“Il lungo nastro rosso” – di Luong Ung

Donne. Semplicemente.

“Il lungo nastro rosso” – di Loung Ung

Recensione di Lisa Molaro.

Loung Ung

Loung Ung, l’autrice di questo toccante romanzo, edito dalla Piemme nel 2010, è una scrittrice, attivita e docente americana per i diritti umani, di origine cambogiana.

Fin dalle primissime righe ho capito in che storia VERA mi stavo intrufolando e ho intuito tutti i momenti bui che mi si sarebbero parati dinanzi come una coltre nera che, spesso, fa indignare l’uomo pensante:

la coltre degli oltraggi e delle umiliazioni che, di volta in volta, vari popoli infliggono o subiscono!

La conoscete la leggenda del nastro rosso?

Una leggenda popolare giapponese, originata da una storia cinese, narra che ogni uomo e ogni donna viene al mondo con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (nella versione cinese il filo è legato alle caviglie). Questo filo unisce, indissolubilmente, due persone destinate a vivere insieme,siano unite da parentela genetica o empatica, non importa la distanza, non importa l’età, la classe sociale o altro, è un filo che lega due anime per l’eternità!

Il problema è che, essendo molto lungo, può capitare che si attorcigli malamente, formando e stringendo nodi capaci di generare difficoltà alle due anime destinate a rimanere legate e a ricongiungersi. .

Tuttavia, ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, un passo in più verso il riavvolgimento del nastro, una forza acquisita, una maggior concretezza affettiva.

Si inizia a leggere questo romanzo di Loung Ung, assistendo all’allontanamento dei due capi del nastro… color rosso, rosso sangue, rosso passione, rosso legame.

Questo romanzo, autobiografico, narra la storia di due sorelle che vengono divise in quell’età fragile in cui non sono più bambine ma ancora non  possono esser ritenute adolescenti.

Anni fragili, vissuti calpestando sentieri non ancora divenuti tali.

La mano che le separa è quella di uno dei fratelli maggiori che non mette in atto la separazione con l’intento di ferire o strappare dalla radice familiare due fiori della stessa pianta ma lo fa perché dovendo lui andare a cercare “fortuna” in America e rendendosi conto della non agiatezza in cui verserà oltreoceano, non può permettersi di portare, oltre alla moglie, tutte e due le sue sorelle.
La descrizione dell’attimo in cui le due piccole manine si separano è delicata e struggente allo stesso modo.

Non poteva, ovviamente, essere altrimenti.

Leggendo l’autobiografia di Loung Ung, poggeremo i polpastrelli su ali di farfalla fragili.

Ci sarà chi decolla verso un continente da tutti osannato, dove ci saranno tanti grattacieli e molta gente che cammina per le strade.
E chi, invece, resterà in Cambogia, in un villaggio dell’entroterra, ospite della zia e della sua famiglia, assieme ai fratelli maschi che coltivano la terra, alle cuginette piccole e a quella grande che va a pescare per portare a casa qualche cosa di più da mangiare…

Strade che si dividono tra cielo e terra, come scie bianche e solchi color bruciato, striature unite nel loro percorso diviso e distante.

Si vola.

Si atterra sotto lenzuola colorate, piene di animaletti da ricopiare con la matita.

Si resta.

Si rimane in un posto in cui l’unico colore permesso fino a poco prima, era il nero di una casacca informe.

Piedi scalzi contrapposti a scarpe da infilare; riso e pesce contro merendine e televisione.

Vi sembra che la bilancia penda da una parte sola?

La fortuna non si annida, sempre e solo, dove il raggio di sole crea il luccichio.

L’apparenza va scavalcata.

L’orologio appeso alla parete dice che sono le undici.
Brutta scoperta: si avvicinano le “ore buie”, quelle in cui
gli spiriti e i fantasmi si aggirano tra i vivi. Molto tempo
fa, Kim mi aveva detto di non restare mai sveglia tra la
mezzanotte e le cinque del mattino, ma non sempre ci
riesco. Kim mi aveva messo in guardia: qualora avessi
avuto bisogno di far pipì, avrei dovuto provvedere in
fretta e tornare a letto il più rapidamente e silenziosa-
mente possibile. Aveva infatti affermato che, quanto più
avessi fatto rumore, tanto più avrei attirato spiriti e fantasmi.
E come se non bastasse, qualora fosse accaduto,
spiriti e fantasmi non mi avrebbero lasciata andare. Kim
non mi disse che cosa intendesse con “lasciar andare”,
preferendo che la fine della storia prendesse corpo nella
mia mente. Non l’avesse mai fatto! La sua reticenza mi
aveva mandata su tutte le furie, al punto da rincorrerlo
menando colpi di karate. Pensare a Kim mi fa male al
cuore; ho la sensazione che sia gonfio, gonfio di troppi
ricordi e sensazioni.

Il senso di colpa che può corrodere chi sa che, altrove, c’è chi non può sfuggire al mal di schiena e alla miseria, alla paura di morire o alla solitudine.

Il senso di colpa… che può farti mangiare l’impossibile per colmare dei vuoti passati, presenti o persino futuri!

Lo stile narrativo di Loung Ung è decisamente scorrevole e molto intenso.

L’autrice ci regala descrizioni minuziose bellissime: attimi di mercato cambogiano descritti magnificamente, con odori, sapori appoggiati sul piatto della bilancia che compensa il peso delle scene ambientate nei supermercati americani, con i cassieri che, magari, storcono il naso davanti alle tessere alimentari per bisognosi.

 

Suggerisco, a piena voce, questo romanzo perché, in esso, c’è Storia vera, Storia intensa, Storia con la S maiuscola.

La brutalità dei khmer rossi , la propaganda degli oppressori in Cambogia, l’espatriare, il rimanere, dividersi per ricongiungersi… diverse? Uguali?

Un consiglio: tenete i fazzoletti a portata di mano, mentre leggete questo romanzo.

Buona lettura,

Lisa.

 

Sinossi:

Loung ha solo dieci anni quando, al termine di un’estenuante odissea, arriva negli Stati Uniti. Per lei, fuggita dalla criminale follia del regime sanguinario dei Khmer Rossi, libertà è avere uno spazio minuscolo tutto per sé, lenzuola divertenti con buffi topi e strani paperi, e cose buone da mangiare, dopo le radici divorate per placare la fame perenne. Ha mille nuovi significati la libertà, anche una ciotola piena di nastri per i capelli, tanti, colorati. Nei campi di lavoro forzato dove è stata rinchiusa a soli cinque anni, e in quello di addestramento dove è diventata una bambina soldato, i colori erano proibiti, e così ogni abito che non fosse la divisa nera. Per questo affondare le dita in quei nastri le strappa un sorriso di vittoria, insieme a un moto di nostalgia per l’amata sorella Chou, rimasta in Cambogia. Per anni Loung e Chou vivono vite parallele. Una alle prese con una nuova patria in cui inserirsi, schiacciata dai sensi di colpa per avere avuto quella fortuna, e per non sapersela godere fino in fondo. L’altra in Cambogia, ad affrontare la povertà, la lotta per la sopravvivenza quotidiana, la promessa di un domani migliore che non arriva mai. Quindici anni dopo, Loung decide di seguire il lungo nastro rosso e di tornare a casa. Dall’incontro di due solitudini nasce una memoir intensa, commovente, e lo straordinario racconto di una delle grandi follie del nostro tempo.

Titolo: Il lungo nastro rosso
Autore Loung Ung
Editore: Piemme (12 ottobre 2010)

 

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