“Il potere ancestrale delle donne” di Annalisa Allegri

“Il potere ancestrale delle donne” di Annalisa Allegri

Eccomi qui, basita ed irritata, di fronte alla mia carta d’identità dove al nono rigo appare la dicitura coniugata Giani.

Beh, direte voi, è un dato di fatto, sei sposata con Fausto Giani.

Ma, dico io, è altresì vero che Fausto è sposato con me e allora perché sul suo documento non è scritto coniugato Allegri?

Perché la donna deve essere considerata alla stregua di una mucca da marchiare con il nome del fattore?

Io ho deciso di dividere la vita con il mio compagno da pari, non di appartenergli.

A voler essere puntigliosi, questo storia del nome e doppiamente discriminatoria: da un lato ci identifica come proprietà del marito; dall’altro sottolinea la voglia del padre di liberarsi della figlia femmina.

E vogliamo parlare del fatto che i figli appartengono alla famiglia del padre?

Dai parliamone! Ora, signori miei, voi volete accaparravi la progenie, il vostro nome deve continuare, il vostro seme deve propagarsi, ma ricordatevi che mater semper certa est, pater numquam.

Come? Non capite il latino? Siete pure zotici! Ve lo spiego in parole povere: il bambino al quale vi siete precipitati a dare il vostro
nome potrebbe essere figlio del postino.

Il massimo dell’irritazione l’ho raggiunto trasferendomi in Francia, dove, quasi giornalmente, devo lottare per usare il mio cognome: “Perché ha scritto Allegri? Non siete sposati?”.

Intanto si faccia gli affari suoi, siamo nella civilissima Gallia dove le coppie di fatto sono riconosciute da più di 15 anni, in secondo luogo avete una legge, recente, che consente alle donne di mantenere il proprio nome.

Alla mia insistenza rispondono sconcertati scrivendo Annalisa Allegri, nome d’usage Giani.

Ma chi lo usa!

Ciliegina sulla torta, mi arriva a casa la cartolina elettorale intestata ad una certa Annalisa Allegri in Giani e firmata dalla sindaca Virginia Raggi.

Per quanto apprezzi l’attenzione odierna all’utilizzo dei termini al femminile, trovo che sia uno specchietto per le allodole, un contentino da due soldi al pari delle quote rosa.

È una risoluzione di facciata alla quale non corrisponde un vero cambiamento.

Il solo effetto è di riconoscerci come minoranza debole che deve essere tutelata.

Saremo protette quando i nostri stipendi saranno equiparati a quelli degli uomini, quando avremo le stesse possibilità di carriera, quando non verremo licenziate perché incinta, quando i nostri stupratori o assassini marciranno in galera.

Chiamami avvocato, sindaco e magistrato, non mi offendo e non mi sento sminuita, ma lasciami ricoprire i ruoli che quei nomi identificano, assumimi e pagami per il mio valore e non per il mio genere.

Ricordo da bambina la perplessità che mi procurava una frase detta spesso da mio padre: “… perché io sono il capofamiglia”.

Perché doveva essere lui e non mamma? Si erano messi a tavolino ed avevano votato?

Solo da adolescente mi sono resa conto che tutta la società è un tripudio al maschio e uno svilimento della donna.

In modo sistematico e costante, quasi inconscio, veniamo sminuite e relegate a ruoli ghettizzanti.

Perché i maschi hanno un bisogno spasmodico di dimostrare una presunta superiorità?

La risposta è venuta molti anni dopo quando Fausto, toccando il mio pancione, ha sussurrato: “Che sensazione provi quando il bambino si muove?”.

La sua espressione era un misto tra tristezza, curiosità e rimpianto, la stessa espressione che vidi altre volte davanti alla culla quando faceva un passo indietro al mio arrivo.
È una questione di potere che non può essere uguagliato; possono guadagnare milioni, sedersi su poltrone di “pelle umana”, governare il mondo, causare conflitti bellici, vincere il Nobel per la pace, ma mai e poi mai potranno generare la vita.

Una vita senza la quale tutto il loro affannarsi avrebbe alcun senso.

Noi donne abbiamo il vero potere, un potere antico, mistico, ancestrale.

Un potere che ci spetta per diritto di nascita.

La mia generazione è cresciuta sentendo parlare dell’invidia del pene, ma il mondo è regolato dall’invidia del ventre.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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