rendono fallace la nostra presa.

Ma non solo. Nell’excursus fra le pratiche estetiche imposte alle donne in altre culture, fra le donne giraffa e quelle ippopotamo, fra le mutilazioni genitali e la deformazione dei piedi vengono inseriti il corsetto e la chirurgia plastica.

Ebbene sì, soprattutto quest’ultima è una forma di tortura solo apparentemente frutto dell’esercizio della propria libertà.

A questo punto della mia analisi del saggio, la donna prende il posto della recensora, sedendosi accanto all’Alice in cui tutte si specchiano.

Chi scrive è una donna definita “curata”. Indosso sottoveste di seta bianca, mi pettino con cura e mi trucco anche se sono sola a casa, anche se so che non mi vedrà nessuno, nemmeno il postino, perché è il mio sguardo che mi interessa.

Truccarmi e tingermi i capelli mi diverte, è una femminile alternativa al “piccolo chimico”.

Mascherarmi mi esalta: Carnevale e Halloween non sono le uniche occasioni in cui lo faccio e non includo solo un vestito rosso bordato di eco pelliccia bianca il giorno di Natale.

Mi piacciono le feste a tema, mi affascina il look burlesque e ogni giorno coordino la nuance del rossetto con quella delle unghie e pure dell’intimo. Io gioco molto.

Ma io sono sempre io e nessuna scarpa mi renderà più o meno femmina.
Perché la femminilità è ALTRO: è l’altro complementare e paritario al maschile, è la magica diversità che regge il mondo in armonia.
Non esiste UNA femminilità. Ce ne sono molte e tutte dobbiamo riconoscerci sorelle, non gemelle.

Ora ritorno al libro della Argenziano che culmina meravigliosamente in un invito ad amarsi nella propria intima essenza e a credere in una Rivoluzione da fare, non da guardare, che ci restituirà il privilegio di essere dee.

Solo allora anche gli uomini saranno veri dei.

 

A seguire un mio video ironico, per sorridere e fare di questo saggio un’occasione di dibattito e scambio.

 

 

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Sinossi

Alle donne piace soffrire?

La domanda sorge spontanea quando si passano in rassegna tutte le torture quotidiane che la donna occidentale s’infligge per raggiungere la sospirata bellezza: la “cura” del suo corpo richiede tempo, denaro e tanto dolore, come conferma la popolarità dell’adagio «chi bella vuole apparire un poco deve soffrire».

Il racconto ironico e meticoloso delle crudeltà auto-inflitte mette a fuoco gli stereotipi estetici e rincorre lo sfuggente concetto di femminilità, che non appartiene più al corpo e alla mente della donna ma é piuttosto un prodotto che si può mettere nel carrello della spesa, indossare all’occasione, e poi togliere la sera con batuffolo di cotone.

Nonostante i traguardi raggiunti in Occidente nella parità tra i sessi, quello estetico è purtroppo ancora l’aspetto fondante l’autostima della donna: una base piuttosto barcollante sulla quale edificare la fiducia in se stessa.

Non manca un excursus sulle dolorose pratiche estetiche nel resto mondo, talune delle quali oltrepassano il concetto di bellezza “femminile” per sconfinare in vere e proprie violazioni dei diritti umani.

Alle donne piace soffrire? propone con ironia una originale interpretazione dei meccanismi di controllo delle donne, e di come questi nuociano all’intera Umanità.

Titolo: Alle donne piace soffrire?
Autore: Betty Argenziano
Edizione: Indipendent published, 2017

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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